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FARO Luminance Andromeda Relix 2020 ITA

Erano passati nove anni dall’esordio di questo gruppo abruzzese con “Gemini”, dopo essere stati fondati nel 2007 dal tastierista e cantante Rocco De Simone assieme al polistrumentista Angelo Troiano (chitarre, basso, tastiere e programmazioni varie). A loro si è poi aggiunto l’altro chitarrista Fabrizio Basco. Quest’ultimo, però, nell’uscita presa in esame risulta citato solo nelle note in cui lo si ringrazia per il suo supporto. Firma tre brani assieme a De Simone, ma di fatto – per come viene presentato il prodotto – sembra che i Faro oggi siano un duo (almeno di strumentisti) a tutti gli effetti. Qualcuno sostiene che probabilmente Basco suona sui tre brani da lui co-firmati - “Pure”, “Fragment” e “Down” -, ma non c’è nulla che indichi l’oggettività di questa ipotesi. Si attendono, al riguardo, maggiori dettagli dai diretti interessati.
Parlando invece dei contenuti, si può senz’altro dire che nel frattempo si è passati dal metal degli esordi, che presentava una certa “romanticità”, ad una proposta sicuramente più intima ed ermetica, da inserire nel filone prog-metal prossimo ai Fates Warning, quelli di “Perfect Simmetry” (1989), “Parallels” (1991) e “Inside out” (1994); un contesto dove non c’è spazio per assoli eclatanti ma per ritmiche complesse su sfondi cupi, illuminati dai chiaroscuri di voci acute e sofferte, da ascoltare lentamente, con calma… e che a loro volta traggono ispirazione dall’evoluzione che ebbero i Queensrÿche con album come “Rage for order” (1986) e “Operation: Mindcrime” (1988), proseguendo poi con “Empire” (1990) e “Promised land” (1994). Anche in questo caso occorre essere degli appassionati, perché altrimenti si potrebbe avere l’impressione di ascoltare qualcosa di monotono. Senza dubbio, i primi tre brani costituiscono in sequenza l’ossatura e allo stesso tempo l’anima dell’intero lavoro, basato su immagini in cui il narratore stesso è di volta in volta la luce, lo specchio o qualsiasi altra cosa delle storie messe in musica. “Pure” comincia con un arpeggio che apre a sua volta un profondo scenario sonoro dalle sensazioni drammatiche, da contesto cinematografico. Riff duri, sferzanti, batteria programmata seguendo lo stile di Mark Zonder (proprio nei Fates Warning), sebbene maggiormente lineare. Il finale ancora più drammatico, con le voci che sembrano filtrate tramite una radio. La successiva “Fragment” ha un inizio da doom atmosferico, tipo gli Anathema o (vagamente) i My Dying Bride, salvo poi proseguire subito su coordinate proprie al duo, se non fosse per dei controtempi “abrasivi” durante alcuni istanti di inquieta stasi, che così suonano quasi come delle cupe campane (a morto?) da sentire anche in lontananza. Più intricata risulta “December”, in cui viene evocata l’ipnotica luce di una mattina per l’appunto dicembrina, giocata molto sulle sovraincisioni di voci che si accavallano in corridoi di note molto centellinate e tempi dispari di batteria programmata, lasciando poi spazio alla densità del muro sonoro distorto di chitarre nella parte finale, sempre con le voci a narrare le sensazioni di quella lontana mattinata invernale.
A questo punto, saggiamente, la tensione accumulata viene spezzata. “Lucas” è infatti una sorta di dolorosa ballata che parla di sogni che muoiono e di vite da cambiare, per contenuti letterari e soprattutto musicali vicinissima ai succitati Queensrÿche di Geoff Tate, sicuramente tra i momenti più intensi di questo ritorno sulle scene. “Tears” viaggia sul medesimo stato d’animo (forse, se possibile, ancora più depressa), passando quindi a “Down”, che con i suoi sette minuti è la più lunga del lotto (tutte le altre si aggirano stabilmente tra i tre e i quattro minuti); questa composizione si dimostra permeata di lucida follia, avvicinando la proposta a quella che fu a suo tempo dei norvegesi Conception sul terzo album “In your multitude” (1995), dove si erano mostrati vicini alle attitudini delle due famose band sopra citate. Qui vi è una potenza assolutamente metal, oltre ad arpeggi ed effetti che scorrono in secondo piano, dando una connotazione più completa alle sonorità. Superata “Autumn”, la conclusiva title-track nella prima strofa riporta alla mente gli U2 più atmosferici, inseriti sicuramente in un contesto “metallico”, e nelle tonalità più gravi il cantato potrebbe un po’ ricordare sia quello del Mark Lanegan tendente alle fasi contemplative e sia quello di David Bowie. Dopo, tutto va mutando.
Produzione complessiva davvero buona, assieme alla scelta dei suoni e alla programmazione ritmica che non fa mai sembrare che si stia ascoltando un campionamento. L’album, composto da otto tracce, non dura molto e ciò ne aumenta per fortuna la fruibilità. Se amate questo particolare tipo di prog-metal che come detto può suonare “ermetico”, da sviluppare col passare degli ascolti, allora il ritorno dei Faro va fatto proprio, inserendosi in una categoria dal livello internazionale. Si raccomanda di ascoltarlo ad alto volume per poterlo apprezzare meglio.



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Michele Merenda

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