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I AM THE MANIC WHALE Gathering the waters autoprod. 2017 UK

Con l’uscita del suo secondo album, la band di Reading (cittadina che vide muovere i primi passi anche ai Twelfth Night) conferma di voler mantenere la sua posizione di punta tra le nuove band che ripercorrano lo stile new Prog, con decise somiglianze che possiamo individuare con la musica di It Bites, Pendragon o Comedy Of Errors, pur con lo spirito di numi tutelari come Yes o Queen ad aleggiare al di sopra di tutto.
Questo secondo album dunque, giunto a due anni di distanza dal bell’esordio di “Everything Beautiful in Time”, vede la formazione a quattro immutata, con la conferma anche della collaborazione con la flautista Ella Lloyd. L’album si sviluppa attraverso 6 lunghe tracce, tra le quali ne spiccano 3 che oltrepassano i 10 minuti di durata, più un breve interludio. Le prime due tracce dell’album, 8 minuti scarsi ciascuna, ci mostrano entrambe il lato più dinamico e brillante della musica della band, con decisi richiami agli It Bites, specialmente su “The Man With Many Faces”, e cori alla Queen (“The Milgram Experiment”): ritmiche ed atmosfere quasi giocose, piacevolmente new Prog, chitarra distorta ma non troppo heavy, tastiere in bella evidenza… due brani trascinanti, di quelli atti a scaldare il pubblico.
“The Lifeboatmen”, che si estende su 11 minuti di durata, muta leggermente lo scenario: ci si muove su ambientazioni vagamente Yes e Spock’s Beard per un brano che presenta qualche variazione di tema ma piuttosto lineare. Una canzone comunque gradevole con qualche riff azzeccato.
I 13 minuti di “Strandbeest”, suddivisa in 3 movimenti, virano ancor più decisamente su un Prog di stampo più classico, con impasti vocali e ritmiche spezzate che non possono fare a meno di farci spendere il nome dei Gentle Giant o dei primi Spock’s Beard, pur con qualche episodico accenno di funky, con il terzo movimento occupato da una cavalcata strumentale che va a chiudere adeguatamente questo brano che risulterà alla fine il mio favorito.
La breve “I'll Interlude You in a Minute”, delicato interludio in cui compare il violoncello, fa da apripista per i 18 minuti di “Stand up”, suddivisi in 5 movimenti. L’avvio è veloce e ritmato, dai connotati quasi pop, indurendo progressivamente i suoni e tornare quindi su territori It Bites, procedendo tuttavia con una certa monotonia. Il quarto movimento vira poi su sonorità più melodiche, vagamente alla Genesis o Big Big Train, ma la musica ricomincia a correre nell’ultima parte che chiude questa suite non certo disprezzabile ma non ai livelli della precedente.
Questo lungo album si conclude infine con i quasi 8 minuti di “One (Hopefull Song)” che ripropone ed accenna, intrecciandoli assieme, alcuni temi delle canzoni precedenti; una summa quindi costruita appositamente per chiudere l’album in maniera ottimale.
Sinceramente non ero rimasto all’epoca particolarmente impressionato dall’album d’esordio della band di Reading. Forse dovrò pensare di dargli un’altra chance, alla luce di questa seconda prova che mi sembra decisamente gradevole e ricca di spunti interessanti, proiettando la band ai vertici del Prog sinfonico del proprio paese, almeno tra le proposte più recenti.



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Alberto Nucci

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