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BRAND X Theory of nothing Moonjune Records 2026 UK

Con una copertina che si rifà esplicitamente a “Moroccan roll”, secondo album della jazz-rock band britannica, i Brand X pubblicano a distanza di quasi cinquant’anni un doppio live risalente al medesimo periodo. Era infatti il 1977, anno di grazia per loro, in cui si erano distinti anche per il seminale “Livestock”. Una proposta che non ostentava virtuosismi eclatanti bensì coesione e precisione impressionanti, da veri virtuosi quali nella realtà erano. Nasce quindi un grande entusiasmo attorno a loro, facendo sì che cominciassero a circolare vari bootleg contenenti anche versioni differenti dei brani in studio, perché una delle peculiarità principali dei Brand X era quella di dare la sensazione di far “dialogare” i vari strumenti in maniera assolutamente libera, tenendo però sempre quella solida coesione di cui sopra e terminando poi perfettamente con quello che era il tema principale. Tutto molto bello, sì, ma tra queste numerose, spesso eccellenti prove live tanto ricercate dai fans (e in certi casi la resa musicale non risultava certo esaltante) i musicisti… non ci avevano mai guadagnato nulla, a differenza di altri gruppi che invece erano riusciti a creare in quell’ambito la propria fortuna. Poi, la sorpresa.
In soffitta (o forse in un altro luogo, ma la soffitta rende meglio l’idea), il tastierista Robin Lumley ritrova all’interno dell’archivio personale un nastro magnetico avvolto in bobina (questo è il significato del termine reel-to-reel che si leggerà ovunque, sempre senza traduzione), quello che per intenderci veniva poi riavvolto in una seconda bobina. Il contenuto era esattamente il concerto in questione, che metteva in risalto i musicisti al meglio della loro forma durante la fortunata tournée nordamericana. I brani, ripuliti e rimasterizzati con attenzione dal bassista Percy Jones, uno per uno, hanno dato vita ad un live entusiasmante che per il momento non viene condiviso in streaming, ma che può essere acquistato solo su supporto fisico tramite la casa discografica. Questo il desiderio della band, tornando così ai tempi che furono, prima di internet. E tra i tanti meriti che ha questo lavoro, c’è proprio quello di far tornare indietro nel tempo, rivivendo quell’epoca. Tra i singoli brani vengono infatti lasciate le battute tra il pubblico ed i componenti del gruppo, facendo poi suonare le composizioni pulite ma allo stesso tempo mai artefatte. Insomma, sembra davvero di essere lì!
Phil Collins non era più dietro le pelli (sarebbe tornato a far capolino poco tempo dopo), sostituito da Kenwood Dennard, a cui si affiancava il percussionista Morris Pert. Detto già dello storico tastierista, ecco poi gli altrettanto storici John Goodsall alla chitarra ed il già nominato Percy Jones al basso. Un insieme che suona omogeneo ed elastico allo stesso tempo, tanto mutevole in certi momenti quanto coinvolgente. Lo si coglie subito, appena comincia “Smacks Of Euphoric Hysteria”, con la vitalità dei colori ricreati dalle tastiere, su un gran tappeto percussivo, passando immediatamente a “Disco Suicide”, composto da tante cesellature e sorretto soprattutto da un ragguardevole lavoro di basso, lasciando campo libero alle percussioni, confermando poi la chitarra di Goodsall come perfetta nell’interazione con tutti gi altri strumenti. Interessanti e fascinosi gli otto minuti di “Access To Data”, anche perché all’epoca si trattava di un inedito che sarebbe comparso l’anno dopo su “Masques”. Versione un po’ differente, anche tenendo conto che su quell’album non sarebbe comparso Lumley, sostituito da J. Peter Robinson (ex Quatermass). Comunque, davvero notevole il lavoro di chitarra, assieme all’intero impianto ritmico. Sul primo dischetto vanno sicuramente citate anche la lunga “Why Should I Lend You…” e soprattutto la mutevole “Euthanasia Waltz”, cariche di entusiasmo.
Il secondo dischetto si apre invece con l’attacco vertiginoso di “Malaga Virgen”, in cui l’elemento percussivo acquisisce sempre più risalto e viene ulteriormente evidenziata la capacità d’improvvisazione collettiva, di chiara estrazione jazz. Seguono “Earth Dance” e “Deadly Nightshade”, anch’esse composizioni inedite finite su “Masques”. Soprattutto nella seconda, i musicisti sembrano inseguirsi freneticamente tra loro, accelerando e rallentando senza mai pestarsi i piedi lungo tutti i tredici minuti. E soprattutto, con un Goodsall letteralmente impressionante! Sul medesimo livello, le versioni di due loro grandi classici come “Nuclear Burn” e “Nightmare Patrol”, dove si ribadisce la bravura straordinaria di Goodsall e l’importanza dell’intero apparato sia ritmico che percussivo nell’economia della band.
Si vuole trovare per forza un difetto a questa pubblicazione? Forse, le tastiere nel corso del concerto suonano con una timbrica un po’ troppo sopra le righe, decisamente squillante e tipica di quegli anni a cavallo di due decenni, in cui il “sintetico” l’avrebbe fatta da padrone. Un’inezia, comunque soggettiva, che non sminuisce la grande prova da assaporare con calma, anche in più riprese, e che magari potrebbe essere la prima di una serie di documenti live stampati ufficialmente. Si attende con fiducia. Nel frattempo, ci si ascolta e riascolta questo preziosissimo lavoro.

 

Michele Merenda

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