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MUFFX L'ora di tutti Black Widow Records 2017 ITA

Era dal 2012 che la band salentina non usciva sul mercato discografico. Dopo il loro terzo album intitolato “Epoque”, infatti, il gruppo di Luigi Bruno aveva continuato la propria attività live ed era entrata in studio per il quarto “Nocturno”, ma la morte improvvisa del produttore e amico Pierpaolo Cazzolla aveva gettato la band nello sconforto, che sarebbe stato preludio di uno sbandamento di cui si non si conosceva la fine. Di fatto, quel lavoro sarebbe rimasto inedito e ancora non si sa quando e se verrà mai pubblicato. Bruno – anche leader, tra gli altri, della Mediterranean Psychedelic Orkestra –, dopo un periodo di stallo, ha infine riunito il gruppo ed elaborato un concept attorno al romanzo omonimo di Maria Corti pubblicato nel 1962, in cui si parla dell’invasione turca di Otranto nel 1480, all’epoca porto strategico e fondamentale per l’intera regione. Nonostante in origine il testo (che conteneva vari anacronismi storici…) fosse narrato da cinque personaggi, i cui racconti poi si intrecciavano, l’album in questione è formato da quattro lunghi brani essenzialmente strumentali, con qualche sporadica recitazione (altra critica mossa al testo fu l’uso di dialetti e usi grammaticali settentrionali). Lo stoner che connotava inizialmente la band non è stato eliminato del tutto, ma le strutture sono decisamente più complesse e risultano quindi funzionali alla storia. “Un’alba come tante” comincia con un’introduzione che mischia quella di “Time” dei Pink Floyd con le prime note di “Steep” degli Ozric Tentacles, a cui fa seguito un breve e duro accenno di stoner sabbathiano prima della classica apertura da colossal che appartiene ormai all’immaginario collettivo. Una mistura molto interessante soprattutto quando entra in contatto col blues “notturno”, anch’esso da colonna sonora (stile pedinamento poliziesco), in cui quest’ultimo prende il sopravvento con la chitarra effettata di Luigi, che dopo vari minuti lascia il posto ai sintetizzatori di Mauro Tre, sempre con il basso di Ilario Suppressa che fa da massiccia impalcatura e la batteria di Alberto Ria a far da collante. Una sorta di overture che si conclude con la maestosità cinematografica della parte iniziale, prima di passare alla storia vera e propria con “Vengono dal mare”, in cui la quiete di un pacifico luogo sulla costa viene turbata dall’arrivo degli invasori a bordo di una nave. Un pezzo da ascoltare ad alto volume, per cogliere l’avanzata inesorabile dettata dalla sezione ritmica (notevole l’apporto del basso, in stile quasi Akron) e commentata ora dai synth e ora dalla chitarra. Fasi soliste che si fondono con la ritmica in un sound molto denso e che sembrano interpretare le colonne sonore italiane degli anni ’70 in chiave stoner, prima che un assolo ruvido di Hammond squarci l’attesa e richiami all’appello anche i Goblin.
Gli undici minuti di “Ottocento” sono forse i migliori, grazie a soluzioni psichedeliche sulle sei corde caratterizzate da una forte eco che si snoda lungo le continue note di basso (parlando di cinema, a lui va il premio di miglior attore non protagonista…), e poi le tastiere che seguono lo stile degli Aphrodite’s Child più allucinati. È il brano in cui vengono ricordati gli ottocento martiri di Otranto, tra cui Nachira, uno dei cinque personaggi di cui si parlava prima, anch’esso decapitato. Chiudono i sette minuti incalzanti di “Bernabei”, il cui inizio ha una struttura che sembra già di aver sentito parecchie volte, magari anche con gli Abiogenesi, ma che rimane comunque di buon effetto. L’evoluzione del pezzo vede ancora protagonisti la chitarra e le tastiere, tra una cavalcata simil-arabeggiante e l’altra.
Molti, tanti rimandi ad altre realtà musicali, come si sarà capito. Scarsezza di originalità? Furbizia? Desiderio di finire troppo in fretta? Diciamo che in questo caso non bisognerebbe essere né così drastici e nemmeno tanto sbrigativi, in quanto tutti gli elementi messi assieme funzionano piuttosto bene. Magari questa storia la si sarebbe potuta sviluppare meglio e in modo più esteso, ma il risultato finale non stanca e risulta godibile. I pezzi sono stati suonati in presa diretta, senza overdubs, e la produzione è riuscita a dare spessore, profondità e un sound che – pur essendo indiscutibilmente grezzo – sa molto di anni ’70, senza in questo caso copiare pedissequamente. Insomma, questo ritorno della band pugliese non è affatto male e si fa ben ascoltare.



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Michele Merenda

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