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ANATOLY PERESLEGIN Xenophobia Electroshock Records 2010 RUS

Abbiamo imparato a conoscere questo compositore israelo-russo attraverso opere ispirate a tematiche religiose che in qualche maniera riprendono elementi orchestrali, seppure rimodellati in chiave elettronica, e che mantenegono un filo di collegamento con la musica temperata, esile ma comunque ben visibile. Con questo quarto album l’ispirazione dell’artista cambia profondamente e si fa più audace e senza dubbio più ostica. Per esprimere in suono un sentimento come la “Xenophobia”, la paura dell’estraneo, non mi sarei aspettata certamente un’opera lineare ed affabile ma queste tre lunghe composizioni diventano qualcosa con cui è davvero difficile avere un approccio. Il senso dell’estraneità in questo album è dato dalla costante presenza di rumori bianchi, di varia tonalità, che creano un disturbo continuo, distorcendo ogni altro suono che si possa percepire sullo sfondo. Questo senso di disturbo, di fastidio e di tormento è quello che a livello sonoro incarna la paura dell’estraneo che viene qui vissuta come l’incursione di elementi sonori alieni che generano malessere e disagio. La difficoltà di approccio è data anche dalla struttura stessa dell’album composto da soli tre lunghissimi pezzi per un totale di 73 minuti. Un titolo come “Kiss White Dwarf”, che è quello della traccia di apertura, richiama il mondo del cosmo e da qui l’idea che l’estraneo possa essere un’entità aliena extraterrestre e non necessariamente un umano che ha delle origini diverse dalle nostre. In effetti la xenofobia può manifestarsi ad ogni livello di esistenza, a partire da quello a noi più prossimo per arrivare infine ad una lettura in chiave cosmica. Persino gli elementi elettronici sono subissati dal fragore del rumore bianco che ha l’effetto di una valanga sonora incessante e ne consegue che in questo brulicare e sciamare di suoni è impossibile orientare la propria mente lungo una traiettoria musicale. E’ come sprofondare nel caos ancestrale, come avere qualcosa che disturba pensieri e sensi e devo dire che arrivare in fondo all’album è un’impresa non facile. Le tre tracce sono organizzate in modo da creare un’esperienza di ascolto che ci porta gradualmente all’apice dall’alienazione. L’intensità del disturbo infatti cresce con lo scorrere dei pezzi, culminando con la conclusiva “Heteroemergency”, in cui si giunge appunto quasi ad uno stato di emergenza, al culmine della rottura del nostro equilibrio psichico e sono sicura che una ipotetica quarta traccia avrebbe sicuramente portato l’ascoltatore al suicidio. Più che una esperienza musicale questo disco è un esperimento mentale che consiglio solo alle menti più malate e avvezze ad esperienze elettroniche estreme.



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Jessica Attene

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