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ARNAUD KRAKOWKA Antic journey autoprod. 2011 NL

C’è veramente una grande varietà di proposte sonore nel lavoro di questo polistrumentista che, pur giovane, dichiara apertamente il suo amore per la musica degli anni ’60 e ’70 e per la classica. La band di Krakowka è alla sua seconda uscita, dopo l’esordio del 2009 e si presenta per questo appuntamento con formazione a trio, chitarra, basso e batteria, ma con ospiti un giovane tastierista, Corvin Bahn, che, almeno fisicamente, sembra un po’ voler emulare il vecchio Wakeman e Nayta Jayne Walker che opera in alcune parti addizionali di flauto. Il padrone di casa, autore e arrangiatore di tutti i brani, oltre alle chitarre, suo strumento principe, suona anche sitar elettrico, flauto, tastiere, percussioni e si occupa delle parti vocali e, su questo, diremo dopo.
Il lavoro si presenta con forte disomogeneità, ma mantiene un filo continuo di collegamento che possiamo trovare, oltre che nel concept generale, ispirato ai miti e ai misteri del passato, ad esempio nei suoni, generalmente piuttosto taglienti e forse un po’ poveri di frequenze basse, nella parti di tastiera con suoni moderni e molto attuali, nelle ritmiche che non si presentano mai troppo complesse e nell’insieme scorrono in maniera piena, ma semplice. Il concept parte con il “solito” preludio di suoni e voci registrate, forse alla radio, forse al mercato, poco dopo il minuti entrano poderose le chitarre in pieno clima hard metal AOR, un po’ in sapore Ayreon e quindi arriva la vera pecca del disco: il cantato. La voce di Krakowka, in questa “Lifeforce” è molto asciutta e alta e fa grande fatica a stare ferma sulle note, con un effetto di imprecisione tonale, che non è molto piacevole. In altri brani ci si distacca molto dal tema canzone come prima descritto. Già “Apollo’s Northern Land” si pone con chiaro scuri di buona fattura e pur rimanendo, sul fondo, delle chitarre di chiara provenienza metal, la voce narrante viaggia su toni più accessibili, riuscendo a convincere. Analogamente diventano persino intriganti e molto personali passi quali “Astral World”, quasi dieci minuti di atmosfere elettroacustiche in bilico tra southern rock, blues hendrixiano, sprazzi zappiani e climi andini, in un crescendo quasi space rock piuttosto interessante. Interessanti anche i classicismi di pianoforte in apertura di “Univers of memories”, che evolvono in un brano struggente tra melodie lente, quasi da AOR ballad e cadenze epiche, purtroppo anche qui, quando la voce tende a salire, si ripresenta il problema tonale descritto. Proseguendo l’ascolto si possono trovare bei momenti ricchi di sonorità etniche, dall’India al Nord Africa, con una buona dose di ricerca sonora, belle parti elettroacustiche in ampie porzioni strumentali, ma “Sundawn” ritorna su temi AOR metal, con ritmi secchi e con la voce così sfasata che fa persino rimpiangere il modesto risultato di “Lifeforce”. La chiusura è affidata alla medio lunga “The Myth of the Sun”, che raccoglie un po’ tutti gli aspetti già visti in precedenza.
Siamo al resoconto finale e, nonostante i ripetuti ascolti, non sono riuscito ad inquadrare bene il punto di mira cercato dall’autore. Troppo eterogeneo nella proposta, il disco soffre moltissimo di parti cantate non altezza. Molto forte è la tendenza a presentare tutto sotto l’aspetto metal e le buone e interessanti parti acustiche dall’impronta etnica ed esotica, sicuramente ben presenti e piacevoli, non riesco alla fine a compensare il risultato ed elevarlo alla sufficienza. L’inventiva e la fantasia ci sono e, con alcuni accorgimenti, il lavoro poteva risultare certamente positivo: un cantante più intonato, un po’ meno metal e un’equalizzazione più armonica e ampia, potrebbero essere gli aspetti migliorabili. Diciamo quindi che per ora rimandiamo agli esami di riparazione.


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Roberto Vanali

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