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TIM BURNESS Vision on Expanding Consciousness 2007 UK

Esistono personaggi che sembrano incarnare nella propria persona la tenacia nel portare avanti il proprio discorso musicale in barba alle mode, alle tendenze e soprattutto ai riscontri - in termini se non di vendite quantomeno di popolarità. Il cantante, compositore e polistrumentista Tim Burness è uno di questi: ai margini della scena new-prog inglese durante i tempi d’oro con i suoi Burnessence, Tim arriva fino ai giorni nostri senza arrendersi di fronte al suo ruolo obiettivamente secondario in una scena già di per sé scevra di soddisfazioni e riconoscimenti artistici. Questa mia osservazione non va interpretata in senso negativo, sebbene la musica proposta rifugga un po’ la catalogazione non per la sua originalità ma perché eterogenea e allo stesso tempo avara di voli pindarici; aggiungiamo a questo la scelta della totale autoproduzione e distribuzione e comprendiamo come il quarto album di Burness rischi di passare inosservato.
Ma passiamo a ciò che più conta ed ascoltiamo l’album, che graficamente si presenta alquanto amatoriale con il suo collage di foto in bianco e nero, niente affatto accattivante. Coadiuvato dai medesimi musicisti che lo supportarono nella registrazione di “Finding new ways to love” (2004) ossia il collaboratore di lungo termine Keith Hastings al basso, l’ex batterista dei Pendragon Fudge Smith e il tastierista Monty Oxy Moron (proveniente nientemeno che dallo storico gruppo punk The Damned!), il nostro si barcamena tra lodevoli impennate di stampo progressive anni ’80 (l’ottima apertura strumentale “Can you hack it?” è un chiaro esempio e sembra uscire da un disco degli Aragon ma anche “All through your life” è tipica in questo senso) ed elementi riconducibili più ad un raffinato pop inglese di fattura contemporanea (come la spensierata “Everyone heard voices”).
Nella presentazione dell’album, lo stesso Tim definisce questo “Vision on” un ritorno alle proprie radici prog e forse possiamo essere d’accordo con lui, purché si intenda un rock sinfonico di matrice non certo intricata, magniloquente o tanto meno sperimentale. In quest’ottica possiamo forse accostare la proposta di Tim all’universo musicale di una band secondo me da rivalutare: gli Haze dei fratelli MacMahon. A diversificare la tavolozza sonora contribuiscono alcune influenze space rock come nella “Broaden your horizons” che cita apertamente gli Ozric Tentacles di “Kick Muck” e la parentesi orientaleggiante in due parti “Undercurrents”, condita dalle sonorità esotiche di tabla e dulcimer. E’ quando i toni si fanno più oscuri e le ritmiche un po’ minacciose che l’andamento dei brani acquista in profondità, come nella caustica “Here comes the great collapse” o nella chiusura (in bellezza, devo dire) affidata all’organo solenne e la chitarra liquida di “Triumph of the soul” che tutto sommato ci lascia la (rara) sensazione di aver ascoltato qualcosa di artisticamente coerente e onesto, sia pure – sintetizzando il giudizio - non certo imprescindibile.

 

Mauro Ranchicchio

Collegamenti ad altre recensioni

TIM BURNESS Infinite ocean 1997 
TIM BURNESS Finding new ways to love 2004 
TIM BURNESS Whose dream are you living? 2017 

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