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| JOHN LEES’ BARCLAY JAMES HARVEST |
Relativity |
Esoteric Antenna |
2025 |
UK |
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Ci sono voluti ben dodici anni per dare un seguito a “North”, quello che era l’ultimo album in studio dei Barclay James Harvest nella veste guidata da John Lees. Una gestazione lunga che ha portato ad un disco lungo, visto che raggiunge i settantotto minuti di musica. Si tratta di un concept incentrato sulle interconnessioni e le relazioni umane e cosmiche. Musicalmente non ci sono sorprese, visto che siamo di fronte al solito elegante prog melodico che da sempre caratterizza questa sigla storica. Tutte le composizioni sono firmate dai quattro membri del gruppo, John Lees’ (chitarre e voce), Craig Fletcher (basso, chitarra acustica e voce), Jez Smith (tastiere e voce) e Kev Whitehead (batteria e percussioni), a dimostrazione del lavoro di squadra che c’è stato per quest’album. D’altronde, ascoltando i brani si nota che John Lees’ non tende mai ad accentrare la musica sulla sua chitarra, anche se non mancano quei solos elegantissimi che da sempre sono un tratto distintivo dei Barclay James Harvest. I momenti più interessanti sono le due parti della title-track, che aprono e chiudono il disco e che si protraggono entrambe per oltre nove minuti. La prima inizia con un’introduzione d’atmosfera un po’ spacey, per poi proseguire con un prog sinfonico raffinato e dalle intriganti melodie. La seconda è un gioiellino incentrato sul guitar-playinga lirico di John Lees’, vicino ad uno stile gilmouriano, su sfondi di mellotron e chiaramente discendente dei più classici ed epici pezzi degli anni ’70 dei Barclay James Harvest. In mezzo a queste due tracce una serie di brani strutturati in maniera più semplice, anche se spesso e volentieri superano i sei e i sette minuti e che sono per lo più incentrati su un romanticismo malinconico, senza grossi scossoni. Ci si muove tra pop orchestrale (probabilmente ancora oggi alcuni ricordano l’appellativo di “Moody Blues dei poveri” che fu affibbiato in maniera frettolosa e superficiale alla band), rock sinfonico raffinato su ritmi compassati, soft rock diretto con echi di Alan Parsons Project e ritornelli di presa immediata e ballate che puntano direttamente al cuore. Tra picchi apprezzabili (“Hourglass” e “Snake oil”) e quelli che possono essere considerati riempitivi banali (a partire dal singolo “Peace like a river” e proseguendo con “The end of days” e le sue trombette pop-gospel), potremmo dire che “Relativity” si protrae un po’ troppo per le lunghe e qualche taglio avrebbe giovato. Al contempo, può sicuramente essere visto come il disco che esattamente ci si può aspettare dai Barclay James Harvest di John Lees’, che, con il giusto effetto nostalgia, continuano ad andare in diretta continuità con il passato.
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Peppe Di Spirito
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