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MEDIABANDA Bombas en el aire Radical Beat 2017 CHL

Reduce dal randagismo sonoro di “Siendo Perro” (2010), il gruppo cileno riprende, dopo anni di silenzio, il suo percorso impervio fatto di contaminazioni e trasformazioni. I cambiamenti più evidenti riguardano la line-up, a dire il vero mai stabile nel corso dei quattro album in studio che dal 2004 ad oggi danno corpo ad una discografia breve ma estremamente valida. Non possiamo fare a meno di notare l’abbandono della voce storica e caratterizzante di Regina Crisosto, sostituita da Valentina Mardones, altrettanto dotata ma forse non proprio alla sua altezza. Ben cinque sono i nuovi arrivi rispetto al precedente album e solo due i nomi storici rimasti, quelli cioè di Cristián Crisosto (sax alto e soprano) e Christian Hirth (batteria e synth). A loro due soltanto appartiene la quasi totalità della musica di questa nuova opera con un apporto prezioso, in termini di interpretazione, da parte di una schiera di musicisti incredibilmente preparata ed affiatata nel dare corpo ad evoluzioni musicali non facili, fatte di istinto, tecnica e di voli rapidi che collegano a vorticosa velocità avanguardia, rock e jazz. Rispetto a “Siendo Perro” confermano la loro presenza, oltre ai veterani già citati, Cristóbal Dahm (sax baritono e alto) e Rodrigo Aguirre (sax tenore e flauto), quest’ultimo autore del brano centrale “Perfectible”, l’unico su cui non abbiano messo mano i due colleghi più anziani. Se pensate che oltre ai fiati già elencati c’è anche il sax tenore del nuovissimo Rafael Chaparro, riuscirete ad immaginare quali siano i colori preponderanti di questa musica imprevedibile e bizzarra. Completano la formazione a nove gli altrettanto nuovi Tomás Ravassa (tastiere) Aurelio Silva (chitarra elettrica) e Felipe Martínez (basso elettrico) ed è così che generazioni diverse di artisti fanno convergere esperienza, energia, sperimentazione e talento in forme musicali sfrontate ma estremamente sofisticate. “Me enteré por Facebook” è una porta di ingresso sgargiante verso un album pronto a lusingare l’ascoltatore (e questo è vero soprattutto in questa prima parte del CD) per poi stenderlo quando meno se lo aspetta. Gli spartiti, vari e variabili, godono di temi melodici nitidi e di una scrittura molto dinamica. Le fragranze sono Hermetiche, con la voce di Valentina che si fonde e confonde con i suoi vocalizzi fra gli altri strumenti. I suoni sono colorati ma vagamente stridenti e dagli aromi brasiliani, quando ecco calare un dolce crepuscolo dominato da un lungo assolo di piano elettrico, piacevolmente complesso e Canterburyano, che ci fa scivolare lungo dolci pendici jazz rock. Sul finale si inseriscono forme free ed avanguardistiche a complicare ciò che poteva sembrare fin troppo semplice ma il gruppo non vuole tirare troppo la corda, non ora, e per il finale, molto dinamico, dove troviamo un bel solo del sax baritono, preferisce non esagerare. E’ tempo della title track che stavolta procede a singhiozzo, convulsa nell’andamento, con la voce di Valentina che con i suoi saliscendi riesce perfettamente a dominare questo nuovo scenario. Si gioca qui su associazioni molto ruvide, con la chitarra, che fornisce una base distorta, ed i grandi fiati in stile Big Band davvero poderosi con tutti quei sax in azione. Questa traccia, non priva di suggestioni Crimsoniane, ha un impianto decisamente sbilanciato verso il rock, grazie anche all’apporto chitarristico dell’ospite Matías Baeza, e si impone alle nostre orecchie in modo fragoroso. Passiamo a “El sofà”, col basso pulsante in primo piano, i singulti della batteria dal sound ultramoderno ed i fiati che sembrano quasi una locomotiva a vapore che attraversa una metropoli immersa nello smog. Il sax, dai suoni limpidi, si pone al centro di frequenze sonore disturbate, seguito dalla voce solista, anch’essa convulsa ma incredibilmente agile. Con l’aumentare della velocità tutto diviene più fluido e anche nell’oscurità di questo pezzo sono instillati momenti di poesia. “Mi ego me odia” si avvale di riff corposi e distorti che ricordano un po’ il modo di fare dei Jack Dupon. Gli arrangiamenti questa volta sono più asciutti e la voce, che sembra intonare slogan a ripetizione, è senza dubbio maschile, anche se non è indicato da nessuna parte a chi appartenga. Eccoci alla già citata “Perfectible”; le melodie sono affidate a sax dalla voce baritonale con una batteria sullo sfondo leggera e rapidissima e l’impatto potrebbe essere quello degli Urban Sax di Artman. Chitarra e fiati corrono via su traiettorie diverse, intrecciandosi ed accartocciandosi ma la versa sorpresa è ascoltare la Mardones che canta urlando in stile Rage Against The Machine, aprendosi la strada attraverso muraglie di suoni pesanti e scabrosi che nonostante tutto non perdono del tutto il loro accento jazz. In mezzo a tutto questo clamore non passa inosservato l’elegante e defilato piano elettrico, fiore che sboccia inaspettatamente e timidamente in un mare di cemento. Vi rendete conto benissimo che dalla traccia di apertura sono avvenuti diversi cambiamenti ed i suoni vengono continuamente deformati, talvolta con forza, e sempre meno spesso con gentilezza. “Deterioro plausible de los íconos erróneos” presenta incursioni rock a fasi alterne e voci maschili in stile rap in uno stile essenziale e caustico che non amo particolarmente ma che probabilmente rappresenta una forma efficace per far arrivare a destinazione i messaggi dei testi che, come di consueto per questa band, veicolano spesso messaggi politici e sociali. Molto più rassicurante per me è riscoprire la dolce versatilità jazz dalle fragranze Hermetiche della successiva “Wikistan”, un brano contorto e gioioso che si avvita lungo i sentieri vocali tracciati con maestria da Valentina e non privo di derivazioni avanguardistiche in stile Samla Mammas Manna. Peccato che sul più bello tutto scompaia, come se qualcuno avesse staccato l’elettricità, e si rimanga al buio completo, a bocca asciutta e privi di quel boccone saporito che ci era stato appena servito. Il brano finisce così, in modo poco rispettoso, abbandonandoci al più soft e conclusivo “Mediabanda”, composto dal gruppo al completo, stavolta privo di troppe sollecitazioni acustiche. E’ innegabile la maestria di questi musicisti nel domare e piegare soluzioni sonore pesanti e difficili da impastare. Nel fare questo i Mediabanda mostrano tutta la loro esperienza sfoggiando uno stile divenuto col tempo inconfondibile. Mi convince meno la loro attitudine a spararti contro raffiche di suoni e parole che ti investono senza troppi complimenti, facendo leva soprattutto sulla forza. Una maggiore capacità nel modulare gli stati di rabbia e una maggiore fusione fra le diverse anime del gruppo forse potrebbe portare ad un ulteriore salto evolutivo. Forse anche rispetto al precedente che appariva sicuramente audace ed avanguardistico, questo nuovo lavoro è forse un po’ esagerato e penalizzato sia per quanto riguarda le soluzioni jazz che per l’apporto delle tastiere. Un disco meno urlato e più ragionato lo avrei preferito, riconoscendo comunque che questo gruppo rimane comunque sopra la media e sarebbe un peccato non conoscerlo.



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Jessica Attene

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MEDIABANDA Siendo perro 2010 

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