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VANTOMME Vegir Moonjune Records 2018 BEL

Devo ammettere che vedere tra gli ospiti di questo disco, in posizione peraltro preminente all’interno della band, una figura di rilievo e spessore quale Mr. Tony Levin, mi ha lasciato con un po’ di apprensione. Sì, perché se da una lato mi veniva da pensare: “Be’, non sarà certo una schifezza”, dall’altro lato mi assalivano i brividi, immaginandomi di fronte all’ennesima ciofeca metallico progressiva. Invece, caspita, no.
Dominique Vantomme, padrone di casa, autore, arrangiatore e produttore dell’intero lavoro è un poderoso sperimentatore della tastiera, specie se vintage. Sconosciuto alla massa progressiva, Vantomme cresce tra studi classici, jazz, blues e pop, sempre con piglio innovativo e, prendendola molto alla larga, sperimentale.
Ho già detto di Tony Levin, bassista che – certamente – non ha bisogno di presentazione alcuna, sia con il basso, sia con lo Chapman Stick, si fa notare, sempre, per bravura, puntualità e complessità delle metriche, coadiuvando più spesso la melodia, piuttosto che la ritmica. La band formata per questo disco vede anche il chitarrista Michel Delville, che conosciamo bene per le lineup di Wrong Object, di douBT e altre realtà belghe e il batterista Maxime Lenssens, con all’attivo decine di collaborazioni in tutto il mondo, nessun nome di vero rilievo, una bravura impressionante e uno stile collocabile tra Bill Bruford e Pierre Moerlen.
Da tutto questo esce un disco super suonato, tecnicamente ineccepibile, formalmente pulito, perfetto, ma anche dotato di una grande anima musicale, persino nelle parti liberamente tendenti all’improvvisazione.
Il CD che ho in ascolto porta otto brani, quasi tutti di ampia lunghezza, attestati sui nove minuti, con punte di tredici e un unico piuttosto breve sui quattro minuti e mezzo. Si tratta, tutto sommato, di una fusion molto trasversale, ricca di sonorità calde, portate dal Fender Rhodes, dal Mellotron, dal mini Moog, ma anche da bassi profondi, chitarre vagamente crimsoniane e ritmi sempre complessi, espressi in maniera personale e puntuale.
Inizio con il citare la notevolissima “The self licking ice-cream cone”, nella quale troviamo una grande e perfetta summa del lavoro, momenti zappiani ritagliati da “Grand Wazoo”, lacerazioni frippiane, liberamente improvvisate. Un brano dotato di grande versatilità e di una varietà di proposte da spiazzare. Sullo stesso piano qualitativo, ma diversa come caratteristiche è “Playing chess with Barney Rubble” puntualizzata da echi di Matching Mole e Quiet Sun sospesi tra chiari atteggiamenti alla Dave McRae. In evidenza un lavoro magistrale di Levin.
Altra citazione d’obbligo è per l’opener “Double Down”, un jazz rock con un crescendo caldo, soffice, che si tramuta, con un sound vorticoso, attorno ad un ostinato di piano elettrico e una lacerante chitarra in assolo perpetuo, ma di sottofondo. Grande maestria, senza dubbio.
Completamente anomala rispetto agli altri brani è la lunga “Equal minds”, uno slow time poliritmico che non arriva a 70 battute minuto, che sul gracchiare ritmico di una seminascosta chitarra, porta avanti una serie di assolo di tastiera, inframezzati da una porzione elettronica improvvisata e decisamente avant, per chiudere con un duro duetto Chapman Stick – chitarra, degno delle migliori improvvisazioni kraut. Per gli altri brani, rimando all’ascolto diretto, ne vale la pena, per farsi, ancora una volta, sorprendere da questa musica.
A conti fatti la situazione di bilico generata dalla musica di questo album è riassumibile in un Canterbury crimsoniano. Cioè un qualcosa che ti entra nell’anima al volo, senza intermediazione alcuna, senza dover attendere secondi o terzi ascolti; quelli servono per affinare le parti e le varie intricate strutture. Personalmente, pur trovandoci solo a inizio anno, so che terrò in debita considerazione questo disco per le migliori uscite del 2018, consigliandolo ad ampio raggio.



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Roberto Vanali

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