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Soft Machine, nome storico, che torna con un altro lavoro apprezzabile. Quello preso in esame risulta davvero un buon album di jazz-rock, suonato e prodotto perfettamente, che necessita comunque di opportune considerazioni, premettendo che ci si sarà anche una sorpresa da svelare nel finale. La “Macchina Soffice” incarna in musica il celebre “paradosso della nave di Teseo”, elemento evidenziato più volte in sede di recensione sul web, perché non si può davvero non pensarci. Secondo il mito narrato da Plutarco, infatti, la nave del famoso eroe greco vide col tempo deperire le proprie assi, che vennero man mano sostituite una per una, tutte, chiodi compresi. Alla fine, si trattava sempre della stessa nave? Cosa mantiene definito, quindi, un oggetto nel tempo? Forma esteriore o sostanza originale? Come da titolo, “Thirteen” risulta essere il tredicesimo album in studio per la band di Canterbury – se si escludono quelli a nome Soft Ware, Soft Works e Soft Machine Legacy – e pone per l’ennesima volta le domande cruciali di cui sopra. Il componente più anziano risulta il chitarrista John Etheridge (e in quel periodo la relativa metamorfosi risultava già praticamente completa), subentrato nel 1976 dopo la fuoriuscita di Allan Holdsworth e suggerito proprio da quest’ultimo, oltre poi ad essere ritornato quando le varie sigle legate al gruppo si sono affacciate nuovamente sul mercato discografico. Con lui, il fiatista Theo Travis (presente dal 2006 con i Soft machine Legacy) – autore qui di sei brani, nonché produttore dell’album – e il bassista fretless Fred Thelonious Baker (dal 2023), a cui si aggiunge il nuovo arrivato Asaf Sirkis, batterista israeliano particolarmente prolifico su MoonJune Records. Ed è proprio lui a firmare l’iniziale e sognante “Lemon Poem Song”, brano che mette subito in risalto sia la capacità tecnica che espressiva di Etheridge alle sei corde, mentre la sezione ritmica dà prova a sua volta di grande perizia. Certo, è sicuramente un bene che il pezzo in questione non si dilunghi molto e mantenga intatta la propria energia, ma sembra terminare in maniera davvero troppo netta. Si tratta peraltro di una caratteristica riscontrabile in molti dei tredici brani (come da titolo…) presenti, sottolineando che a volte vi sono episodi riempitivi e che forse le tracce alla lunga si rivelano decisamente troppe.
Proprio Etheridge, firma “Green Books” e “Balado Beledo”. La prima, vede degli inserimenti di sassofono che sanno tanto da “serata jazz mondana”, a cui si contrappone un assolo di chitarra duro, tecnico e spigoloso, seguito poi sulla stessa verve proprio dal sax; il secondo (dedicato forse al chitarrista uruguaiano Beledo?) è decisamente più morbido e “sonnacchioso”, con Ethridge – apparentemente placido – che sciorina la tecnica del legato lungo il manico della sua chitarra. Bella e malinconica “Open Road” ad opera di Theo Travis, che nei suoi sette minuti e mezzo riporta alla mente i contenuti dell’album solista “Double talk” (2007). Sempre lui, è autore dei tredici minuti di “The Longest Night”, il momento migliore di tutto l’album che presenta anche spunti canterburyani, in cui fiati e chitarra elettrica si esprimono al meglio, grazie sempre a quella sezione ritmica che ha la capacità di rimanere sullo sfondo pur creando basi magistrali. Ma ci sarebbe anche “Turmoil” di Fred Baker, in cui il bassista/chitarrista riesce davvero a sintetizzare bene i concetti musicali, mettendo anche ben in risalto le note di basso distorto. Infine, sorpresa delle sorprese: come per magia, si materializza Dave Allen! Colui che era stato proprio il fondatore della band nella seconda metà degli anni ’60 e poi artefice dei Gong (in cui suonò per un periodo lo stesso Travis), qui compare sulla conclusiva “Daevid's Special Cuppa”, in cui viene inserita una fase di glissando guitar incisa nel 2000; il pezzo ha un sapore molto etnico ed ipnotico (non poteva essere altrimenti!), grazie anche all’uso che fa Travis del duduk, particolare flauto della tradizione armena. In definitiva, non ci si poteva certo aspettare che questa nuova uscita rinverdisse lo stile musicale che fu, tra i più rappresentativi della scena multiforme di Canterbury; però, come detto, risulta sicuramente migliore di altri album precedenti, nonostante non si fosse mai scesi sotto determinati livelli. Se questo può “bastare”, allora è un lavoro da apprezzare, far proprio ed ascoltare più volte.
P.S: Thomas Hobbes ampliò il paradosso della nave: supponendo che tutte le assi marcite venissero messe insieme e si ricostruisse il manufatto originale… la nave di Teseo quale sarebbe? Quella ricavata di volta in volta con i pezzi rinnovati (che erano stati a contatto con quelli vecchi, aggiungiamo) oppure quella ricavata dai pezzi originali, seppur marciti? Nel nostro caso, quali dei due sarebbero poi realmente risultati essere i Soft Machine? Tutti e due, forse? O solo uno? Chissà…
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