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DELIRIUM Sesta strada lungo il tempo Black Widow Records 2026 ITA

Quello della band ligure è ormai un autentico… viaggio negli arcipelaghi del tempo. Citazione che può anche suonare banale, sfruttando con facilità il titolo del loro storico terzo album datato 1974, ma che col senno del poi rispecchia in pieno le traversie di questo gruppo. Una compagine che si immerge nelle onde dei decenni e sparisce, riemerge di colpo rinnovata a distanza di anni, per poi mimetizzarsi e di nuovo ricomparire. Dall’esordio del lontano ’71 è rimasto ormai solo il tastierista Ettore Vigo, in sella fin da quando esistevano i Sagittari; assieme a lui, oggi, il flautista e sassofonista Martin Grice, che prese il posto di Ivano Fossati anche alla voce, subito dopo il debutto, contrassegnando così una proposta che si mescolava anche col jazz-rock. E dire che il rock progressivo dell’ensemble genovese strizzava facilmente l’occhio anche alla canzone popolare dal ritornello facile dei tempi che furono, come dimostra la partecipazione al festival di Sanremo con “Jesahel”. In questo nuovo corso, dietro al microfono c’è stabilmente Alessandro Corvaglia, conoscenza ormai ben consolidata del prog italiano più o meno contemporaneo, già protagonista (tra gli altri) di Höstsonaten e Maschera di Cera. Dal 2009, i nostri hanno aggiunto al proprio nome la sigla I.P.G. (International PROGressive Group).
Si può tranquillamente dire che non vi è alcun tentativo di cambiare percorso o forzare la mano intraprendendo strade particolarmente impegnative; semmai, il sound viene adeguato dal punto di vista della produzione ai tempi odierni, pur mantenendo l’ispirazione del decennio che li aveva visti protagonisti. Di certo, la presenza di elementi come il chitarrista Michele Cusato (con loro dal 2014), il bassista Fabio Chighini (presente addirittura dal 2001) e del nuovo batterista Enrico Tixi ha portato nuova linfa sia alle composizioni che alle esecuzioni vere e proprie. A testimonianza di tutto quanto detto, l’iniziale “Schiavo della viltà” è una suite che sfiora i ventidue minuti, cominciando in grande e ricordando le proprie radici prog. Già l’introduzione arcana riporta indietro negli anni, condotti poi dalla voce stentorea di Corvaglia che sembra narrare la storia sfruttando varie sfumature della voce. Il lungo minutaggio non appare come un esercizio di stile bensì come un’esigenza autentica del brano, che necessita di ampio uso di soluzioni per raggiungere il suo pieno compimento. L’ottima produzione della Black Widow Records fa risaltare i singoli strumenti, soprattutto il basso, che non annoiano davvero mai. La viola di Giulia Ermirio – una dei tanti ospiti – posta intorno al nono minuto può apparire anche stucchevole, ma serve comunque a spezzare la traccia e a farle prendere altre direzioni. Strade – per l’appunto – che si incrociano inaspettate, come quando i fiati prendono all’improvviso il posto della chitarra elettrica che si stava producendo in un assolo molto lirico. È comunque il preludio di quello che sarà il bell’assolo di chiusura.
I brani successivi, che compongono l’ipotetico lato B, hanno un minutaggio decisamente più contenuto e tra questi spicca la strumentale “Della strada il ritorno”, che si differenzia da tutti gli altri per essere una composizione jazz-rock dal sapore squisitamente italico. E qui, Martin Grice gioca la parte del leone col suo sassofono, comunque ben bilanciato dalle sei corde. Poi, i tasti d’avorio rendono l’atmosfera ancora più jazzata, mentre il basso crea ininterrottamente un movimento articolato e flessuoso, su cui la batteria scandisce agile il ritmo. Seguendo questa scia, la conclusiva “Parole nel vento” suona vivace ed entusiasta, grazie ad un Corvaglia in grande forma che parla di essere poveri «… ma sempre con grande dignità». Bella la chiusura trionfale, che però sfuma troppo in fretta. Facendo poi un passo indietro, “Io clochard” e “Il riposo del pirata” affrontano tematiche sociali, proponendole con gli occhi di chi le vive in prima persona. Decisamente più cupa e cruda la prima, più ariosa e “favolistica” la seconda.
Si tratta sicuramente di un buon ritorno, che fin dal titolo fa da filo conduttore tra i vari fasti di carriera, partendo da quegli esordi che portarono nel 1971 alla vittoria del concorso radiofonico organizzato da Radio Monte Carlo, intitolato – per l’appunto – “La strada del successo”. E i nostri di strada ne hanno fatta. Anzi, di strade, che sono state parecchie ed hanno finito per incrociarsi quasi tutte tra loro.

 

Michele Merenda

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