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DUNGEN 4 Subliminal Sounds/Kemado Records 2008 SVE

Se la matematica non è un'opinione allora questo album, designato da un bel numero Quattro, dovrebbe essere il quinto in studio dei Dungen. Dal momento che la matematica non è mai stata il mio forte decido di rifare il complicato conteggio da capo… allora… "Dungen", il debutto stampato su vinile nel 2001 a tiratura limitata, "Dungen 2" (alias "Stadsvandringar"), uscito per la Virgin e che contiene 3 canzoni del primo LP, "Ta det Lungt" del 2004, "Tio bitar" del 2007… e con questo "4" siamo a cinque! La cosa carina è che sul sito dei Dungen si parla di "quarto album"… anche questa è psichedelia!
Quarto o quinto album che sia, finalmente abbiamo un nuovo disco dei Dungen da poter ascoltare, e questo solo importa. Anche questa volta il nostro quartetto svedese decide di rimescolare tutto e di cambiare atmosfere, pur conservando le proprie sonorità ed il loro approccio vintage e psichedelico. Ci allontaniamo un po' dalla grinta di "Tio bitar" ed assaporiamo questa volta un album composto in prevalenza da canzoni dai toni rilassati e dalle melodie suadenti. Possiamo scoprire l'essenza del nuovo album già dalla bellissima traccia di apertura, "Sätt att se", così dolcemente malinconica, col il fruscio sui piatti della batteria, i suoni caldi ed attutiti dei tom che contrastano col rullante asciutto e vibrante. Le percezioni timbriche che derivano dalle percussioni appaiono molto stimolanti per l'orecchio e producono a volte un effetto ipnotizzante, altre volte, quando prevalgono i fruscii, rendono l'atmosfera quasi annebbiata, confondendo letteralmente i sensi. Un altro elemento importante è costituito dagli archi, usati a profusione al posto delle tastiere, a riempire i pochi spazi acustici lasciati vuoti dai suoni soffusi degli altri strumenti. E poi abbiamo la chitarra di Reine Fiske, che a volte gioca con le distorsioni, rendendole dei veri e propri elementi musicali e non certo di disturbo, altre volte disegna le linee melodiche della canzone ed è questo il caso in cui vengono maggiormente alla mente i riferimenti al vecchio gruppo dei Landberk. La successiva "Målerås finest" è altrettanto delicata, e qui troviamo ancora piatti fruscianti e un piano discreto che si intreccia delicatamente ad archi Beatlesiani. Altrettanto affascinante appare la traccia di chiusura, "Bandhagen", anch'essa dominata dal piano, i cui suoni limpidi contrastano con le sfumature degli strumenti in sottofondo, fra cui si insinua anche un flauto leggiadro, usato purtroppo con parsimonia in questo disco. In qualche maniera queste tracce appaiono delicatamente jazzate ma sempre e comunque immerse nei colorati ed inebrianti fumi della psichedelia. In particolare i momenti più aggressivi e più garage, chiamiamoli così, sono stati relegati a poche tracce isolate, che sembrano quasi dei momenti catartici di sfogo improvviso che contrastano con la delicatezza delle rimanenti tracce. Così sembra "Samtidigt 1" con il suo approccio istintivo, i suoni ruvidi ed una chitarra Hendrixiana protagonista di disordinati e battaglieri assolo. Alla stessa maniera "Samtidigt 2" sembra un'altra jam session da cantina ma appare meno furiosa e sfrenata dell'altra appena commentata, anche se si sviluppa in crescendo su ritmi via via più serrati, ed è apprezzabile per gli impasti sonori caldi e magnetici.
Questo quarto o quinto disco dei Dungen che sia, è un album riflessivo e fresco, in cui soluzioni moderne e datate si confondono, e in cui le sensazioni sonore piacevolmente riverberanti prevalgono su quelle dettate dal puro istinto. Forse non siamo ai livelli di "Tio bitar" ma non starei a mettere sul piatto della bilancia i due dischi perché vale sicuramente la pena ascoltare questa musica.

 

Jessica Attene

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