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KARAKORUM Beteigeuze Tonzonen Records 2017 GER

Originari di Mühldorf, in Baviera, i Karakorum si presentano al mondo Prog con questo loro album di debutto; questo tuttavia è in pratica un estratto di un demo registrato l’anno precedente da cui è stata estrapolata (riveduta ed allungata) la lunga suite omonima, suddivisa in tre lunghe parti, pubblicata inizialmente su vinile e poi su CD. La band è composta da cinque musicisti, tra cui due chitarristi; è particolarmente da segnalare il fatto che nella terza parte, la più lunga, i due chitarristi suonano uno sul canale destro (Max Schörghuber) e uno su quello sinistro (Berhard Huber, presente solo su questa traccia). Completano la line-up il bassista Jonas Kollenda, il batterista Bastian Schuhbeck e l’organista Axel Hackner.
Come detto l’album è suddiviso su tre lunghe tracce, denominate semplicemente Part 1, 2 e 3. Con suoni ed atmosfere prevalentemente vintage, la band bavarese ci propone una sorta di krautrock coniugato a un Prog dai connotati più britannici e molte contaminazioni psichedeliche, non senza qualche spunto melodico tuttavia. La dilatazione sulla lunga distanza porta a un susseguirsi di situazioni musicali eclettiche con passaggi talvolta un po’ artificiosi forse, frutto della registrazione quasi in presa diretta.
La prima parte, di quasi 15 minuti, si sviluppa su un incedere vagamente floydiano, con un cantato poco ingombrante (non c’è un unico lead singer nel gruppo peraltro) e jam strumentali che si dipanano piacevolmente, pur con qualche inciampo strumentale. La seconda parte, di nove minuti e mezzo, inizia in maniera languida e melliflua, con delicate escursioni blues e tastiere e chitarra che alternativamente prendono il sopravvento, salvo riunirsi in jam strumentali accattivanti ma raramente sopra le righe.
La terza parte sfiora i 24 minuti di durata (a fronte dei 17 minuti della versione presente sul demo) e si avvia sulle note finali della parte precedente, con una chitarra aggressiva e pesante. Le atmosfere si calmano e la musica si muove per un po’ su binari più crimsoniani, con un cantato a più voci che si alternano e sovrappongono (talvolta con toni volutamente grotteschi, come nella parte centrale). Parti di krautrock si fondono poi con contaminazioni jazz, sviluppando sempre la traccia in maniera tentacolare ed enormemente frastagliata, passando attraverso una moltitudine di situazioni musicali, dai Led Zeppelin agli Iron Butterfly, dagli EL&P ai Birth Control.
Passando sopra alcune forzature ed ingenuità, quest’album rappresenta una bella sorpresa ed è senza dubbio godibile e capace, per sua stessa natura, di crescere ascolto dopo ascolto, consentendoci di orientarci all’interno dei lunghi passaggi strumentali e delle labirintiche jam.



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Alberto Nucci

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