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GENS DE LA LUNE Gens de la lune AAA 2010 FRA

Il 6 Dicembre del 1995, quando il sipario si chiude sul palco dello Zénith di Parigi, in occasione dell’ultima data del tour "à Dieu" et non pas d' "Adieu", per gli Ange finisce un’era e le nuove generazioni, come preannunciato alla stampa da Christian Décamps, prenderanno il posto di quelle vecchie. Come sappiamo Christian rimarrà alla guida della nuova incarnazione della sua band, mentre il fratello Francis, dopo aver ricamato splendidi voli di tastiere sulla bellezza di 15 album in studio, imprimendovi indelebilmente la sua impronta, lascia gli Ange e rallenta la sua attività artistica, pubblicando gli album “A vous mes voyagers” nel 1996 e “Hommage à Roger Comte” nel 1997, e dedicandosi poi al teatro con lo spettacolo “Le temps d’une lune” che viene presentato nel 2001 al festival di Avignone. Ma un angelo non perde le sue ali né può tradire la sua anima e forse è per questo che Francis ha finalmente deciso di tornare a scrivere musica con un nuovo gruppo assieme a nuovi giovani talenti e al veterano Gérard Jelsch, batterista degli Ange dal 1969 al 1974.
Non chiamare in causa gli Ange è impossibile, prima di tutto perché essi rappresentano una vera icona del rock francese e poi ovviamente perché fanno parte integrante della storia di Francis. D’altra parte trovo ingiusto subordinare questa nuova esperienza musicale a quella del gruppo madre, soprattutto perché Décamps ne rappresenta l’essenza e per tale ragione, anche se troviamo delle somiglianze con gli Ange, non potremmo mai dire che Francis imiti sé stesso, dal momento che quello è il suo modo di scrivere musica, la sua natura.
La proposta musicale è semplice ma a suo modo efficace: le nuove composizioni sono guidate dalla voce di Jean Philippe Suzan, un autentico istrione che con la sua teatralità ed il suo savoir faire è in grado di attirare magneticamente su di sé l’attenzione dell’ascoltatore, cosa in cui del resto Christian Décamps era un autentico maestro. Jean Philippe sa essere melodrammatico, spettacolare e si porta costantemente al centro dei riflettori, imprimendo alle dieci canzoni che compongono questo album freschezza e vitalità, mentre la musica, dal canto suo, sembra essere costruita tutta attorno alla sua voce. Il pezzo di apertura, “C’no peran”, non poteva che essere introdotto da una parte recitata che dona un tocco di eccentrica poesia a questa festosa composizione, dallo spirito danzante e che ci fa entrare immediatamente in sintonia con lo stravagante popolo della luna. Il ruolo delle tastiere è puramente di contorno ed il loro intervento serve ad abbellire, arricchire e sottolineare emozioni. I registri scelti sono quelli classici del Mellotron ma molto più spesso hanno un sapore più moderno e in ogni caso non hanno niente a che vedere con quelli che invece identificavano in maniera inconfondibile le opere degli Ange nel loro periodo classico. In particolare la componente sinfonica non è particolarmente accentuata, a vantaggio di un sound grezzo e rockeggiante, in composizioni che conservano comunque tutto il fascino della chanson francese. L’impatto dei pezzi è molto live e la registrazione sembra essere stata fatta in presa diretta, cosa che dona all’album una certa freschezza e lo fa apparire spontaneo e per niente artificioso ma, a dire il vero, anche un po’ casereccio. L’inserimento ad hoc di strumenti come la cornamusa, nella già citata traccia di apertura, o il mandolino ed il bouzouki nella splendida ballad “Gens de la lune”, donano alla musica vaghe e delicate fragranze folkish ed atmosfere da antichi trovatori. In questa maniera l’album oscilla fra ambientazioni antiche e moderne che in tutti i casi comunque riescono ad arrivare in maniera diretta al cuore degli ascoltatori. E’ questo il caso di “L’oeil”, in cui ritmiche moderne e dirette sono rinfrescate da una potente base di Mellotron, con un risultato finale che mi ricorda molto gli svizzeri Galaad. “Laissez-Nous” invece somiglia in maniera incredibile e sorprendente a qualcosa dei primi IQ, con il suo sound ruspante e dinamico e le sue sonorità new prog. Mi piace infine citare l’oscura ed inquietante “Satanas”, con tastiere incombenti ed un cantato suggestivo, quasi gregoriano, che la fa apparire maledetta e sinistramente affascinante. Bene, non possiamo dire che i vecchi Ange siano tornati, anche perché credo che nessuno si aspettasse una cosa simile dall’allegro popolo della luna, che ci ha regalato, senza rimpiangere troppo il passato, un album di autentico prog francese, forse un po’ artigianale ma sicuramente grintoso, fresco ed ammiccante.


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Jessica Attene

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