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CATHEDRAL (1) The bridge autoprod. 2007 USA

Ogni amante del prog che si rispetti porta sicuramente nel cuore "Stained Glass Stories", l'album che i Cathedral stamparono nel 1978 per una piccola etichetta americana, nella modesta tiratura di 10.000 copie, e che subito sparì dal mercato, raggiungendo alte quotazioni negli ambienti del collezionismo. L'interesse attorno al gruppo si rafforzò con la riscoperta e la rivalutazione della scena prog statunitense, di cui i Cathedral vennero considerati l'apice e l'esemplificazione, e anche la ristampa su CD, curata dalla Syn-Phonic nel 1991, presto andò fuori catalogo trasformandosi per molti in un vero e proprio oggetto del desiderio. Un nuovo impulso alla riscoperta di questa band giunse infine nel 1992, allorché un gruppo svedese chiamato Änglagård dichiarò di essersi ispirato ai Cathedral per realizzare quello che in quegli anni divenne un piccolo fenomeno del momento. Tutto questo excursus serve solo a lasciarvi solo intuire quale interesse si fosse acceso negli appassionati di tutto il mondo alla sola notizia che i Cathedral erano tornati insieme per incidere. L'idea della reunion risale al 2003 grazie alla volontà del bassista Fred Callan che mise assieme tutti i membri della formazione originale, eccettuato il chitarrista Rudy Perrone che ha abbandonato il progetto a metà strada, sostituito per l'occasione da David Doig. Ed ecco quindi il nuovo album, intitolato "The Bridge", come a voler sottolineare il legame stretto fra la musica del presente ed il passato. Inevitabilmente l'ascolto è condizionato da "Stained Glass Stories" e proprio per questo la sfida che il gruppo deve affrontare non è semplice: dare un seguito ad un album entrato ormai a far parte della leggenda del prog, a distanza di così tanto tempo… Penso che molti di quelli che hanno acquistato questo disco lo abbiano fatto subito dopo aver avuto notizia della sua pubblicazione, senza neanche aspettare i primi riscontri da parte della critica, e devo dire che io rientro nella schiera di queste persone. Per me è stato quindi una specie di salto nel vuoto e nella mia testa all'inizio c'erano soltanto le imponenti cascate di Mellotron, i suoni oscuri e misteriosi, i preziosi richiami a King Crimson, Gentle Giant e Yes, le suggestive ambientazioni gotiche di "Stained Glass Stories". E' difficile non rimanere spiazzati all'inizio, ma sicuramente a colpire di più, già ad un primissimo ascolto, sono proprio i suoni di questo album. La band ha dichiarato di voler unire strumentazione vintage a sonorità moderne, intenzione non condannabile di per sé, ma l'aggiornamento della tavolozza sonora purtroppo è davvero penalizzante per questo disco, le cui composizioni in senso assoluto non sono affatto da disprezzare ma i cui suoni sono, diciamolo con una parola elementare ma efficace, brutti. In particolare è la batteria l'elemento di maggior disturbo: essa non solo si limita a tenere il ritmo quasi in maniera passiva ma presenta un suono asciutto e sintetico, se non addirittura fastidioso, che poco si addice allo stile della band. L'impatto delle tastiere è spento, con organo e Mellotron sempre presenti ma in maniera sicuramente meno rigogliosa che in passato: nel disco del '78 erano proprio loro i primi ad entrare in scena e a dominarla per tutto il tempo. L'elemento di maggior pregio è invece la voce di Paul Seal che conserva la teatralità e l'espressività di un tempo e che tiene il filo di tutte le composizioni: bisogna proprio dire che le linee vocali sono il vero punto di forza dell'album. Ma gli spunti positivi comunque non mancano, soprattutto per quel che riguarda l'impiego della chitarra, di grande effetto nelle parti arpeggiate. La parte centrale del disco è occupata da un pezzo della durata di oltre 7 minuti basato sulle note della chitarra acustica, pizzicata a mo' di liuto e dal sapore quasi rinascimentale. Questo brano si discosta invero dal resto delle canzoni, ma è una vera e propria perla. Molto belli sono anche gli intermezzi meditativi: quando i suoni si diradano, la batteria si fa da parte e si odono i rintocchi sinistri delle campane. Purtroppo però si tratta di rari episodi e la maggior parte delle composizioni si basa su riff squadrati, abbastanza monolitici che procedono in maniera lineare e nient'affatto fluida, con riferimenti soprattutto ai King Crimson di "Red". Fra gli episodi più significativi mi piace ricordare soprattutto la prima traccia, una mini suite della durata di 13 minuti circa, che presenta alcuni degli elementi di pregio accennati.
Inevitabilmente una parte degli ascoltatori sarà portata a rifiutare le nuove composizioni, portando nella memoria il vecchio disco, e lo trovo comprensibile; altri invece, sempre avendo nelle orecchie quel capolavoro, saranno disposti a sorvolare sui difetti del nuovo disco… Per quel che mi riguarda non lo considero un album da disprezzare ma lo vedo come una grande occasione perduta, dal momento che le ottime potenzialità espresse da un gruppo, che sembra ancora cavarsela bene con gli strumenti e che ha ancora qualche carta da giocare, non sono state sfruttate nella maniera più efficace. Lo giudico un album a suo modo gradevole, non paragonabile al suo lontano predecessore e nel complesso forse un po' scialbo. Per i fan irriducibili (che però lo avranno tutti già comprato, come me).

 

Jessica Attene

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