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RING VAN MÖBIUS Past the evening sun Apollon Records 2018 NOR

Nascono come funghi queste band norvegesi, o comunque scandinave, dedite ad un Prog datato, con strumentazione in gran parte analogica. Questo quartetto viene dall’isola di Karmøy, all’estremità occidentale del paese, e pare spuntato dal nulla, come vari altri in questi ultimi anni; il loro album d’esordio è composto da 3 sole tracce, la prima della quali di quasi 22 minuti, per un totale di circa 42 minuti, durata ideale anche per la stampa su vinile, com’è d’uopo.
La chiara ispirazione mutuata dai Van Der Graaf Generator, prima ancora di iniziare l’ascolto, può essere subodorata dalla presenza in formazione del sax. Anche qui comunque il tastierista Thor Erik Helgesen è l’autentico protagonista della scena coi suoi Hammond, Rhodes, Clavinet e Moog, oltre alle parti vocali, ugualmente a suo carico. “Progressive rock straight from 1971, but made today” recita la loro auto-presentazione; interessante, certo… e tutti noi che amiamo questa musica non possiamo fare a meno di essere incuriositi... ma quanti ne abbiamo visti già passare ormai con questi precisi intenti?
Iniziato l’ascolto, cominciamo ad addentrarci nella lunga title track d’apertura e ci rendiamo conto che i VDGG, pur rappresentando come detto una forte fonte d’ispirazione, non sono oggetto di clonazione spudorata, riuscendo i nostri a coinvolgere nel proprio sound elementi crimsoniani e psichedelici, con un cantato che, se non tanto nella timbrica, talvolta è accostabile stilisticamente a Greg Lake o anche a Boz Barrell, salvo diventare più graffiante e hammilliano nei momenti più tirati. Il sax, pur presente, non viene poi utilizzato così di frequente, riducendo di fatto il gruppo ad un trio.
La tradizione Prog è quindi ben presente e rispettata nella musica di questo gruppo. Alla resa dei conti tuttavia la prima traccia scivola via senza grossi sussulti, in un susseguirsi di belle atmosfere, bei suoni, un mood piacevole ed avvolgente, ma senza riuscire a smuoversi da un’aurea mediocritas che si faccia apprezzare particolarmente. Alcuni movimenti riescono a catturare la nostra attenzione per un breve periodo, salvo poi scemare e stemperarsi e far scivolare di nuovo la musica nel semi-anonimato. Discreta anche la parte centrale dell’ultima traccia “Chasing the Horizon”, di quasi 12 minuti.
In sostanza quest’album sembra poco più di un grazioso “vorrei ma non posso”, decisamente ascoltabile, e pur anche apprezzabile, per i fans del Prog datato e dei tastieroni analogici, ma non riesce ad incantare e ad andare oltre un timido apprezzamento…



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Alberto Nucci

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