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DIAGONAL The second mechanism Rise Above Records 2012 UK

Il loro debutto nel 2008, decisamente inaspettato e piuttosto folgorante, ci fece crescere l’ovvia speranza di poterli rivedere presto. Ci sono voluti, invece, quattro anni per dare soddisfazione alle aspettative. Partiamo dal titolo, che ci aiuterà a comprendere che nulla è diretta conseguenza del primo lavoro, nulla è scontato nella carriera di questi ragazzi di Brighton. Il “secondo meccanismo” gira da solo, vive di vita propria anche se non è certo una vita totalmente avulsa ma piuttosto una sorta di rinascita tramite un rimodellamento del DNA, seppur partendo da elementi della vita precedente.
Di fondo, ancora da un grande eclettismo, che volutamente lascia alla voglia di divertimento la trascrizione delle partiture, sempre molto fantasiose e dall’approccio quasi mai diretto. E’ musica che sa muoversi tenendo sempre ben salda l’attenzione dell’ascoltatore riuscendo ad esprimere cose nuove, con l’utilizzo di modalità del passato. Qualche lieve modifica alla formazione. Ad esempio non c’è più Pomlett e il basso viene recuperato dal già presente tastierista Nicholas Richards e si aggiunge, come ospite, Robbie Wilson alla tromba e al flicorno. Per il resto tante conferme e tutti con il loro grande bagaglio da polistrumentisti. Non molto lungo, il disco supera di poco i quarantatre minuti, suddivisi in cinque brani della durata variabile tra i sei e gli undici minuti, circa. Quello che mi appare in maniera predominante è la minor presenza di temi provenienti dal jazz, per contro, una maggior propensione verso temi più space psichedelici, con chiare aperture verso fughe sonore da jam session, l’inserimento di temi vicini al krautrock e anche di qualche momento con tendenze hard. Tutto è molto intenso e compresso e i minuti scorrono tra temi dall’approccio complesso, ma mai sconfinante verso forme di avanguardia o sperimentale. Come per il primo episodio c’è una forte tendenza a ripetere schemi ben consolidati dagli anni ’70 in poi, peccando un po’ in personalità e in definizione le musiche, quindi è facile rilevare momenti stile Pink Floyd, King Crimson, Hawkwind, qualche passaggio più scuro e hard in direzione Sabbath. Tra i brani si pongono ben in vista le dinamiche molto varie di “Hulks”, dotata anche di un ipnotico e dondolante cantato e una sezione centrale che ci riporta dritti ai primissimi Floyd. Da citare sicuramente “Mitochondria” con i suoi bei raddoppi sax/chitarra e uno sviluppo del tema in pieno stile VDGG. Ma il brano migliore del disco, a mio parere, è “These Yellow Sands”, che ruota attorno ad un tema più melodico dal sapore decisamente scandinavo e lo pone a base di un crescendo che sa essere anche maestoso e ricco e porta ad un finale davvero piacevole.
Riassumendo, l’impatto generale è certamente positivo, il disco si fa ascoltare di filato, senza urla di sorpresa, ma anche senza delusioni. Non ha certamente la forza dell’esordio, ma, viste le traversie della registrazione e dei lunghi tempi del parto di brani già pronti, abbandonati, incisi daccapo, ecc. il risultato mi pare decisamente buono.


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Roberto Vanali

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