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| BI KYO RAN |
Bloodliners |
June Dream |
2025 |
JAP |
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Sono sempre graditi i ritorni di quei gruppi giapponesi che avevano vivacizzato un po’ la scena prog degli anni ’80. Erano oltre venti gli anni di silenzio per i Bi Kyo Ran, fermi al disco “Sakigake!! Cromartie High School” uscito nel 2004 e colonna sonora di una serie televisiva d’animazione. Nel 2025 la band si è ripresentata con formazione rinnovata, che vede al fianco dello storico chitarrista e leader Kunio Suma (impegnato anche al mellotron), Wasei Suma al violino e i nuovi innesti Tatsuno Shiina al basso, Ken Tsunoda alla batteria e alle percussioni e Haromi Saegusa alle parti vocali. Alcuni ospiti arricchiscono la strumentazione utilizzata con tastiere, marimba e percussioni. Per chi non conosce bene i Bi Kyo Ran, ricordiamo velocemente che stiamo parlando di una band che fin dagli esordi ha mostrato una forte influenza dei King Crimson del periodo 1973-74 e che negli anni ’90 ha indurito molto il sound, vagamente sulla scia degli Anekdoten. Con “Bloodliners” si punta sulla continuità con il passato. Anche in questo nuovo lavoro, quindi, incontriamo un heavy-prog impetuoso, a tratti violento, eseguito con perizia e voglia di trascinare l’ascoltatore. Subito il primo brano “Short film” presenta quell’assalto sonoro tipico della musica del gruppo, con ritmi prorompenti e i suoni duri della chitarra elettrica nervosa e del violino elettrificato che si fondono gli uni negli altri. “Lock me” si rifà più ai King Crimson degli anni ’80, ma sempre con quella ruvidezza di base che tanto piace ai Bi Kyo Ran. Decisamente più curiosa la terza traccia “Sand palace”, dai toni più scanzonati e con tentazioni etnico-folkloristiche. I sei minuti e mezzo di “Check 1. 2. 3.” restano forse il picco del disco, grazie ad una serie di interscambi e di momenti solistici tra violino, tastiere e chitarre, mentre “Exit for dreams” sorprende con il suo incedere drammatico e classicheggiante. Seguono una serie di brani che continuano sulla falsariga della derivazione crimsoniana, mettendo comunque in mostra anche una buona personalità, visto che la voglia di una forte emulazione viene fuori solo in pochi pezzi. Il tutto alternando soluzioni più pesanti come quelle adottate con le prime tracce e momenti non così aggressivi, con il mellotron sempre a fare sentire la sua presenza. Gli standard sono discreti, ma senza picchi elevati. Delizioso il finale affidato alla breve (poco meno di due minuti) “Bloodliner I”, incantevole tassello per sola chitarra acustica, molto à la Anthony Phillips. Un buon ritorno. Non sconvolgente. Ma con una band che nonostante i cambiamenti di organico non perde la sua identità.
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Peppe Di Spirito
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