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ADVENTURE Beacon of lights Progress Records 2009 NOR

La prima immagine che mi è venuta in mente ascoltando questo album è quella di un’orda di vichinghi nerboruti con il loro famigerato copricapo adorno di corna appuntite, le loro brave asce ed il loro celebre drakkar con una bella testa di drago come polena. In effetti la musica degli Adventure è molto robusta ed anche epica in un certo senso, scandita da tamburi di guerra e basata su riff di chitarra compatti che fanno pensare quasi al metal classico, quello delle borchie e dei pantaloni di pelle attillati, piuttosto che al progressive rock. L’esordio eponimo di questa band, esistente già dagli anni Novanta, risale al 2000 e bisogna dire che appariva decisamente più raffinato e ricco rispetto a questo che sembra quasi una raccolta di canti di guerra per eroi della mitologia nordica. Attorno al trio di base, composto da Terje Flessen al basso e alla chitarra, da Odd-Roar Bakken alle tastiere e alla chitarra e dalla voce del terribile Vebjørn Moen, che sembra aver appena staccato la testa a morsi al suo peggior nemico, si riunisce una cerchia di ospiti, fra cui un secondo vocalist, Henning Mjøen, una coppia di batteristi ed una serie di coristi, a potenziare la magniloquente epicità dei cori. Nonostante l’impegno di mezzi e la lunga gestazione, devo comunque ribadire la superiorità del disco di debutto. La musica è decisamente massiccia ma allo stesso tempo sono state usate tonnellate di tastiere che fanno quasi l’effetto di grossi e scintillanti vetri colorati incastonati su un pesante gioiello patacca. Di fatto l’effetto della musica, che si sforza di essere a tutti i costi ampollosa e solenne, è quasi grottesco. Vi sono scontri fra tastiere e chitarre, momenti strumentali sontuosi e cori possenti, con la batteria che sembra quasi tenere un ritmo di vogata o incitare alla lotta, con risultati a volte involontariamente divertenti (ascoltate per esempio la suite di apertura “Something to Believe In”). Le tastiere in particolare, tutte dalle sonorità vintage, con bellissime sequenze di MiniMoog e Hammond, sono l’elemento di maggior pregio ma più che gli EL&P sembrano quasi richiamare i Kayak di “Merlin”, che vengono chiamati in causa anche per la teatralità delle sequenze cantate che però, in questo caso, appaiono meno raffinate e più potenti. Anche la struttura stessa del disco, con ben 3 suite, incorniciato da una copertina che è tutto un programma (con genti di tutte le razze che si dirigono verso una chitarra che emana colombe di pace…. quasi fosse un rito religioso), dà l’idea di qualcosa che si sforza di essere grandioso e imponente. Ho dei dubbi circa l’effettiva grandezza di questa opera ma di sicuro vi posso dire che può risultare particolarmente divertente per chi è morbosamente attratto dal kitsch e dal trash.



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Jessica Attene

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