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BIRDS AND BUILDINGS Multipurpose trap Emkog Records 2013 USA

Avete presente certi quadri del pittore olandese Hieronymus Bosch? Mi riferisco a opere tipo il “Trittico del giudizio di Vienna”, specie per quel che riguarda l’inferno ed il giudizio universale, oppure il “Trittico del giudizio di Bruges”, con quelle scene piene zeppe di particolari che è impossibile afferrare con un unico sguardo, quel fondersi bizzarro di colorate figure grottesche e mostruose che danno vita a visioni spaventose, oniriche ed inverosimili… Bene, questo disco è allo stesso modo una ricca accozzaglia di particolari incastrati a forza in un unico mosaico dai mille colori in cui male si intravede il filo conduttore che li tiene uniti. Un insieme strano che cattura l’attenzione già al primo contatto ma che, allo stesso tempo, spiazza non poco e col quale è difficile entrare presto in confidenza.
Se avete ascoltato l’esordio di questa creatura, una delle tante partorite da quella folle mente del tastierista e chitarrista Dan Britton, allora sapete già di cosa sto parlando. I tortuosi sentieri sonori di questo nuovo album si snodano nello stesso giardino creativo di “Bantam to Behemoth” e gli artefici sono sempre quelli del 2008, con l’aggiunta di Chris Fyhr al violino. Si sa che gli americani sono da sempre dei maestri nel mettere insieme influenze diverse in modo personale e creativo ma qui Dan Britton si è proprio superato. Non è facile infatti far confluire insieme elementi Canterburyani, sinfonici, Zeuhl, avant-prog con tratti schizoidi Zappiani e jazz rock… roba da impazzire insomma ma vi assicuro che l’esperimento a modo suo si può considerare ben riuscito, forse anche più brillantemente rispetto al già ottimo predecessore.
Alle stranezze di “Multipurpose Trap” (e il titolo è tutto un programma) si aggiunge anche la peculiarità che ci sono ben sei voci a cantare, spesso simultaneamente nella stessa traccia e per non più di un minuto… questo, secondo Dan, dovrebbe spiazzare ulteriormente l’ascoltatore che si troverà di fronte né ad un pezzo strumentale ma neanche ad uno cantato! Cosa fare di più per confonderci? Avete presente dei vecchi archivi pieni zeppi di incunaboli polverosi, pergamene e fascicoli accatastati in equilibrio precario su alti scaffali? Bene, i suoni scelti per questo album sono vintage ma molto opachi, incredibilmente stratificati e hanno quasi lo stesso effetto di un manto di polvere incrostato su una tela scintillante di colori. Le tinte brillanti ci sono, le suggestioni sinfoniche pure, le architetture sonore sono complesse e maestose… ma bisogna scavare con l’orecchio e con la mente per orientarsi e riuscire a scorgere ogni particolare… e credo proprio che anche questo effetto sia voluto.
Ma le stranezze non finiscono qui… anche le liriche, decisamente ermetiche, sono a dir poco visionarie. Fra i protagonisti dell’opera troviamo infatti un piccione supereroe, un tragico pinguino e un abominevole pellicano, tutti e tre ritratti fra l’altro nella pagina centrale del corposo booklet e collocati ognuno a chiudere i tre trittici di canzoni, di lunghezza complessiva crescente, in cui è strutturato l’album.Se di caos si tratta, è sicuramente un caos più organizzato di quanto non sembri a prima vista. Le molteplici influenze e somiglianze non finiscono in un impasto omogeneo ma assumono un peso diverso di canzone in canzone. Quindi non si sa dove mai si andrà a finire, anche se il tocco di Britton è sempre abbastanza inconfondibile.
Si parte quindi da una schioppettante “The Dumb Fish”, col suo accattivante feeling jazzy, contaminazioni folk con flauto, violino, fiati Crimsoniani e un cantato da incubo. Si sfocia nella successiva “Horse-Shaped Cloud” che mescola umori Canterburyani e temi musicali fra il circense e il macabro, un po’ alla Lars Hollmer o alla Ensemble Nimbus. Scorrendo più avanti segnalo una incalzante ed intrecciata “Secret Crevice”, con un basso alla Squire, fiati ribelli in uno strampalato miscuglio dai riflessi Zappiani, alienante e ossessivo ma sinfonico quando meno te lo aspetti. Fra i pezzi più belli cito poi “Catapult”, imbastita con alcune idee fuoriuscite dal precedente album che si susseguono a cascata in una caleidoscopica maratona in cui affiorano vortici jazz rock, vampate Zeuhl e umori sinfonici che covano sotto sotto per poi esondare vorticosamente. Bene, chi lo avrebbe detto che prima o poi saremmo giunti ad “Aviator Prosco”? Sinfonica e Genesisiana a tratti ma pericolosamente ibridata con la disco dance con risultati decisamente bizzarri. Come avrete capito ce ne è per tutti, quindi se vi sentite pronti direi di accomodarvi. La digestione è un po’ laboriosa, come immaginate, ma il risultato, è garantito, non vi lascerà assolutamente indifferenti!



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Jessica Attene

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