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BIRDS AND BUILDINGS Bantam to behemoth Emkog Records 2008 USA

Dietro questo stravagante moniker si nasconde un nuovo progetto di Dan Britton, tastierista eccentrico che abbiamo già conosciuto con i Cerebus Effect ed i Deluge Grander, esperienze queste che si percepiscono perfettamente fra le note di questo nuovo album, che comunque approda a soluzioni abbastanza diverse, anche se fortemente imparentate con i vecchi lavori. Dan cambia nuovamente l'organico della sua band (conservando Brett d'Anon al basso) e sceglie altri interpreti per dare forma alle sue visioni. Tutto si rimescola quindi, tutto cambia forma, anche se rimane una specie di marchio di fabbrica che ci permette di risalire alla paternità dell'artista americano. Dan ha un particolare talento nel mettere in musica quelli che sembrano i suoi incubi più che le sue visioni, che possiamo materializzare anche grazie ai colorati disegni riportati nel booklet. Siamo passati dall'aggrovigliamento di corpi bestiali, come quelli della copertina dei Cerebus, ai paesaggi onirici di "August in the Urals" e infine a questo sciamare di uccelli che turbina fra le costruzioni di una maestosa città in rovina. La musica si attiene in un certo senso alla psicologia dell'opera, ritraendo quelli che sembrano prodotti di un inconscio malato, e questo senso di tensione che ne deriva, di angoscia latente, attanaglia l'animo dell'ascoltatore dall'inizio alla fine dell'album. L'aspetto più caratterizzante dell'opera è proprio quello psicologico che viene sviscerato attraverso la musica che si dimostra complessa ma sorprendentemente gradevole. Non si tratta di un disco ostico come quello dei Cerebus né di un miraggio a tinte sinfoniche come nei Deluge Grander, ma di una specie di mosaico in cui le tessere, rubate a lavori di Magma, Genesis, Soft Machine e King Crimson, sono collocate a formare un disegno nuovo ma che ricorda i tratti di mille altre band e che allo stesso tempo acquista nel suo complesso una propria autonomia artistica. Il bello è che questo album si presenta ammiccante, gradevole, a suo modo fruibile ed allettante per la quantità dei contenuti musicali che vi si possono trovare, tutti imbastiti in maniera coerente e dinamica. Ma non si tratta semplicemente di rimescolare le carte, anche se Dan è un maestro in questo, perché, nonostante le influenze riconoscibili, spiccano nettamente il gusto e la personalità del tastierista. L'album si presenta quanto mai vario e ricco di idee, cambiamenti di stile e di situazione, con arrangiamenti molto stratificati. Il ruolo delle tastiere è determinante e spesso i registri utilizzati hanno una timbrica opaca ed angosciante. L'inserimento dei fiati, con sax, flauto e clarinetto, rende comunque il tessuto sonoro più vivace e brillante. Il cantato è sbiadito e sembra recuperato da chissà quali nastri vecchi e consumati dal tempo, in un certo senso appare di ispirazione Gabrielliana e si confonde quasi fra le molteplici note degli altri strumenti musicali. Quando meno te lo aspetti la musica può diventare lirica e sinfonica, con passaggi Genesisiani e timbriche vintage squisite, ma ogni suggestione in questo album dura poco e tutto sembra così schizofrenico da confondere le idee. La qualità di registrazione aumenta in parte la sensazione di confusione percepita dall'ascoltatore perché sembra quasi appannata, come se si osservasse il mondo dalla profondità dell'oceano, con occhi e orecchie immersi nelle acque oscure. Il risultato finale è interessante, come avrete capito, di sicuro intrattenimento e a suo modo originale, nonostante le tante e ben chiare influenze. Se vi sono piaciuti i Deluge Grander questo è un passo quasi obbligato, anche se forse leggermente più impegnativo.

 

Jessica Attene

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