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HIDDEN LANDS Lycksalighetens ö Progress Records 2014 SVE

“Lycksalighetens ö”, e cioè l’isola dei sogni, è un romanzo fantastico, in versi, del poeta svedese di inizio Ottocento Per Daniel Amadeus Atterbom. Da qui trae ispirazione il secondo album degli Hidden Lands, tornati alla nostra attenzione dopo due lunghi anni di silenzio. Vi viene narrata la storia di re Astolfo che lascia le sue terre del Nord per ritrovarsi in una sorta di paradiso terrestre, un’isola magica dove abita la sensuale Felicia. Perso nell’amore di questa splendida donna e sotto gli effetti inebrianti di luoghi incantevoli, Astolfo non pensa più al suo regno dal quale rimane lontano per centinaia di anni. Quando finalmente torna in sé e, su un ippogrifo alato, decide di farvi ritorno, niente è più come lo ricordava ed il suo popolo, che ormai si è scordato di lui, lo scambia per un pazzo visionario.
Avevo gradito così tanto “In our Nature”, il debutto di questa specie di offshoot dei Violent Silence, che ho immediatamente provveduto all’acquisto del loro nuovo lavoro, immaginando di ritrovarvi gli elementi che ricordavo con grande piacere e sperando allo stesso tempo che il gruppo fosse persino cresciuto ed evoluto. Non dico che mi sono sentita proprio come Astolfo al suo ritorno a casa, ma un pizzico di delusione, ahimè lo devo confessare, l’ho avvertita. La colpa sarà un po’ anche di Björn Westén che ha lasciato la band con un solo tastierista, Hannes Ljunghall, ma è il tessuto musicale nel suo complesso ad apparirmi piuttosto depotenziato. Le atmosfere, è vero, sono abbastanza simili a quelle vecchie, con preziosi elementi genesisiani, romantiche linee melodiche e tastiere dalle sonorità incantevoli ma l’intelaiatura ritmica, poco dinamica e a tratti un po’ artificiale (il batterista è sempre Gustav Nyberg), lascia un po’ a desiderare e anche il cantato di Bruno Edling non appare sempre all’altezza o per lo meno non lo ricordavo così fiacco. L’idea di aggiungere da parte di Hannes un pizzico di chitarra, strumento che è sempre mancato sia nella storia degli Hidden Lands che dei Violent Silence, non è poi servita a molto, lo devo dire. Fatto sta che proprio quando il sound si fa maggiormente diluito, come nella conclusiva e lunga “Hidden Lands” (diciannove minuti circa), e viene dato ampio spazio alle parti strumentali, il mio orecchio torna a naufragare dolcemente lungo correnti musicali sognanti e fantastiche, dalle colorazioni delicate, dominate dai morbidi suoni delle tastiere. Si perde qui totalmente di vista la struttura del brano e si spazia liberamente su spartiti dilatati di cui non è possibile intuire i confini. Le melodie sono potenti ed il cantato si perde in un contesto prevalentemente strumentale.
Proprio le tastiere ci regalano le immagini sonore più suggestive dell’album e si tenta in tutti i modi di conservarne la centralità, mantenendo anche i dialoghi fra synth e piano, che mi avevano impressionato nel debutto discografico. Le chitarre invece, come accennato, vengono inserite sempre con timidità e compostezza. Proprio il brano di apertura, “Corsican Daydream”, brilla per le sue arie tastieristiche, stavolta molto sgargianti. Le sonorità profumano di Genesis e Collage (quelli polacchi ovviamente) ed il cantato è anche qui molto dilazionato e avvolto dagli svolazzi delle tastiere. Peccato soltanto per il drumming un tantino schematico. Non tutti i brani sono però così interessanti e la flessione si avverte già con la successiva “Dakkar”, dalle atmosfere oniriche ed indugianti. La voce di Bruno entra su un modulato 4/4 rigorosamente scandito da una batteria chirurgica e si viene un po’ a sciupare tutto il pathos fino a quel momento alimentato in massima parte dai synth. Il solo di chitarra, modesto e poco incisivo, non porta nulla a questo brano romantico dal disegno poco impegnativo. “In the wind” non è nient’altro che una ballad dai riflessi pop e dal vago retrogusto anni Ottanta, mentre “Over Again” gronda di atmosfere New Prog con una ritmica più sostenuta, ritornelli ammiccanti ed un cantato che si riscopre protagonista. “Pi” è un breve brano strumentale dalle melodie tenui e ripetitive.
Tutto il disco in generale in effetti si poggia su pochi elementi, melodie ben cesellate, loop ripetitivi ed atmosfere molto soffuse. Riflette sicuramente la bellezza dell’esordio ma secondo me non brilla per le sue idee e per la sua creatività. Il gruppo ha giocato su una formula sicura, su un concept importante e su una produzione molto accorta realizzando un prodotto ben fatto, gradevole ma purtroppo, e mi spiace scriverlo, dall’impatto abbastanza modesto. Questo non vuol dire che i cultori del prog sinfonico, melodico e romantico non possano trarne un qualche godimento ma il gruppo, secondo me, è capace di ben altro.


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Jessica Attene

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