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HOMUNCULUS RES Come si diventa ciò che si era AltrOck 2015 ITA

“Palermo contro Canterbury: la vendetta!”. Potrebbe benissimo essere questo il titolo di un futuro album dei palermitani Homunculus Res, che con il seguito del primo “Limiti all’eguaglianza della parte con il tutto” (2013) confermano la loro predisposizione verso un umorismo che si esprime con apparente saccenteria, elaborato apposta per prendere in giro chiunque abbia la pretesa di rapportarsi al vissuto quotidiano con accademica seriosità. I diretti interessati hanno avuto modo di chiarire che il non prendersi troppo sul serio fa parte della loro natura; una bella dose di auto-ironia che forse dovrebbe servire come lezione di vita a molti, anche al di fuori dei parametri strettamente musicali. Così, dalla trasfigurazione di Nietzsche (“Ecce homo, come si diventa ciò che si è”), nasce un ossimoro che dà persino la sensazione di poter voler dire qualcosa. La stramba, eterea ed eterogenea musica di canterburyana memoria diviene così il mezzo ideale per la pacata ironia, che sembra non dire nulla ma che invece colpisce fino al midollo, senza poter controbattere per il timore di una figura ancora più barbina. Tra fole (a volte…) apparentemente non-sense, jazz stralunato in cui i fiati divengono un attributo imprescindibile, a cui poi occorre aggiungere tutti quegli elementi indefinibili che danno vita ad un genere vero e proprio, il capoluogo siciliano diviene l’altro lato del tunnel che sbocca proprio… a Canterbury.
Ma l’Italia si era già dimostrata ricettiva a determinate sonorità, soprattutto con i genovesi Picchio dal Pozzo, spesso citati dai nostri come uno dei loro gruppi preferiti. Ed infatti, tra i numerosi ospiti di questo lavoro, vi è proprio Aldo De Scalzi (fratello di Vittorio dei New Trolls), leader di quei famosi “genovesi canterburyani” di cui sopra. Qui, però, c’è più spontaneità, meno ricerca voluta a tutti i costi, tanto che i rimandi ad un gruppo avant-rock come gli Henry Cow sono abbondantemente stemperati dal fluido colorato in cui si ritrovano mixati i National Health meno rumorosi, gli Hatfield and the North, i giocosi sintetizzatori dei Caravan, il Wyatt solista ed anche certe stramberie di David Allen. Ben prodotto pure stavolta da Paolo “Ske” Botta, quest’ultimo ha probabilmente portato in dote alcune influenze da “Rock In Opposition” dei suoi Yugen (autore tra l’altro di un buon lavoro solista nel 2011, intitolato “1000 autunni”), suonando anche i synth su alcuni brani. L’ensemble in cui Dario D’Alessandro compone buona parte dei brani sfrutta l’immagine sfumata di un irreale (ma non più di tanto!) ospedale civico, soggetto sfruttato per creare uno pseudo-concept in cui si vuol mettere in luce come l’ipocondria possa trasfigurare l’esistenza di un essere umano, esclusivamente concentrato su possibili malanni. “Vesica Piscis” (antico simbolo di vita e morte) parla proprio della necessità di andare a prendersi una boccata d’aria fresca in riva al mare, anche se lì si vedrà un gabbiano che mangia wurstel e persino altri uccelli, emblema del fatto che nella vita bisogna per forza confrontarsi anche con i suoi aspetti più crudeli. Vivere è anche e soprattutto questo. Il brano in questione ha poi una delle migliori sezioni strumentali, ma tutta la prima parte è degna di nota, soprattutto con il lavoro di basso in “Operazione Simpatia”, “Doppiofondo del Barile” ed “Opodeldoc”, nella realtà un unguento ancora una volta legato alla situazione ospedaliera. Interessante anche “Egg Soup” – tanto per tornare alle band dal sound tipico della cittadina britannica –, composta e suonata al pianoforte da Steven Kretzmer dei Rascal Reporters, seguita da "Belacqua" con David Newhouse, sassofonista e clarinettista dei Muffin. E a proposito di fiati, forse il miglior apporto tra gli ospiti risulta quello del sassofonista Giorgio Trombino, davvero convincente.
Tutti si sono sperticati in lodi e quant’altro per il gruppo siciliano; si potrebbe andare controcorrente? Magari sì. E dire che l’album sarebbe potuto terminare con la suite di quasi diciotto minuti che si intitola proprio “Ospedale civico”, affermando inoltre che la durata di quest’ultima sembra a sua volta eccessiva, anche se la seconda parte riporta alla mente gli andamenti assonnati e “crepuscolari” di una bella realtà scomparsa come i Tonton Macoute. In effetti, alla fine si è voluto un po’ strafare. Anche questo sembra comunque rientrare nelle figure dei personaggi coinvolti, che col cantato sempre uguale a se stesso – decisamente monocorde – parlano comunque di tematiche a loro modo crude. Un qualcosa che appare congeniale ai palermitani, il cui dialetto ed umorismo, per l’appunto, risulta tra i più duri in Sicilia. Del resto, non è un caso che il duo Ciprì & Maresco (autore di trasmissioni come “Cinico tv”, “Ai confini della pietà”, oltre a film che guardavano a indicibili dimensioni Lovecraftiane!), antesignano dello humor più nero, venga proprio da Palermo. Ma esiste allo stesso tempo la capacità di far scorrere tutto, in un modo o nell’altro. Anche questo è un bell’ossimoro, che tanto piace al gruppo preso in esame.
Al di là di tutto, i canterburyani incalliti avranno di che gioire. Il resto dell’audience, magari, faticherà a capirci qualcosa. Fate uno sforzo, dopo un paio di attenti ascolti ne potrebbe anche valere la pena, riuscendo ad orientarsi in quel mare magnum caotico riportato in copertina.



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Michele Merenda

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