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ANDREA GONZALEZ Progresivo Instrumental autoprod. 2017 ARG

Una scatoletta tonda di latta è quello che ti arriva in mano. Una scatoletta dai colori sgargianti di un tramonto infuocato che contiene il CD, una spugnetta morbida di due millimetri per adagiare con sicurezza il cd e un cartoncino, sempre tondo, con i credits. Questa è la sostanza materiale.
Per quella musicale, bastano un paio di ascolti per rendersi conto che dietro al nome si cela una signora dalle discrete capacità tecniche e dalle non eccelse doti compositive.
Essenzialmente si tratta di prog sinfonico, molto classico, generatore di atmosfere dolci e suadenti con una mira specifica verso alcuni temi genesisiani, ma non solo. Per l’incisione, la tastierista mette su una band piuttosto ben equilibrata e che sa stare ben inquadrata nelle file, senza eccedere mai. Non disponendo di bio non sono certo delle precedenti esperienze della band e soprattutto della leader, ma dalla frase stampata sul retro del foglietto credits: “Nella ricerca ho trovato questa musica e la fine ha fatto il suo cammino”, posso provare ad immaginare che il suo percorso per giungere al progressive, sia partito altrove.
Ad ogni modo, sappiamo bene che si è ciò che l’esperienza ha forgiato, vale per il carattere e vale per la professione o per le passioni.
Qui le passioni per l’armonia, per certi metri musicali, per certe tessiture morbide, saltano all’orecchio, ma le pecche sono purtroppo parecchie. Se sono i temi Genesis a farla da padrone, spesso finiamo a riascoltare riff già noti, sequenze prese qui e là, da Banks, da Anthony Phillips, da Wakeman. Si genera un sapore poco personale e già troppo risentito. In più, a parte brevissimi momenti, il tutto è arrangiato con ritmi molto secchi e cadenzati, spostando la forma verso un pop sinfonico danzerino, molto orecchiabile e, se non vogliamo dire banale, quantomeno ci fermiamo a scolastico.
Qualche esempio: “Otoño” parte con un riff pescato da “The conqueror” da “From Genesis to Revelation”, qualche piccola variazione e il brano si trasforma, molto lentamente, in un buon pop d’atmosfera. “Vientos” e “Dulces Sueños” sembrano usciti da qualche ritaglio di “Duke” o di “And then there were three”, tutto con le debite distanze, ovviamente.
Altri punti deboli, oltre alle scelte ritmiche e alle riproposizioni, sono da ricercare in suoni di tastiera molto artificiali, generalmente bruttarelli. Alcuni riff di chitarra di Juan Cuneo un po’ invadenti, con tendenze prog metal e quindi totalmente fuori luogo nell’economia del lavoro. Sequenze ripetute all’infinito, forse nel tentativo di dare ai brani una lunghezza almeno decente, attestando la media sui 3 minuti, 3 minuti e mezzo. L’avvio ritmico di “El balcón de Benita”, con una batteria elettronica davvero terribile.
Qualcosa da salvare c’è, sicuramente, il lavoro del bassista Machy Madco fa intendere un musicista di tutto rispetto, purtroppo molto contenuto in ritmi, come detto, troppo spesso molto semplici. L’avvio del brano “Septimio Misterio”, un buon 6/8 che riesce ad evidenziare la buona tecnica del batterista Emmanuel Castañeira. Traccia che però avrebbe meritato uno sviluppo più vario invece di una caduta in un banale e semplicistico assolo in 4/4. “Ritual” ha un vago sapore cameliano, ma anche questo si perde in ritmiche banali e troppo pop. Il guitar solo di “Dulces Sueños”, in leggero sentore Marillion.
Il finale è dedicato ad una bonus track per l’unico brano cantato, in lingua inglese e, escludendo un intro un po’ da brodo allungato, tutto sommato, il miglior brano del disco, con un pop progressive di buona riuscita.
Come sempre parlare negativamente di un lavoro che, sappiamo bene, sarà costato lacrime e sangue, è brutto, ma cavare cose pienamente positive da un disco così è difficile. Mi sento di consigliare all’autrice, ammesso che voglia continuare ad affrontare temi progressive, di osare di più, di lasciarsi andare verso temi più decisi, evitando materiale senza spina dorsale. D’altronde questi prodotti né carne, né pesce lasciano un po’ di amaro in bocca in ogni caso: troppo pop per convincere in pieno i progster e troppo prog per chi ama la musica d’ascolto o da ballo. Quindi osare un po’ di più, specie negli arrangiamenti, mantenendo la band intatta: le capacità strumentali per far meglio ci sono.



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Roberto Vanali

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