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LAZULI En avant doute Musea 2006 FRA

Dopo un esordio passato quasi inosservato per via della scarsa distribuzione e la curiosità suscitata invece dalla seconda prova discografica (“Amnésie”, del 2004), giunge al terzo album – quello della maturità - questa band francese dalla line-up quantomeno insolita.
La strumentazione utilizzata dal sestetto è infatti quasi una sfida alla banalità e agli stereotipi: rispondono all’appello un cantante/chitarrista, Dominique Leonetti, autore di testi e musiche, il chitarrista Gédéric Byar, il bassista Sylvain Bayol che preferisce il Chapman Stick e la Warr Guitar (lo strumento a corde reso celebre da Trey Gunn e suonato con una particolare tecnica di “tapping”) al tradizionale basso elettrico e i due percussionisti Yohan Simeon e Frédéric Juan a destreggiarsi tra tamburi, metallofoni, vibrafoni e marimbas; infine Claude (e l’ho lasciato per ultimo perché si tratta del vero asso nella manica), l’altro fratello Leonetti, a rubare la scena con uno strumento di sua invenzione. Chi ricorda lo Shulberry dei Gentle Giant? Beh, in questo caso abbiamo a che fare con la Léode, dall’aspetto esteriore non troppo dissimile dallo stick ma privo di corde. Quando Claude perse l’uso del braccio sinistro a causa di un incidente motociclistico, fece di necessità virtù e non potendo più suonare una chitarra si appassionò alla musica elettronica, in particolare alla creazione di suoni generati da sintetizzatori e modellati tramite computer. Assieme al progettista Vincent Maury, sviluppò così un improbabile ibrido tra una chitarra elettrica, un synth, un oboe ed una “sega musicale” che battezzò con una contrazione del suo nome. Il pad dello strumento comanda un campionatore ed una serie di effetti per mezzo di un sistema midi, e può essere assimilato per concezione al “Continuum” utilizzato da Jordan Rudess dei Dream Theater.
Perdonatemi per essermi dilungato sugli aspetti tecnologici, ma credo fosse necessario poiché la musica proposta dai Lazuli risente parecchio della scelta di tale coraggiosa “tavolozza”, risultando molto personale ed originale.
Sarebbe infatti una grossolana semplificazione parlare di una versione dal sapore “etnico” e meno sinfonico dei migliori Ange (le liriche, poetiche ed immaginifiche, sono giustamente in lingua madre), così come suona un po’ scontato il paragone con il Peter Gabriel di Security e Up (però ascoltate “L’arbre”…), ma è più o meno in quei frangenti che si va a finire, condotti dalla suadente voce di Dominique, dallo stridulo timbro della Léode (a volte identica al timbro di una chitarra in overdrive…) e dalle onnipresenti percussioni idiofone.
Abbiamo così brani orchestrali e onirici come “Lasse courir”, stacchi di potenza inaspettata come nel brano di apertura “En avant doute”, le molte facce della sinistra “Le repas del ogre” che in soli cinque minuti cita le sperimentazioni di scuola francese e le immagini allegoriche di Christan Decamps e la delicatezza di “La valse à cent ans” che ci fa apprezzare appieno l’espressività di Dominique come interprete.
A proposito di Ange, risulta naturale l’inclusione di una cover abbreviata di “Captaine Coeur de Miel”: una buona interpretazione vocale, anche se meno selvaggia dell’inarrivabile istrione di Belfort; il magnifico assolo di chitarra in chiusura è probabilmente opera di Claude Leonetti e della sua creatura aliena e richiama le digressioni sognanti degli ultimi Pink Floyd, quelli di “High Hopes” e “Sorrow”.
La chiusura con “Cassiopée”, dalla struttura più tradizionale, elettroacustica, godibile, ci ricorda che l’album è tutt’altro che cervellotico e che la melodia ne costituisce parte fondamentale; un disco con i piedi ben piantati nel presente e che ci conferma che prog in Francia è ancora sinonimo di evoluzione. Il CD viene distribuito assieme ad un DVD contenente una breve esibizione live (metà dei brani eseguiti non sono contenuti nell’album) ed un simpatico documentario sull’invenzione della Léode. Consigliato.

 

Mauro Ranchicchio

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