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MESS EXCESS From another world part 2 Qua’Rock Records 2021 ITA

Terza uscita per il sestetto fiorentino e seconda parte di un concept varato tre anni prima. Seguendo il notiziario televisivo, un insegnante trentacinquenne apprende che un vecchio compagno di università è stato ucciso. Inverosimilmente, gli organi di informazione dipingono l’amico defunto alla stregua di un terrorista. L’uomo, incredulo, decide allora di indagare per conto proprio e alla fine sorge un fatidico e continuo dilemma: scoperchiare ciò che potrebbe essere stato trasfigurato dalla verità ufficiale oppure non mettere in dubbio la reputazione del proprio Paese, che eventualmente avrebbe creato ad arte la notizia? Una storia tutt’altro che lontana dalla realtà, anche perché ci sono di mezzo i Paesi arabi e ovviamente la CIA (oltre al fatto che c’è anche un certo Morpheus… Il nome suggerisce qualcosa?), con cui si mette comunque in risalto l’importanza del dubbio su quelle che sembrano verità acclarate.
I Mess Excess, formatisi nel 2009, hanno dovuto spesso provvedere a dei cambi di formazione e infatti, dopo l’uscita di quest’album, la cantante Marina Lotti ha lasciato per ragioni familiari. Ma nel contempo è stato cambiato anche il chitarrista; pare che sul lavoro in esame suonasse un turnista rispondente al nome di Giovanni Pedoto, che non solo ha arrangiato le partiture inerente il proprio strumento, ma è stato anche indicato tra i co-autori delle musiche di alcuni pezzi. Per strutturare la storia, anche per questo epilogo la band toscana si è affidata alla forma del prog-metal, sfruttando spesso i vari stereotipi che il genere richiede “Deceiver’s Stare” sembra aprire un classico album di prog-metal italico, con ritornelli orecchiabili e assoli godibili, coordinate che continuano sulla seguente “Brainstorm II”, sei minuti strumentali in cui però qualcosa comincia leggermente a cambiare. “Momenths of Growth” sfiora i dieci minuti e denota alcune particolarità, a cominciare dall’inizio misterioso dettato dall’intreccio tra la voce solista di Marina e la backing vocal di Helene Costa, dedita esclusivamente a questo ruolo (poco appariscente ma comunque delicato e in certi casi basilare). Composizione che cresce poi di intensità soprattutto nella seconda parte. I dodici minuti di “Escape From the Moon Madness: The Final Warning” sono aperti dal giro di basso del sempre solido Andrea Giarracco, denotando nel complesso un bell’inizio, lento, grazie ad un cantato molto sentito che si innesta su quello che sembra un campo di battaglia martoriato. Segue il gioco di tastiere dettato da Fulvio Carraro e un break tipicamente prog-metal, ma stavolta connotato assolutamente da una marcia in più. Marina Lotti canta su toni molto alti e la struttura diventa sempre più complessa; viene da pensare a come si sarebbero potuti evolvere i Fates Warning se fosse rimasto John Arch con la sua voce tagliente e loro avessero continuato ad espandere una tipologia di heavy metal (comunque evoluto) che già stavano elaborando col terzo album “Awaken the guardian” (1986). Tornando al brano in esame, intorno agli otto minuti i controtempi della batteria di Michel Agostini devono intrecciarsi con i passaggi tastieristici, ora al pianoforte e ora ai sintetizzatori, doppiati poi dalle note di chitarra. Momenti di atmosfera solenne che in seguito sfociano in un cantato ancora più acuto, a cui si associano nel finale anche i cori maschili. Bello il pianoforte malinconico che apre “The Scheming”, pezzo che rende bene nella sua parte strumentale, in cui proprio il pianoforte vira su schemi jazzati, sopra un tappeto tracciato dalla chitarra elettrica.
“Spaces” sembra più riflessiva, aperta con successo dalle doppie voci, prima che il basso tonante riporti su coordinate decisamente più dure e le sei corde elettriche, a cui seguono le tastiere, volteggino sul battito indiavolato della batteria. Tutto questo è il preludio alla conclusiva “Showdown”, dove i riferimenti agli anni ’70 sono a tratti più evidenti, soprattutto per quanto riguarda i tasti d’avorio. La voce orbita sempre tra note acute e affilate, lasciando poi spazio agli strumenti solisti che con le loro esecuzioni creano anche atmosfere sognanti.
Un album godibile, capace di scorre anche abbastanza bene, che però – nel bene e nel male – rispecchia perfettamente proprio il succitato prog-metal italico: come detto, ritornelli orecchiabili e assoli godibili, preparazione tecnica più che buona ma, per lunghi tratti, assenza di quel quid indefinito che permette di fare la differenza e di essere ricordati. Comunque un’uscita più che sufficiente, soprattutto per il settore in questione.



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Michele Merenda

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