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DIAGONAL Diagonal Rise Above Records 2008 UK

Chi di noi non ricorda, con sentimenti magari contrastanti, certi tempi andati nei quali il Regno Unito era la patria di un’esplosione sonora senza precedenti che avrebbe decretato la nascita del progressive e successivamente nell’ondata new prog? Poi, negli ultimi lustri, dalla terra di Albione poco, poche band di valore e poco da dire. Una certa forma di rinascita proprio in questi ultimi uno, due anni, ma soprattutto sul versante jazz. Questa nuova band si pone quindi in una situazione forse non troppo comoda, con questi presupposti alle spalle.
I sette giovanotti di Brighton che si sono riuniti sotto il nome Diagonal, pur proponendo prog di fortissima e indiscutibile provenienza primissimi anni ’70, hanno siglato con la Rise Above Records di Londra, usualmente dedita alla promozione di gruppi Stoner, Heavy e Doom oriented. Niente di tutto questo, i Diagonal propongono un prog piuttosto classicheggiante nelle forme dell’underground, con decise intrusioni jazz e psichedeliche. Un aspetto che, nella globalità e nella definizione totale, può farli avvicinare ad un particolare combo di King Crimson, Colosseum, Nice, Patto, Hawkwind, ecc. Il forte impatto sonoro, garantito dai sette, si alterna a momenti più intimi e riflessivi, dove viene messo da parte il concetto più largo ed orchestrale dell’ensemble, a vantaggio di toni quasi accennati. Cinque brani medio lunghi che finiscono nelle viscere nostalgiche di “Pact” e nei suoi 14 minuti dominati da chitarre acide, voluminosi tappeti d’organo e un cantato dall’evidente tendenza del blues psichedelico, con l’anomalia minimalista della sezione centrale fatta da synths e flauto.
Decisamente interessanti anche gli sviluppi degli altri brani a partire dall’opener “Semi Permeable Men-Brain”, poderosa nel suo aggressivo 5/4 e melodica nel cambio in 3/4, fortemente crimsoniano, con guitar solo dai non pochi rimandi agli Hawkwind. Molto interessante lo scambio poliritmico della seconda parte di “Child of the Thundercloud” che è preludio di un cantato quasi floydiano, come è interessante l’andazzo quasi Canterbury di “Deathwatch”.
Il risultato finale non può che farci promuovere questa giovane band (giovane di formazione, ma anche anagraficamente). Il fatto che quanto portato sul disco sia un sunto (personale) di quanto accaduto in Inghilterra una quarantina d’anni fa non spaventa, non noi progster, comunque. Il disco si ascolta con scorrevole facilità, ma la musica è tutt’altro che semplice: è ben congeniata e con tutte le parti al loro posto, dando un senso di ordine che fa sembrare tutto più accessibile, e questo è un merito tecnico indiscutibile. Si può criticare (chi ne avrà voglia) la scelta, ma non il risultato, che reputo sicuramente positivo, oltre che piacevolissimo.

 

Roberto Vanali

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