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BEAT CIRCUS Boy from black mountain Cuneiform Records 2009 USA

Quando comporre diventa una necessità che nasce da esperienze che mettono a dura prova la nostra esistenza e che hanno lasciato una forte impronta dentro di noi, tutte le emozioni che ne derivano riescono in qualche modo a rimanere imprigionate nella musica che inevitabilmente ci trasmette qualcosa di potente, anche se non ce ne rendiamo conto. Al di là della sua bellezza, questo album racchiude un insieme di sentimenti e ricordi sinceri che appartengono alla vita di Brian Carpenter (voce, piano, fisarmonica, tromba, harmonium) e che attraverso la musica riescono a parlare in qualche modo al nostro cuore. Lo stesso artista ci racconta che quando fece ascoltare questo album a suo padre, un vecchio contadino che coltivava angurie in Florida che non si era mai interessato più di tanto alla vita artistica del figlio, iniziò nuovamente fra loro un dialogo. Le immagini dell’infanzia e della famiglia contadina di Brian sono raccontate nella seconda traccia, “The Life You Save May Be Your Own”, ma molte altre canzoni di questo album si basano su ricordi e storie personali. Alcune canzoni, come la title track, furono scritte da Brian quando scoprì che il figlio era affetto da autismo e la musica accompagnò quindi la fase terribile della diagnosi e della terapia. In un certo senso la musica dei Beat Circus sembra aprirsi verso un mondo interiore fatto di sogni, visioni, a volte emozionanti e a volte bizzarre e stravaganti. Questo, che è il terzo album del gruppo, rappresenta il secondo episodio di quello che Brian definisce una bizzarra trilogia gotica americana di cui “Dreamland” del 2008 era il primo capitolo. Vengono qui abbandonate le visioni circensi in favore di uno stile country misto a impressioni gotiche e impastato con la musica da camera dal sapore più oscuro. Tutto questo è molto vicino alle radici americane ma allo stesso tempo assume un aspetto sofisticato e strambo che riesce a colpire molto l’immaginario dell’ascoltatore. A una forma musicale stravagante si accompagnano liriche autobiografiche fortemente comunicative che sembrano proiettarci nei sogni e nei ricordi dell’artista.
Sicuramente la traccia di apertura, “The February Train”, è quella più poetica dell’album. In un certo senso possiamo assaporare delle sfumate visioni Canterburyane che si fondono a fraseggi folk, i quali diverranno prevalenti con l’andare delle canzoni. La melodia portante viene delineata dalla fisarmonica e si intreccia gentilmente agli archi (violino, viola e violoncello) e al piano. Questa traccia, davvero splendida nelle melodie, nell’arrangiamento e nelle liriche, rimane abbastanza unica nel contesto dell’album che comunque è molto variegato e denso di idee. Con il pezzo successivo veniamo proiettati in un mondo grottesco a base di country, melodie cajun e ballate ruspanti, con tanto di banjo e armonica a bocca, condito in qualche modo di influenze classiche cameristiche. “Boy From Black Mountain” ci riporta invece su lidi romantici attraverso melodie potenti ed intrecci musicali da sogno, in cui si intrecciano archi, harmonium e fiati con la voce del soprano Ellen Santaniello che contrappunta delicatamente quella roca di Brian. “Petrified Man” è un pezzo a dir poco grottesco in cui il suono tronfio del trombone duetta con un agilissimo banjo e rappresenta perfettamente l’idea di country gotico americano di cui ci parla Brian. Ma di sketch musicali del genere questo album è pieno, come nella successiva e vorticosa “As I Lay Dying”, un delirio bluegrass cantato a più voci e ritmato da un classico fiddler indiavolato.
Sicuramente l’ascolto di questo album ci sottopone ad un miscuglio di emozioni contrastanti e riesce a farci divertire ed emozionare allo stesso tempo. Gli arrangiamenti sono tutti deliziosi e la musica è accattivante e stramba, melodica e coinvolgente allo stesso tempo. Sicuramente Brian è riuscito a portarci nel suo mondo e a lasciarci qualcosa di bello, profondo e anche originale. Album consigliatissimo, a meno che non siate proprio allergici al country che, sebbene diluito e impastato in tutte le salse possibili ed immaginabili, è pur sempre un elemento portante di questa musica.



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Jessica Attene

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