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MAJOR PARKINSON Blackbox Karisma Records 2017 NOR

Questo è uno di quei dischi che ti si imprimono dentro e ti fanno pensare che nonostante tutto ci sarà sempre qualcosa di nuovo da ascoltare che merita di passare ai posteri! E i posteri, ascoltando il quarto disco dei Major Parkinson, in effetti potranno proprio chiedersi un pò smarriti: ma cosa ci è capitato per le mani? Si, perchè "Blackbox" è un lavoro che non si lascia inquadrare tanto facilmente, anzi, è un pò il classico disco che potrebbe risultare incomprensibile se non irritante per molti ed essere un capolavoro ai pochi! Io tenderei a sbilanciarmi quasi tra i pochi perché... capolavoro non lo è ma che discone!
Major Parkinson è un gruppo norvegese, terra che abitualmente ci ha fatto conoscere parecchi musicisti fuori dagli schemi, in attività da ormai dieci anni, il primo omonimo disco era uscito nel 2008 e si era fatto notare per il suo spericolato crossover stilistico cantauroriale cabarettistico con venature di progressive-art rock alternativo, con un importante punto di riferimento come il Tom Waits più teatrale, ammiccamenti al romanticismo noir dei The Black Heart Procession e certe eclettiche stravaganze canore alla Mike Patton. Con il tempo e qualche rimaneggiamento nella formazione i Major Parkinson hanno affinato il loro stile, in particolare con il precedente "Twilight Cinema", dove il gusto per il teatrale ed il grottesco si fonde con quello per l'eccesso, in una deliziosa ed intrigante sfilata di stimoli, simbolismi e stili diversi, senza tralasciare mai il piacere dell'intrattenimento ludico e della melodia accattivante e raffinata... Infine la vena più oscura e morbosa del gruppo ha preso una parte rilevante che ci ha portato fino a "Blackbox", disco che segna un passaggio verso atmosfere più gotiche ed elettroniche, con sonorità glaciali che ammiccano verso la darkwave anni ottanta.
"Blackbox" è al momento forse il disco più appetibile dei Major Parkinson, almeno per l'ascoltatore casuale. Ora accanto alla voce cavernosa di Jon Ivar Kollbotn troviamo la più leggiadra e maliziosa vocalist Linn Frokedal, l'apporto dato dalla violinista Claudia Cox aggiunge un ulteriore tocco di poetica decadente, un po’ neoclassica e un po’ folk, alle tetre pantomime di Major Parkinson. Mi piace l'accostamento di trame gotiche con l'esuberanza cabarettistica e lunatica di Cardiacs, Estradasphere e Mr. Bungle, in particolare dai Cardiacs prendono il gusto per la melodia incalzante ed onirica, però dove i Cardiacs cercavano l'effetto psichedelico, l'effetto di "Blackbox" è più quello di un incubo, a tratti quasi infernale.
Come anche in "Twilight Cinema" i colpi di genio non mancano, come la breve sinfonia minimale alla Philip Glass di "Scenes From Edison's Black Maria" seguita dallo stravagante synth-pop inquietante di "Madeleine Crumbles" oppure nella ballad intimista "Strawberry Suicide", degna del miglior Peter Hammill; il lungo delirio di "Baseball" stordisce per le sue ambizioni letterarie e riferimenti progressive associati tra di loro in maniera stramba in un flusso di musica implacabile. Interessante come certi temi, specialmente nei testi, siano rivisti in più brani quasi come a dare un senso di concept all'intero disco anche se dai significati forse un tantino imprescrutabili, ma almeno i Major Parkison ci fanno venire davvero voglia di seguire con più attenzione i testi, cosa non del tutto scontata al giorno d'oggi! Così "Blackbox" è uno degli album più inquietanti ed eccentrici che mi è capitato di ascoltare negli ultimi tempi, tanto basta per essere una delle più intriganti uscite del 2017!



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Giovanni Carta

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