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SUBURBAN SAVAGES Kore wa! Apollon Records 2017 NOR

Questo (in giapponese: kore wa), signori, è uno off shot dei Panzerpappa… e già questa prima notizia credo sia sufficiente a farvi drizzare le antenne. A questo punto bisogna vi renda noti immediatamente i nomi dei musicisti, prima che la curiosità vi divori ed eccovi serviti: compositore principale delle sette tracce qui contenute e artefice di questo progetto è Trond Gjiellum in persona (batteria, percussioni, voce solista, programmazione e tastiere). I più vispi di voi ricorderanno che in realtà esiste un precedente album che uscì nel 2007 a nome Tr-Ond and the Suburban Savages e che sfoggiava una copertina con disegno identico ma speculare a quello di “Kore wa!” e su sfondo giallo anziché rosso. L’esigenza era quella di creare musica concettualmente diversa da quella dei Panzerpappa ed ecco quindi che ogni speranza circa ipotetiche somiglianze col gruppo madre si viene a dissipare. Anche se questo non è del tutto vero, come vedremo. Vengono confermati rispetto all’esordio, oltre al leader, i nomi di Anders Kristian Krabberød (bassista dei Panzerpappa), di Hans-Petter Alfredsen (ex tastierista dei Panzerpappa) e di Thomas Meidell (chitarra e voce) mentre si registrano le new entry di Nina Hagen Kaldhol (chitatta e Moog guitar), di Mari Lesteberg (tastiere) e di Ketil Vestrum Einarsen dei White Willow (flauto e voce).
Che dire del Giappone? Il paese del Sol Levante è celebrato nel titolo e nell’iconografia della copertina come anche in alcuni elementi presenti nella musica di questa bizzarra produzione che fra l’altro mi ha fatto subito pensare un po’ all’arte di miniaturizzare le cose tipica di questo popolo ed i Panzerpappa in effetti è come se li trovassimo qui dentro miniaturizzati ed in versione tascabile. Tutto sembra un po’ minimale, dalla lunghezza delle canzoni, sette in tutto, tante quanti gli anni che ci sono voluti a mettere in piedi questo disco, agli arrangiamenti, elaborati ma molto molto essenziali.
“Fade into Obscuruty”, il pezzo di apertura, è forse quello che mi ha maggiormente colpito, forse anche per la sorpresa di ritrovarmelo come prima cosa giunta alle mie orecchie. Il cantato è carezzevole e si fa largo su ritmiche rimbalzanti fra suggestioni new wave ed elementi classicheggianti. La parte centrale si presenta con sonorità ed uno stile che ricorda i videogame degli anni Ottanta mentre il flauto regala inaspettati momenti di dolcezza. Il tutto dura poco più di cinque minuti. Il brano più lungo è quello di chiusura che non raggiunge i nove minuti: “Docteur Mago”, con le sue melodie miniaturizzate e ripetitive e le scenografie un po’ space psych che ricordano forse degli Ozric Tentacles tascabili. Nel percorso di ascolto che collega queste due tracce troviamo un po’ di tutto e sicuramente un titolo come “Pronk” non passa inosservato: fra sobbalzi e cambi di marcia non faccio fatica a pensare ai Cardiacs. Ma i ritmi di tamburi e sonagli di “As I Am Dying” mi portano invece verso i Gentle Giant in una versione povera e spoglia. L’organo porta tonalità oscure e lugubri e tutto viene costruito sempre con pochi ma significativi elementi. Temi sinfonici e ritmi serrati li ritroviamo in “Guarzarondan”, strana a partire dal titolo. “Von Two-Step” presenta ancora ritmi compatti e rimbalzanti con la chitarra distorta, le geometrie e gli incastri che danno la sensazione di un imminente pericolo. E manca a questo punto la title track dall’impatto live e con i suoi innesti pseudo-orientali. Indisciplinata e un tantino RIO gioca molto su dissonanze ed ossessioni. Curioso sul finale uno strano effetto Magmatico, sempre in miniatura ovviamente, che comunque dura pochissimo.
Non c’è altro in questo album fatto di rapide suggestioni da assaporare in tanti piccoli morsi appetitosi ma il cui sapore si dissolve rapidamente. Può essere tanto, può essere niente, dipende dai punti di vista, l’importante è che ci siamo divertiti, questo può bastare.



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Jessica Attene

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