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YESTERDAYS Holdfénykert Rockszerviz 2006 (Musea 2008) ROM

Gli Yesterdays nascono alla fine degli anni ’90 nella regione romena del Cluj, popolata da una cospicua minoranza di etnia ungherese a cui i componenti della band appartengono. Il progetto nasce dalla mente del polistrumentista Bogáti-Bokor Ákos, autore di tutte le musiche, chitarra solista nonché secondo tastierista in forza al gruppo, inizialmente come cover-band degli Yes, origine scritta a chiare lettere nel nome scelto. Non sarà prima del 2006 che la band avrà finalmente l’occasione di entrare in studio e registrare questo “Holdfénykert” (titolo inglese “Moonlit Garden”), successivamente rimasterizzato e riedito dalla Musea nella versione oggetto di questa recensione.
Sarebbe fuorviante affermare che l’influenza Yes sia assente dai 54 minuti di musica dell’album (la terza traccia “Don’t be scared” contiene una citazione esplicita del tema di “Close to the edge” e la slide guitar in coda a “Somewhere in space” fa il verso a “Soon”), sarebbe però ugualmente ingiusto parlare di opera derivativa… o meglio, la band di Jon Anderson non è che una sola delle entità del passato cui viene pagato tributo. Si tratta di brani generalmente di durata contenuta (con un paio di eccezioni) che ci deliziano con impasti sonori a base di flauto (onnipresente, suonato con gusto e sapienza da Kozma Kis Emese), chitarre prevalentemente acustiche, un basso dal suono caldo e avvolgente (Vitályos Lehel) che spesso si produce in mantra ipnotici e la voce dolce e rassicurante della bravissima Jánosi Kinga (sto rispettando la notazione ungherese di anteporre il cognome al nome proprio).
Le tracce scorrono una dopo l’altra senza stupirci con invenzioni ad effetto, piuttosto cullandoci tra sognanti intermezzi strumentali (l’accoppiata “Sunlit garden”/”Moonlit garden”, quest’ultima un duetto chitarra classica-clavicembalo che potrebbe essere uscito dalle corde di Anthony Phillips…), episodi di più facile assimilazione (“It’s so divine”, che con le sue armonie vocali ci riporta ai primi White Willow), il tutto condotto da un flauto che quando lascia la scena ai rari interventi di chitarra elettrica (il finale di “Where are you?”) evoca molto da vicino lo spirito dei Camel di “The snow goose” o per proporre un paragone più moderno, i polacchi Quidam dello splendido esordio.
Menzione speciale per la mini-suite “Seven”, che presenta tutti gli ingredienti citati ma con una dinamica ed una vitalità rinnovati – scelta saggia quella di porla quasi in coda al disco – dall’esplosione iniziale di synth, subito doppiato dal Mellotron (stavolta il paragone giusto mi pare quello con i Greenslade) alla seconda sezione in cui entra in scena il controcanto maschile, una chitarra liquida e sostenuta, un organo scoppiettante... insomma ce n'è un po' per tutti, è senza dubbio il mio brano preferito… sarà solo un caso che sia anche il più lungo dell'album?
Concludo consigliando di concedere il dovuto numero di ascolti ad un disco che entrerà nelle vostre orecchie in punta di piedi (lo so, la metafora è pessima!) ma che con il tempo potrà conquistarvi grazie ad una semplicità solo apparente.

 

Mauro Ranchicchio

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