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DESERT WIZARDS Ravens Black Widow 2013 ITA

Tornano dopo due anni dal debutto omonimo i ravennati Desert Wizards, sempre con il loro hard rock psichedelico cadenzato ed imbevuto in un visionario doom che smorza drasticamente i colori, tipo il tardo crepuscolo verso la metà (inoltrata) dell’autunno. Una visione alimentata anche dalle immagini di copertina, che assieme alla musica danno proprio la sensazione di essere in un bosco del Settentrione italiano ad un’ora troppo tarda del pomeriggio, sentendo solo il suono delle foglie secche sotto i piedi che si intramezza alla tensione costante. Un’ansia che sale gradatamente, quella maledetta sensazione che si prova quando si ha paura… di aver paura, ingaggiando una strangolante lotta con se stessi, dove non si può non uscirne sconfitti. È il medesimo stato d’animo che si respira in un pezzo come “Babylonia”, che inizia lenta, ipnotica, seducente come lo possono essere certe cose subdole, con la voce della tastierista Anna che apre le sinuose e marce danze, per poi lasciarsi andare ad un’elettricità drammatica da sparare ad alto voltaggio. I rimandi, mentalmente, saranno già andati ai Black Sabbath e forse in buona parte non si sbaglia; ma i “maghi del deserto” nostrani attingono ad una mistura in cui sono stati aggiunti anche i vecchi Pink Floyd, resi plumbei (del tipo più scuro) dalla commistione dissacrante con gli Electric Wizard e con il primo album (riesumato postumo) dei norvegesi Lucifer Was. Nel brano in questione, poi, quando la voce del bassista Mambo ripercorre costantemente il tema principale, viene anche da pensare al ritornello di “Radioactiove Toy”, cioè ai migliori Porcupine Tree del tempo che fu.
Il quartetto, a dire il vero, non si discosta molto da quanto fatto dalla prima uscita, anche se potrebbe sembrare che a suo tempo ci fosse una maggiore vena psichedelica, mentre qui si insiste un po’ di più con l’ispirazione di matrice doom, dando a volte un effetto simil-stoner come testimoniano i controtempi dell’iniziale “Freedom Ride”. Ma gli amori lisergici di floydiana memoria ci sono comunque: “Back to Blue” ne è un esempio lampante, con le sue voci visionarie (come i testi di tutto l’album), marcate note di organo che fanno da denso riempimento e solismi scivolati di chitarra che indirizzano un movimento uniforme verso “Black Bird”. Il pianoforte traccia il sentiero che conduce naturalmente dal pezzo precedente a quello in questione, approdando ad una composizione che vuole essere drammatica e chiude con un lungo assolo delle sei corde di Gito. E proprio quando si comincia a pensare che forse la produzione avrebbe dovuto far risaltare maggiormente le fasi soliste per dare ancora più incisività, ecco che arriva “Dick Allen Blues”, sparata e risonante come un treno che corre lungo le rotaie di una stazione fantasma, dove forse ci sono pure gli spettri sbiaditi dei Deep Purple che aspettano la corsa chissà da quanto. Un viaggio che continua inesorabile come la dannazione nel varco dimensionale di “Electric Sunshine”, in cui si fa tesoro delle lezioni dei rockers scandinavi più duri e puri. “Burn into the Sky” è uno scaltro stoner doom, che anche i più acerrimi detrattori non potranno non riconoscere influenzato dal vecchio dark-progressive settantiano (spesso si confondeva abilmente con l’hard-prog…) nella parte strumentale, in cui giocano molto i rallentamenti e le ripartenze della batteria di Dallas. In “Vampire’s Queen” la suggestione è dettata ancora una volta dal pianoforte seminascosto e dalla chitarra stentorea che si confonde poi sulla scia dell’organo, confermando come la seconda parte dell’album presenti (volutamente?) una definizione strumentale assolutamente più netta che nella prime canzoni. “Bad Dreams”, infatti, parte come un orgiastico ed indemoniato sabba elettrico per prendere poi quello che sembra un gran respiro e poi proseguire più quieto dopo aver sbollito l’invasamento. Si chiude con “Childood’s End”, cover dei Pink Floyd presente anche sulla raccolta “One of my turns - a tribute to Pink Floyd” della Mag Music. Il pezzo – che a questo punto non poteva non appartenere a quel gran bel lavoro tanto sottovalutato che è “Obscured by clouds” – si mostra rispettoso nei confronti dell’originale e allo stesso tempo mette in luce la personalità della band, con un risultato ampiamente sufficiente.
Come era stato già scritto per il primo album, l’insieme dei vari generi potrebbe benissimo fare avvicinare anche gli ascoltatori prog ed aprirli verso qualcosa di cui non usufruiscono abitualmente. La proposta in sé, quindi, non risulta affatto un ostacolo in questo senso. Per quanto riguarda le voci (comunque sempre intonate, sia chiaro), il discorso si ripete: autenticamente deboli in determinati momenti oppure è un effetto voluto per l’economia strutturale dell’intero lavoro? Forse la risposta potrebbe risultare affermativa in entrambi i casi, chissà? E anche questo rientra nell’ottica di un album in cui i contorni non sono mai netti e lasciano il posto all’inquietudine delle ombre, che può risultare ancora più abrasiva di quanto si immagini. Non certo un capolavoro, ma un’uscita che va sicuramente al di sopra dell’aurea mediocritas imperante. Visto il (sotto)genere affrontato, del resto, non sarebbe potuto essere altrimenti. O si toppa… o si sfonda.


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Michele Merenda

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