Home
 
BLUE DAWN Blue dawn Black Widow 2011 ITA

Dal curriculum di ogni singolo componente, sembrerebbe che la band non sia proprio di primo pelo, avendo ognuno militato in numerose esperienze musicali passate. Preceduto da un promo di quattro tracce, questo full-length omonimo propone un quartetto fautore di un hard and heavy (settantiano il primo, dei primissimi Eighties il secondo) solcato da profonde venature dark-prog. Un insieme che, al di là di qualsiasi nome si voglia tirar fuori per suscitare chissà quale effetto, ha un unico chiaro riferimento: i Black Sabbath (che proprio prog non erano, se non nella scelta di creare qualcosa di evocativo che andasse oltre i canoni stereotipati dell’epoca). Al limite si potrebbe fare un riferimento, in vero molto tirato, alla primissima incarnazione dei Black Widow, solo ed esclusivamente perché anche in questo caso troviamo una donna dietro ai microfoni. Effettivamente, la scelta di inserire una vocalist in un contesto simile, tendente spesso al doom, in teoria risulterebbe interessante e potenzialmente vincente; difatti Monica Santo ha una gran bella voce, che però, nella pratica, non sempre riesce ad adattarsi alla scelta musicale del gruppo fondato dal drummer Andrea Di Martino e dal bassista Enrico Lanciaprima. Anzi, in determinati momenti sembrerebbe addirittura che la Santo vada per i fatti suoi e che gli altri componenti cerchino di adattarsi. Altro elemento da prendere in considerazione sarebbe quello di dar maggior risalto alle numerose soluzioni offerte dall’uso delle tastiere. Di sicuro l’organo Hammond ravviverebbe parecchio i brani, nonostante su quest’album compaiono due tastieristi (Jameson M. Jason e Tommy Talamanca).
Volendo andare nello specifico, “Crossing the Acheron” è un’intro cupa e solenne, seguita da “The Hell I Am”, un pezzo che più lo si ascolta e più risulta convincente con la sua ritmica decisa. Si prosegue con “Inner Wounds” che già presenta qualche ripetizione di troppo, cosa che viene acuita ancora di più nella seguente “Hypnotized by fire”. La voce diventa eccessivamente insistente, accompagnata sempre dagli stessi giri di note, creando un effetto ossessivo che potrebbe risultare abbastanza fastidioso. Sensazione molto probabilmente voluta, perfettamente in linea con il titolo, ma chi non è amante del genere in questione potrebbe essere tentato di andare avanti e questo sarebbe davvero un peccato. Paolo Cruschelli, infatti, si esibisce in due assoli chitarristici che si pongono come la diretta prosecuzione delle zampate vincenti di Tony Iommi, proponendosi addirittura come l’erede più accreditato del mancino maledetto di Birmingham. Ingombrante eredità degnamente portata avanti con le seguenti “Shattered Illusions” (ottimo il basso distorto) e “In My Room”, arcane e sognanti, che risollevano le sorti dell’album.
Breve intervallo con i suoni di “A Strange Night” ed altro passaggio interlocutorio con “Dead Zone”, dove sarebbe occorsa una prestazione vocale maggiormente incisiva e soprattutto più varia.
“That pain” si apre con dei complessi controtempi prog e, udite udite, le linee vocali portanti sono di Lanciaprima, doppiate da quelle della Santo. Il bassista, pur non avendo chissà quali capacità canore, in questa particolare combinazione conferisce al brano il “colore” ed il calore che sono mancati ad altri pezzi. L’articolazione della canzone si mostra poi perfetta, con una lunga stesura strumentale dettata ancora dalle chitarre di Cruschelli.
Chiusura con “Deconstructing People”, che dopo un avvio leggermente scontato si evolve inaspettatamente in una track di grande atmosfera (forse lo stacco è fin troppo netto), grazie al sax di Roberto Nunzio Trabona e la fisarmonica di tale Laca, con il lavoro sonoro della band in secondo piano. A dir la verità, volendo rimanere in ambiti “oscuri” nostrani, vengono stranamente in mente certe cose più quiete degli Abiogenesi, avendo così la sensazione di ascoltare un gruppo completamente diverso.
Cosa consigliare ai Blue Dawn, esordienti con un lavoro pienamente sufficiente sull’etichetta specializzata Black Widow? Da un lato, potrebbero insistere con quanto fatto fino ad ora e quindi sperare di diventare i Pentagram italiani. Se invece volessero essere apprezzati per quello che realmente valgono e magari riconosciuti un giorno come modello di paragone, occorre che ripartano dagli ultimi brani di questo album omonimo e mettano mano agli appunti riportati a metà recensione. Con un po’ di lavoro in più, inoltre, Monica Santo potrebbe diventare una delle migliori voci del rock italiano ed arrivare a gareggiare con una certa Sophia Baccini (vocalist dei partenopei Presence, anche loro su Black Widow), dato che tra le due vi sono alcuni evidenti punti di contatto.


Bookmark and Share

 

Michele Merenda

Collegamenti ad altre recensioni

BLUE DAWN Cycle of pain 2013 

Italian
English