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SALVO LAZZARA / LUCA PIETROPAOLI Guided by noise Filibusta Records 2017 ITA

Dopo gli album con i Germinale, Salvo Lazzara si è dato in maniera inequivocabile alla sperimentazione sonora. Una ricerca dell’essenzialità che ha trovato manifestazione in quella che era ed è tutt’oggi l’espressione mutabile dei Pensiero Nomade. Un progredire musicale che supera gli schemi come dovrebbe fare il prog nella sua eccezione primaria, indipendentemente dalle tonnellate di mellotron, di testi fiabesco-letterari (spesso incomprensibili) e acrobazie tecniche; tutto quanto elencato dovrebbe servire a tirar fuori qualcosa che canonicamente non sarebbe facile esprime con altri mezzi - ed in parte ancora lo fa, quando non è per la maggior parte delle volte esercizio di stile (pur piacevole da ascoltare, bisogna ammetterlo). Ma in realtà esistono tanti modi di “progressivizzare” degli schemi musicali ed i Pensiero Nomade ne sono stati l’esempio lampante. Lazzara qui torna in parte alla proposta di “Imperfetta solitudine”, pubblicando un album solista proprio con quel Luca Pietropaoli che aveva contribuito a fare la fortuna del lavoro pubblicato nel 2013. Anch’egli polistrumentista, Pietropaoli si mette ancora in mostra grazie all’uso degli strumenti a fiato, con quell’effetto fumoso che fa entrare in una specie di nebbia notturna irreale e visionaria. Come accaduto con “Imperfetta solitudine”, risulta molto più facile parlare delle composizioni in base alle emozioni suscitate piuttosto che ai passaggi strumentali veri e propri. Nonostante sembri che i due continuino a commentare con i propri strumenti ciò che accade nel buio della notte, qui non si è più (per la maggior parte del tempo) su una autostrada illuminata solo dai propri fari, come accaduto nel lavoro sopra citato; stavolta, soprattutto nelle iniziali “And the fragile prosperity slowly vanished” e “Flawless”, potrebbe sembrare di stare osservando una nave merci che entra lentamente in un porto, sempre rigorosamente di notte, con andamento guardingo e un faro che dalla torretta illumina a tratti delle parti rimaste inosservate. È sicuramente uno di quei sound che in questi casi viene definito “urbano, con un vociare sullo sfondo che assieme alle trombe effettate rievoca il tran-tran cittadino. Inizialmente Lazzara si sente molto di più, grazie a strumenti a corda che vanno dalle comuni chitarre acustiche ad altri molto più ameni come la chiviola (costruita da Dario Cardelli) e l’oud arabo. Ma andando avanti ci si va concentrando sempre di più su campionamenti e percussioni, lasciando che in un pezzo come “From a different perspective” sia il pianoforte di Pietropaoli a parlare di prospettive esistenziali. L’uso di quest’ultimo strumento denota una natura sicuramente jazz, nonostante la grande trasfigurazione, che emerge ancora di più in “I dare to be kind”, da locale pieno di fumo di sigarette, dall’umore un po’ abbattuto anche per l’ora eccessivamente tarda, rigorosamente scalcagnato. Piano e basso, trombe ed effetti… voci liriche e forse anche un po’ etiliche…
Tutto ciò fa sì che occorra uscire a respirare un po’ di aria fresca, cosa che in qualche modo avviene tramite “If all is clear”, prima dell’arrivo di altre diavolerie elettroniche. Componente che per la fine dell’album tende a divenire decisamente invasiva, anche se poi torna quell’atmosfera… profondamente portuale.
Un album che era partito abbastanza bene e che poi, pur mantenendo la sua qualità, ha cominciato a collassare su se stesso, più precisamente sulla sua ricerca di un nucleo chissà quanto profondo. Il rischio, in questi casi, è di piacere solo a se stessi, anche e soprattutto quando si è minimali. Resta il fatto che il marchio dei due musicisti titolari resta sempre ben impresso e la sperimentazione rimane abbastanza fruibile. Diciamo che rispetto al passato non sarà facile potersi rilassare del tutto ed occorreranno un paio di ascolti per potercisi immedesimare, perché all’inizio si rischierà di mettersi a pensare ad altro, non ascoltando più la musica. Che sia incluso anche tutto questo nell’esperimento verso la famigerata “progressione”?
Ben tornati, comunque!



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Michele Merenda

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