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JUDY DYBLE Talking with strangers Genepol 2009 (2013 Gonzo Multimedia) UK

Nella seconda metà degli anni '60 il turbinio di gruppi e musicisti eccezionali ha dato vita al periodo più florido e creativo della musica rock. Gli artisti sono stati così tanti che molti sono passati quasi inosservati pur possedendo capacità fuori dal comune. Tra questi c’è sicuramente una delle voci femminili più belle di quegli anni: Judy Dyble.
Judy ha avuto in quegli anni una carriera musicale breve ma molto intensa, lasciando una traccia importante in alcuni dei gruppi più significativi di quel periodo. È stata innanzitutto la cantante e cofondatrice dei leggendari Fairport Convention: il gruppo folk inglese per eccellenza.
Dopo il primo album li lascia e si unisce ai Giles Giles & Fripp, gruppo del suo ragazzo dell’epoca, ”tal” Ian McDonald, gruppo da cui a breve sarebbero nati i King Crimson. Chiude la sua prima avventura musicale nel 1970 con i meno famosi ma altrettanto interessanti Trader Horne, autori di un solo album di Folk Rock, album davvero degno di nota.
Di lei poi si perdono le tracce per 35 anni circa, fin quando, nel periodo tra il 2004 e 2006, pubblica per una piccola etichetta tre album gradevoli di folk, con notevoli venature progressive. Tuttavia è solo nel 2009, con il qui presente “Talking With Strangers”, che decide di fare le cose davvero in grande chiamando a raccolta una serie di guest star davvero imponente.
Partiamo subito dalle due menti che stanno dietro questo ambizioso progetto e autori di gran parte della musica dell’album: Alistair Murphy dei Cromer Museum e Tim Bowness dei No-Man di Steven Wilson, che si dimostrano musicisti abili capaci di valorizzare al massimo il talento della Dyble.
Tuttavia ciò che sorprende di più è il nutrito e ghiottissimo numero di ospiti presenti sull’album. Judy recupera gran parte dei vecchi amici che avevano suonato con lei negli anni sessanta: troviamo il chitarrista Simon Nicol dei Fairport Convention, la cantante e tastierista dei Trees Celia Humphris, Jacqui McShee cantante dei Pentangle, Julianne Regan della Brit pop band degli All About Eve, il mitico Pat Mastellotto batterista dei King Crimson e per finire riesce a reclutare nientepopodimenoche John Gillies (autore anche di un brano), Ian Mc Donald e sua maestà Robert Fripp. Questi ultimi due non suonavano assieme addirittura dai tempi di “Red”! Basta questa sfilza di nomi per ingolosirci e far lievitare a dismisura le nostre attese.
Il disco inizia delicato con la chitarra acustica di Nicol che fa da apripista allo voce calda e antica di Judy. Le canzoni poi si susseguono piacevolmente, tra atmosfere folk medioevali e oniriche con arrangiamenti sofisticati e spesso acustici, sempre guidate dalla voce maliarda di Judy che, oltre a cantare in molti pezzi, suona anche il salterio. Nell'album è presente una cover molto riuscita di “C’est la Vie” di Greg Lake, le atmosfere più jazzate di “Grey October Day”; tutto molto carino e delizioso ma, se devo essere completamente sincero, ancora non sono completamente soddisfatto. Da cotanto numero e livello di musicisti ci si poteva aspettare qualcosina di più. Tuttavia è fin da quando ho aperto la custodia del CD che ho puntato ad “Harpsong”, una canzone che dura 19 minuti e 19 secondi, unico pezzo in cui è presente Robert Fripp. Fin da subito l'ho adocchiata con maggior curiosità!
Il brano inizia sulla falsariga degli altri come una deliziosa ballata folk, ma laddove i pezzi precedenti terminavano questo si accende. Quando entra in scena il signor Fripp, particolarmente ispirato e supportato da Ian Mc Donald, si scatena un vortice d’emozioni crimsoniane: i due, come per incanto, ritrovano l’alchimia di un tempo e fanno rinascere la magia di “In the Court of the Crimson King”. Il pezzo riprende poi da dove aveva iniziato e approda dolcemente alla fine. Tuttavia quell’intermezzo mi ha profondamente scosso, Fripp, che raramente guarda al suo passato, ha voluto, per Judy, fare un’eccezione conferendo al brano una performance nostalgica che da sola varrebbe tutto l’album. Ciò nonostante “Harpsong” è qualcosa di più: unisce folk e prog in una suite che manderà in sollucchero ogni appassionato. A suonarlo è una piccola orchestra con il delizioso salterio suonato da Judy, il violino, l’oboe, tante chitarre, McDonald che suona di tutto (addirittura l’ukulele!), una varietà di timbri e di sonorità che fanno si che i 19 minuti del brano volino via che è un piacere.
In chiusura a questa ristampa troviamo due bonus track: “Sparkling” e “Waiting”, scartate a suo tempo e riproposte poi nell’EP del 2010 “Fragile”, sono altre due belle ballate eteree in linea i primi pezzi dell’album, ma forse un po’ più convenzionali e con meno colori.
Che altro aggiungere? Judy, aiutata dai suoi amici, ci ha davvero meravigliato! Si dimostra cantante sopraffina e musicista completa, coautrice di quasi tutti i brani. Ha anche il merito di aver messo assieme musicisti straordinari.
La cosa che però sorprende di più, è come ognuno di questi musicisti abbia voluto fornire un contributo importante e significativo. Oltre al già citato Fripp, vale la pena sottolineare l’eccezionale performance di Pat Mastelotto, mai così gentile e delicato con la sua devastante batteria. Notevoli anche Simon Nicol che, con la sua chitarra acustica, ha un feeling unico con la voce di Dyble e per finire Ian McDonald e il suo flauto che conferiscono un tocco magico e molto progressive…
Purtroppo il progetto successivo a “Talking with Strangers” che continuava a prevedere la presenza numerosa e di estrema qualità di musicisti di supporto, tra cui sempre Fripp, è naufragato. Tuttavia si aspetta entro fine 2013 un nuovo album sempre frutto della collaborazione con Tim Bowness. Sarebbe forse troppo aspettarsi un altro album come questo, ma la curiosità è tanta. Magari Judy riuscirà di nuovo a sorprenderci e, speriamo vivamente, come questa volta in positivo!


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Francesco Inglima

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