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GREY MOUSE A moment of weakness autoprod. / Addicted Label 2021 RUS

I Grey Mouse sono una band fondata a Mosca alla fine degli anni ’90 da Alex Chunikhin, che da allora ne costituisce l’unico membro fisso; durante la loro carriera, hanno goduto di una certa notorietà in patria in quanto presenza fissa di festival locali e autori di sonorizzazioni di capolavori del cinema muto dei primi del ‘900. Nella loro presentazione, si autodefiniscono autori di “rock psichedelico”, ma vedremo quanto questo attributo possa risultare non troppo accurato per descrivere la loro proposta musicale. Non dobbiamo pensare infatti ad una psichedelia colorata e giocosa come quella dei primordi, né ad effluvi space sull’onda di band come Ozric Tentacles e la loro infinita schiera di emuli. La musica di questa formazione oggi ristretta ad un trio di base (pur con un batterista aggiuntivo ed una violoncellista ben presente) è frutto di una miriade di cambiamenti di rotta apportati probabilmente anche dai musicisti che si sono avvicendati; ciò ha portato la band a virare da un rock-blues influenzato dal grunge e dallo stoner-rock verso qualcosa che probabilmente potrebbe presentare qualche motivi di interesse per una platea avvezza al rock progressivo, anche se includere tout-court il gruppo in tale calderone pare un pochino azzardato. Ciò che possiamo ascoltare in quello che dovrebbe essere il loro terzo o quarto album in studio di piena durata, è un rock da loro stessi etichettato (e concordo appieno) “depressivo-psichedelico” con tendenze cameristiche ed atmosferiche, non immune da qualche sporadica tentazione country-rock alternativo (ma sempre adottando tempi che spesso sfociano in una lentezza snervante e disturbante) e un certo retaggio blues ancora presente ma solo come retrogusto nella chitarra e nello stile vocale. In fin dei conti, una proposta più affine a certe correnti crossover statunitensi che non a quanto si è avvezzi ad ascoltare nel Vecchio Continente.
Gli otto brani, per una durata complessiva che non raggiunge i 40 minuti, sono caratterizzati dalla voce monocorde e leggermente inquietante di Mikhail Kudrey (che se la cava senza problemi con la lingua inglese), adagiata su pigri e languidi arpeggi e accordi di una chitarra elettrica scarnificata, cortesia del già citato fondatore, con il suono gotico del violoncello di Uliana Volkova a sottolinearne una certa vena funerea. Le tastiere sono assenti, la batteria è una presenza discreta, mentre il basso diventa lo strumento portante in più di un’occasione (ad esempio, “On the run”); gli strumenti etnici apparentemente utilizzati nei lavori precedenti, sono stati completamente abbandonati. A seconda dello stato d’animo dell’ascoltatore, queste composizioni così fosche, immobili e cerebrali possono indurre uno stato di quasi ipnosi, stimolare una riflessione meditativa oppure infastidire senza possibilità d’appello. La musica sembra sempre in procinto di anticipare un crescendo, ma i Grey Mouse non sono una band post-rock e la loro scrittura non prevede contrasti e chiaroscuri. Paragoni sensati in ambito progressive sono ardui da enunciare, forse qualche parte strumentale, come gli incipit di “Dark road” e “Here comes the storm”, può richiamare vagamente i primissimi Anekdoten, i connazionali Makajodama o i polacchi Indukti, ma certi accostamenti possono risultare fuorvianti. Qualche scheggia sonora dei The Doors più oscuri è forse riscontrabile in un brano come “Better than me”, in cui le declamazioni di Chunikhin sono accostabili ai lamenti esistenziali di Morrison.
Probabilmente il setting ideale per l’ascolto di questo interessante album sarebbe una tetra serata invernale di pioggia; devo confessare a mezza bocca che ascoltare la chiusura di “Suicide song” (una lettera d’addio seguita dallo sparo finale) in un torrido pomeriggio di luglio ha messo alla prova i miei nervi. Da segnalare la professionalità della registrazione, non qualcosa da dare per scontato quando si parla di autoproduzioni, per cui la band merita senz’altro un plauso.



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Mauro Ranchicchio

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