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TIM BURNESS Whose dream are you living? autoprod. 2017 UK

Nel panorama britannico del new-prog, oltre a Marillion, IQ, Pendragon e Twelfth Night, c’erano un bel po’ di altri artisti che provavano a riportare in auge un genere che era passato di moda. Se i gruppi citati sono quelli rimasti più famosi nella cerchia di appassionati, ci sono stati personaggi parzialmente dimenticati. Tra questi figura il compositore, cantante e chitarrista Tim Burness, attivo negli anni ’80 con i Burnessence, con i quali ha fatto anche da supporto proprio a IQ e Pendragon. Nella decade successiva ha iniziato un percorso solista, portato avanti con una certa costanza e che ha fruttato anche un album come “Finding new ways to love”, abbastanza apprezzato dai seguaci del progressive rock. Nel 2017 arriva la pubblicazione del suo settimo lavoro, intitolato “Whose dream are you living?”. Per l’occasione si circonda di musicisti abbastanza noti nell’ambiente, tra i quali ricordiamo Fudge Smith (ex Pendragon), Keith Hastings e Lee Abraham, i cui nomi non dovrebbero essere ignoti ai nostri lettori. Diciamo subito che si tratta di un lavoro abbastanza variegato ed eterogeneo, sia da un punto di vista stilistico che qualitativo. I momenti più interessanti si avvertono quando Burness punta su composizioni dalle caratteristiche prog, come l’opener “These are the days”, che in poco più di tre minuti riesce a condensare Marillion e IQ, la più moderna “Grassi s greener”, “Round and round”, “A space for our love to grow”, con i suoi sprazzi sinfonico-romantici, “Stop them” e “Cynical world”, che con i suoi sei minuti è la canzone più lunga del lotto. Si tratta comunque di pezzi non certo complicatissimi, pur presentando le consuete variazioni di tempo, di atmosfera e di timbri, che passano dall’elettrico all’acustico. Non mancano brevi trovate solistiche abbastanza riuscite, mentre continuano a non convincere del tutto le parti vocali. Gli standard si abbassano decisamente, invece, con quelle soluzioni in cui Burness prova ad avvicinarsi al pop elettronico (“And set your spirit free”, con il suo up-tempo e i motivetti immediati, “Hold me”, “What’s going on in your head?”), o ad un ambient stravagante (“Unlike any other”, “Dreaming of a new world”), o, ancora, all’hard-rock, ma inconsistente e fastidioso nei suoni (“The messenger”). Praticamente inutile il brevissimo inno conclusivo “Cynical world”. Dovendo dare un giudizio globale, proprio in virtù delle discontinuità indicate restano delle perplessità sul valore di “Whose dream are you living?”. Senza quelle tracce da considerare abbastanza ordinarie, se non proprio mediocri, avremmo potuto ascoltare un EP valido; così com’è l’album non possiamo andare oltre una striminzita sufficienza.



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Peppe Di Spirito

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