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ME AND MY KITES Natt o dag Sound Effect Records 2018 SVE

Questo combo svedese è giunto al suo terzo album e probabilmente quasi nessuno dei nostri lettori ne avrà mai sentito parlare. Beh… io stesso non è che li abbia scoperti chissà quanto tempo fa… ma il primo ascolto di questo loro terzo lavoro ha sancito un amore istantaneo! Non si tratta del solito gruppo Prog scandinavo dai suoni oscuri e sinfonici (ce ne fossero, comunque…) ma non si può neanche dire che i nostri non ci propongano una formula musicale altrettanto datata e radicata negli anni a cavallo dei ’70! Siamo di fronte a una delicata e soffusa psichedelia infarcita di dolcezza flower power e canterburyana (Caravan e Kevin Ayers i primi nomi che balzano subito alla mente). Tra gli altri riferimenti che il gruppo stesso indica mi piace inoltre evidenziarne due, Fuchsia e Bo Hansson, e aggiungerne un altro: i Renaissance.
Il pilastro che pare essere il principale sostegno su cui poggia la band è il polistrumentista David Svedmyr (piano, basso, chitarre, Mellotron, clavicembalo, cittern), membro anche di un altro gruppo, gli Our Solar System, di cui forse avremo modo di parlare in futuro. Me And My Kites è lungi dall’essere una one-man-band, peraltro, visto che quest’album vede la presenza di 14 tra musicisti e vocalist, questi ultimi con ampia e maggioritaria rappresentanza femminile. L’album ha una durata contenuta ed è strutturato nella forma della sua versione in LP, con 5 tracce sul lato A (“Natt”, notte) e altrettante sul B (“Dag”, giorno).
Le tracce del lato A hanno un aspetto crepuscolare e soffuso ed hanno durata piuttosto omogenea, introdotte dalla title track strumentale (la più breve) e seguita dalla seducente “Fingers of Senja”, a metà strada tra Caravan e King Crimson, ma con un delizioso cantato femminile che ritroveremo con piacere nel prosieguo dell’ascolto. Le liriche, sussurrate come testi poetici e ballate al chiar di luna, sono in inglese, con la presenza però di vari brani strumentali. E’ piacevole l’alternarsi delle varie strumentazioni (archi, flauto, Mellotron…) all’interno delle canzoni, senza mai (o quasi) un suono corposo e pieno, giocando sempre in punta di dita e lasciando il proscenio al cantato o, nelle fasi strumentali, all’intreccio di non più di due strumenti, con una batteria discreta a segnare timidamente l’andatura.
Chiuso il primo lato dell’LP con lo squisito strumentale “En Väldigt Speciell Havsfest”, con forti tracce di folk svedese, giriamo (idealmente) il disco per trovarci alle prese col lato diurno, costituito da tre pezzi brevi e due tracce lunghe (8 minuti ciascuna). La prima di questa è “Dull Sky” in cui ritroviamo il grazioso cantato femminile, a più voci peraltro. Un brano che si sviluppa in modo lento e suadente e che nella sua seconda metà, se possibile, rallenta ulteriormente il suo incedere fino a terminare praticamente in silenzio. Piacevole la breve e folkeggiante “AC/DC” (!) e l’ancor più breve divertissement mellotronico “All Colours, Come Back!” che lasciano il campo al finale costituito dal lungo strumentale “Man Kan ta Allt ur Jorden och Använda det, men det Kommer inte Tillbaka”, dalla ritmica più sostenuta e quasi ripetitiva, pur con l’apporto di varie strumentazioni, relegate quasi in secondo piano, ed una chitarra distorta inusuale in tutto il resto dell’album.
Mentre scrivevo questa recensione mi sono accorto di aver usato e ripetuto troppe volte la parola delizioso. Ho dovuto provvedere in nome di un buono e corretto italiano, ma non sono minimamente pentito di essermela fatta scaturire dalle dita numerose volte. A voi le vostre valutazioni, se vorrete.



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Alberto Nucci

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