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BRIGHTEYE BRISON Believers & deceivers Progress Records 2008 SVE

Molto eterogeneo questo quarto lavoro degli svedesi Brighteye Brison. Eterogeneo perché presenta una molteplicità di stili che vanno dal sinfonismo abbastanza di stampo classico, alla fusion elettrica, a chitarre un po’ più heavy con sbotti Flower Kings o Spock’s Beard, attimi funky-AOR-Disco, Space Rock senza tralasciare un po’ di Beat e citazioni dei grandi del passato, che magari analizzeremo più avanti. Tutto questo su linee melodiche accattivanti e spesso ruffiane.

Per ordine: quattro brani in crescendo di lunghezza con 5,7,20 e 35 minuti, molto movimentati e vari nell’esposizione musicale. Le 2 suite appaiono come tali, con i temi principali che si rincorrono, scompaiono per riapparire dopo un assolo, dopo un momento di calma o dopo una sequenza ritmica diversa.
Il primo brano “Pointless Living” si presenta come il più orecchiabile, grazie anche ad un apporto melodico che in certi frangenti devia pesantemente verso un funky-disco in sapore Earth, Wind and Fire, breve per fortuna. Più smaccatamente fusion il secondo brano “After The Storm”, con un trascinante finale alla Weather Report del tardo periodo. La prima delle due suite “Harvest” parte in pieno stile Flower Kings con un intermezzo space più nei modi Steve Hillage, che floydiano. Lo sviluppo è piuttosto canonico, ma l’ascolto è soddisfacente, non ci sono cose nuove, ma neppure (e per fortuna) cose scontate. Non ci sono cose mirabolanti, ma neppure (e per fortuna) buttate inutili.
L’ultimo, e più lungo, brano “The Grand Event” è essenzialmente un susseguirsi di tributi, con un avvio assolutamente floydiano (periodo Animals), due frammenti Gentle Giant che rasentano il plagio, altri momenti tipicamente IQ, Flower Kings, ELO, Spock’s Beard, Transatlantic, Genesis, Yes, Hackett.
Tra i componenti del gruppo troviamo anche il nuovo batterista dei citati Flower Kings, Erik Hammarström, un drummer molto dinamico e versatile, che evidenzia ottime capacità sia nelle parti sinfoniche sia nelle più complesse e grooveggianti parti fusion. Da sottolineare sicuramente le notevoli capacità corali dell’ensemble, non solo nelle viste operazioni alla Gentle Giant, ma anche nelle grandi aperture sinfoniche e fusion. Notevolissimo il lavoro alle tastiere di Linus Kåse, che dimostra un gusto vintage oriented, sicuramente apprezzabile. Come risulta apprezzabile l’apporto stilistico e tecnico di ogni altro componente, ospiti inclusi. Nel disco tutto suona correttamente ogni strumento ed ogni parte vocale ha il livello e l’incisione che ci si deve aspettare, tecnicamente ineccepibile.
In conclusione un disco che sconta alcune negatività nella poca personalità, ma sicuramente piacevole per un ascolto mirato ad un prog inframmezzato da “un po’ di tutto”, ma piuttosto spensierato e allegro. Tutto sommato un acquisto positivo.

 

Roberto Vanali

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