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PROGELAND Harmony of the universe Melodic Revolution Records 2018 FIN

Narra la leggenda che i Progeland siano stati fondati nel 2007 dal bassista Petri Lindström con la volontà di intraprendere un viaggio di esplorazione nelle terre del Prog; accanto a lui in quest’avventura di esplorazione ci fu fin da subito il cantante Tomi Murtomäki, aggregando via via altri avventurosi musicisti in quest’epica avventura. Il primo album di quest’entità musicale, uscito nel 2014, ci è malauguratamente sfuggito. Nel frattempo il nostro avventuriero è entrato anche a far parte dei Corvus Stone, discreto gruppo hard Prog che, ad oggi, ha già pubblicato tre album.
Cominciando ad ascoltare questo secondo lavoro a nome Progeland, e non avendo appunto ascoltato niente in passato, mi sentivo abbastanza ben disposto, viste le premesse anche date dalla scelta del nome che dovrebbe anticipare qualcosa decisamente calato nella musica Prog, senza se e senza ma… anche se ovviamente le modalità di attuazione di questi intenti possono spaziare attraverso un range di stili e riferimenti molto ampio; è il bello della musica che amiamo, no?
Il primo approccio con l’album è a dir poco spiazzante. Superato il breve prologo strumentale, che potrebbe essere anche promettente, cominciamo a trovarci alle prese con la voce di Tomi, onnipresente e predominante. Non saprei come definirla con esattezza; da un punto di vista prettamente tecnico non è certo disastrosa ma la timbrica sembra a volte una via di mezzo tra la parodia di un tronfio cantante lirico sfiatato e un vocalist metallaro con muscoli da impiegato nelle corde vocali. Aggiungiamoci che, come accennato, essa trovi necessario essere presente praticamente in ogni momento musicale dell’album, non solo lasciando pochissimo spazio alle parti essenzialmente strumentali ma anche risultando registrata in primo piano, relegando gli strumenti in sottofondo in un miscuglio difficilmente udibile ed in cui è quasi impossibile discernere una chitarra da una tastiera.
Dobbiamo attendere i rari momenti strumentali per poter capire che, tutto sommato, non si capisce proprio che fine abbia fatto tutta questa passione e devozione per il mondo del Prog dichiarata negli intenti iniziali. La musica non è di certo che non possa essere definita Prog ma il gusto della melodia, degli spunti strumentali pieni di pathos… di qualcosa che insomma possa attirare un ascoltatore appassionato di questa musica, sembra quasi sconosciuto.
I 7 brani presenti nell’album sono per lo più lineari, cercando essenzialmente di accompagnare e non infastidire il cantato, concedendosi saltuariamente qualche botta di vita in qualche soluzione musicale che, per alcuni secondi, si discosti dallo zoppicante ed indistinguibile incedere generale. Il giudizio finale, a questo punto, concedetemi di risparmiarvelo.



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Alberto Nucci

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