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MARQUETTE Into the wild Progressive Promotion Records 2020 GER

Potremmo definire i Marquette come progetto solista del tastierista tedesco Markus Roth, anche se in questo terzo album in cui viene utilizzata questa sigla troviamo vicino a lui diversi musicisti, quasi a formare una band vera e propria. Roth è attivo già con due altri gruppi, gli Horizontal Ascension, impegnati in un progressive rock melodico e i Force of Progress, definiti come instrumental prog/metal/jazz fusion. Con il progetto Marquette sembra che l’intenzione sia quella di avvicinare questi due orientamenti stilistici.
“Into the wild” è un concept ispirato dalla vita di Christopher Mc Candless, un viaggiatore che dopo gli studi, all’inizio degli anni ’90, girò per gli Stati Uniti con pochissime attrezzature, in uno di quei viaggi alla ricerca di una propria identità, che finì però in malo modo, visto che non riuscì a superare le difficoltà delle terre selvagge dell’Alaska, dove trovò la morte nel settembre del 1992.
Da un punto di vista musicale, la cosa che colpisce immediatamente è come Roth sia capace di passare nello stesso brano con estrema disinvoltura da una base heavy-prog a pomposo e classico new-prog, per poi toccare anche melodie lineari (soprattutto nelle parti cantate), spunti sinfonico-classicheggianti e deviazioni jazzistiche. Questo che può apparire un minestrone con troppi ingredienti, in realtà, in alcuni momenti è anche molto godibile, anche se non si può negare che di tanto in tanto certi contrasti appaiono un po’ forzati. Le parti più ariose sono veramente ben fatte e con il suo lavoro alle tastiere Roth mostra non solo preparazione, ma anche tecnica mai fine a sé stessa e la capacità di creare composizioni ben studiate. Un pezzo come “Seven doors”, in quattordici minuti strumentali, evidenzia pregi e difetti del disco. Quella partenza un po’ à la Goblin, con toni misteriosi e minacciosi, è emozionante, ma quando nel brano fa capolino la chitarra metal si perde quell’intensità creata. Ed è un peccato perché anche nella parte centrale in cui siamo avvolti da atmosfere oniriche, con suoni di flauto eleganti, tastiere a tessere scenari sospesi in sottofondo si crea una vera e propria magia, che viene tuttavia spezzata nuovamente dai ruggiti della sei corde. Con un lavoro di chitarra più rifinito e più in sintonia con il mood del brano e con la raffinatezza degli altri strumenti “Seven doors” poteva essere un gioiello brillantissimo; così com’è, invece, appare più come un’occasione sprecata.
Le tracce col minutaggio più contenuto mostrano una coesione maggiore. C’è il pezzo più tecnico e prog-metal (“Alexander Supertramp”) che piacerà agli amanti del genere, altri in cui si cerca una maggiore immediatezza, ma che si mantengono lontani da quei picchi appena evidenziati, risultando godibili, ma senza esagerazione. Discorso a parte per la conclusiva title-track, suite di diciannove minuti, che fondamentalmente mette in mostra gli stessi pregi e difetti della citata “Seven doors”. Rispetto a quest’ultima, però, si avverte un maggiore equilibrio. C’è sempre alternanza tra atmosfera, romanticismo, new-prog e metal, ma l’impressione è che le parti più aggressive si inseriscano molto meglio nel contesto.
Alla fine ci sentiamo di promuovere il disco, anche se con voti non altissimi e viste le caratteristiche un po’ contrastanti che abbiamo descritto si consiglia magari un preascolto attento prima di procedere con l’acquisto.



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Peppe Di Spirito

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