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| SIGMUND FREUD |
Risveglio |
Black Widow Records |
2025 |
ITA |
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Era l’estate del 1972 (qualcuno parla del ’71), quando ai Castelli Romani si formavano i Sigmund Freud. Rock progressivo che si mischiava a quella che era allora la musica d’autore, formando qualcosa di sinfonico e romantico nello stile italico del periodo, in compagnia di band come Orme, PFM e tante altre. Concerti e raduni fino al 1978 – fuori tempo massimo, potrà dire qualcuno –, acquisendo a quanto pare molti consensi, tanto che nel ’75 avevano firmato per la RCA e la EMI, senza però arrivare ad incidere quell’album che ormai sembrava alla loro portata. Vengono riscoperti dalla genovese Black Widow Records, che dà loro la possibilità di riesumare e reinterpretare i vecchi brani, vedendo finalmente la luce con questo emblematico “Risveglio”. C’è però un piccolo mistero: in rete, è possibile leggere che nel 2013 i nostri hanno dato alle stampe “Illusioni”, di cui però non si trova traccia… Comunque, dal 2023 ad oggi la band risulta composta da Claudio Ciuffa (chitarre, flauto, sax soprano), Marco Cavaterra (basso elettrico), Claudio Carbonetti (tastiere, pianoforte, voce), Evandro Gabiati (batteria, percussioni), Dino Pacini (chitarre), Luca Allori (voce solista, chitarra acustica), Laura Castroni (voce, coro e devices). Apre “Fiori di Polvere Bianca” con i suoi dodici minuti, il cui titolo avrà ricordato a molti “Profumo di colla bianca” della Locanda delle Fate; in questo caso ci potrebbero essere delle attinenze con la band sopra citata (non col pezzo, ma con lo stile generale) nel momento in cui entra il flauto, a cui poi segue la successiva parte vocale. Come si può facilmente immaginare, si parla della scoperta della droga da parte di un ragazzo, con tutta una serie di elucubrazioni, dove l’atmosfera non viene comunque resa particolarmente catastrofica se non nelle liriche finali. Molto ben costruiti gli intrecci strumentali, che vedono dominare i sintetizzatori e proprio il flauto. Gli undici minuti di “Giochi d’ombra” riportano con la mente a quando si era più piccoli, una fase della vita che con le sue fantasie rendeva magica la realtà. Dopo un bell’intermezzo strumentale, il brano diventa ancora più poetico, il testo davvero ben recitato, che riporta alla presa di coscienza, all’incanto che si spezza tornando nel presente da adulti, dove risalgono i ricordi in modo decisamente amaro. La parte finale diventa di colpo più vivace e le parole – divenute ancora più drastiche nei confronti della propria esistenza che viaggia verso la vecchiaia – acquisiscono ancora più verve, per poi lasciare spazio alle sei corde elettriche. Gli otto minuti e mezzo che compongono “Palla di Neve” (la più breve del lotto!) parla di violenza e schiavitù, esseri umani che mettono in vendita e brutalizzano altri esseri umani come neanche fossero oggetti. La musica prende sempre più slancio, lasciandosi ascoltare con molto piacere. “La quiete dopo la tempesta” è una sorta di suite che sfiora nuovamente gli undici minuti, in cui i seventies trovano degno tributo in chiave hard-prog. Anche qui un (breve) testo nostalgico, cantato con rabbia, che fa da collante in un lungo flusso strumentale attraverso il quale possono essere riconosciuti parecchi riferimenti dell’epoca, tra cui anche i King Crimson con dei contorni però molto ma molto smussati, oltre a varie realtà nazionali. Ma intorno ai sette minuti la musica cambia e – per l’appunto – dopo la tempesta arriva la quiete; una quiete che però non porta pensieri tranquilli, preludio al finale ad effetto, ancora strumentale. “Epilogo” continua su frequenze simili, tra note di tastiere ed intrecci di chitarra, viaggiando quindi verso successive partiture maggiormente romantiche. Altri dieci minuti, che parlano di immagini sfocate appartenenti a strane libertà e in cui il flauto si conferma come l’elemento portante che fa da spina dorsale a questo album, creando così una struttura dove le altre strumentazioni riescono a trovare la strada per ritagliarsi in maniera misurata i propri spazi. Vi sono dei momenti onirici, sospesi, che non possono non ricordare ad un certo punto le battute inziali del primo storico album omonimo che lanciò il Banco del Mutuo Soccorso, per poi tornare proprio alla Locanda delle Fate. La chiusura è poi affidata ad un medley di oltre un quarto d’ora, in cui vengono messi insieme spezzoni di registrazioni originali eseguite negli anni ’70; interessante dal punto di vista prettamente storico, con qualche sprazzo di interesse che può riguardare anche i contenuti, ma che poi non rappresenta tutta questa “magnificenza” lodata in altre sedi. Molto meglio la resa e l’esecuzione attuale. Un debutto da salutare con simpatia, rendendo più che mai attuale il detto: “Meglio tardi…che mai!”. C’è curiosità adesso per il nuovo album, che dovrebbe contenere delle nuove composizioni. Staremo a vedere e soprattutto ad ascoltare.
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Michele Merenda
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