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SCIENCE NV The last album before the end of time autoprod. 2013 USA

È chiaro, non si può parlare che bene di questi giovanotti americani che nelle pause di lavoro tuffano, anima e corpo, nel progressive rock. La loro terza uscita, con tanto di apocalittico “Last album” ci mostra una band attiva e fantasiosa. Una band che ha voglia di farci divertire e, credo proprio, di divertirsi a sua volta. Si presenta sempre con la stessa formazione: Rich Kallet, Larry Davis, Jim Heriques e David Graves, tutti polistrumentisti. Per l’occasione si aggiunge un trio di archi che completa e riempie con gran classe alcuni passaggi sonori.
Tutti della band i brani, ad eccezione dell’opener “Mars”, brano che già dal titolo ci ricorda che altri, nel corso nella storia del prog, si sono ispirati a questo capolavoro di Holst tratto dalla “suite dei Pianeti”. In questa versione, le trame edite e quelle inedite aggiunte dalla band, si vanno a miscelare in maniera piuttosto intrigante, anche se – a mio avviso e nonostante tutto – rimane il brano più debole del disco. Di tutt’altra pasta il resto delle composizioni, molto varie con spunti che vanno dal jazz all’elettronica, dallo space rock ai landscapes atmosferici. Davvero notevole la suite “The ring cycle”, dinamica, volubile, sempre in movimento e molto pulita nel suo sviluppo. Riesce a dare spazio, dopo un avvio quasi hard, a parti sinfoniche con aperture magistrali e parti di liquido space rock dai vaghi ricordi gonghiani. Più vicina all’ortodossia jazz la lunga “Chinatown”, soffusa a tratti, quasi minimalista, ma sempre dotata di grande carica melodica. Da citare anche la brillantissima “Curved space” giocata su belle poliritmie e dagli aspetti sonori dal gusto canterburyano. Percussiva, tenue, quasi sperimentale “Cold sleep”. E poi c’è “Atmosphere of the Mind” un’altra mini suite aperta ad ogni ipotesi musicale: acustica, folk, rinascimentale, space, classica cameristica, progressive sinfonico yessiano, con il trio violinistico che fa scintille. In fondo al disco è ripetuto l’intero “The ring cycle”, ma stavolta come quattro brani separati. Oltre a sembrare una cosa un po’ strana, non aggiunge nulla a quanto detto.
Dalle corsie dell’ospedale alla sala di incisione questi medici/musicisti si fanno davvero apprezzare e spero che questo non sia davvero il loro ultimo episodio sonoro, anche se – sentita la loro carica e la loro intraprendenza sonora – dubito fortemente che intendano lasciare questa seconda attività. Un altro centro, un altro disco da consigliare.



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Roberto Vanali

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