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Recensioni

AGROPELTER-The book of hours -The Laser’s Edge -2025 -NOR -Peppe Di Spirito
AGROPELTER The book of hours The Laser’s Edge 2025 NOR

Negli ultimi anni la scena prog norvegese si è arricchita in modo esponenziale di nuove band che hanno proposto molto materiale interessante, anche se non originalissimo. I debiti a gruppi come Yes, Genesis, King Crimson e Anglagard sono evidenti, ma non si può negare la godibilità dell’ascolto. Nel 2025 un debutto sicuramente da segnalare è quello degli Agropelter, sigla dietro cui si cela un nuovo musicista di talento, Kay Olsen, autore di tutte le composizioni e impegnato con chitarre, basso, organo Hammond, sintetizzatore e organo da chiesa. Al suo fianco ci sono comunque musicisti di livello, a partire da Mattias Olsson e Jonas Reingold, che non hanno bisogno di presentazioni, e proseguendo con altri esecutori impegnati con pianoforte, violoncello, contrabbasso, flauto, fagotto e duduk. Dulcis in fundo, si segnala anche gli interventi “in regia” di Jacob Holm-Lupo, che ha curato missaggio e masterizzazione di questo lavoro che è interamente strumentale. La breve introduzione “Flute of peril” apre le danze proprio con un flauto (mentre si sente un temporale), subito seguito dal mellotron e dalla chitarra acustica; poi dopo un minuto e mezzo il brano si fa più imponente e finisce in maniera epica. “Levitator” ci fa entrare più nel vivo del lavoro, con un sound a cavallo tra rock sinfonico e space-rock, che rievoca inevitabilmente gli Eloy. “Burial mound”, invece, ha un’aura più austera e sacrale ed è sorretta dal basso di Reingold, dal fantasioso drumming di Olsson, mentre in sottofondo si sente l’organo ecclesiastico. C’è poi l’ossatura del disco rappresentata dalle quattro parti della title-track, che occupano in totale circa trentatré minuti. E in questo lasso di tempo gli omaggi si sprecano… Yes, Kansas, Rick Wakeman, Genesis, King Crimson, Anglagard, Vangelis e chi più ne ha più ne metta… Le dinamiche sono curatissime, tra momenti di piena travolgenti e passaggi più pacati, a volte raffinati e classicheggianti. L’atmosfera si mantiene sempre abbastanza tesa e trasmette continuamente un senso di drammaticità. Tutto già sentito? Sicuramente! Eppure la sensazione non è mai di un copia/incolla senza un briciolo di fantasia. L’impressione è che Olsen abbia “immagazzinato” bene le molteplici influenze storiche e riesca poi a trasferirle nella musica proposta con passione e con buoni risultati. Insomma, “The book of hours” si inserisce alla perfezione nel panorama norvegese che abbiamo indicato in apertura. È un disco che non pretende di sconvolgere, che non è innovativo, che si rifugia in certi canoni del rock sinfonico più classico. Eppure è carico di feeling, scorre bene, è suonato egregiamente e in fin dei conti la percezione è quella di essere al cospetto di un prodotto abbastanza al di sopra della media rispetto a quelli che presentano le stesse caratteristiche.

Peppe Di Spirito

AUFKLÄRUNG-Nell’idea di un tempo che -Ma.Ra.Cash Records -2025 -ITA -Peppe Di Spirito
AUFKLÄRUNG Nell’idea di un tempo che Ma.Ra.Cash Records 2025 ITA

Da quando nel 1995 uscì “De la tempesta l’oscuro piacere”, apprezzatissima opera prima dei pugliesi Aufklärung, nel corso degli anni, tra scioglimenti e renuion, si sono spesso sentiti rumours di un secondo album in lavorazione. Ogni volta finiva in un nulla di fatto. Poi all’improvviso, praticamente senza nessun preavviso, la Ma.Ra.Cash presenta in anteprima per la vendita “Nell’idea di un tempo che” in occasione del festival di Veruno. Una sorpresa che giunge inaspettata e che arriva esattamente a trent’anni di distanza da quell’esordio. La band ritorna con una formazione molto rinnovata e troviamo Michele De Luca alla voce e ai testi, Dante Di Giorgio al basso e alle chitarre, Marco Mancarella alle tastiere e Michele Martello alle chitarre. Al quartetto si aggiungono Salvatore Nobile alla batteria e Carlo Gioia al flauto nella traccia conclusiva. Il disco è un concept, che racconta “una storia di ansie, apnea, urla e respiri”, con temi abbastanza delicati. Ma la musica? Be’, è diretta discendente di quel prog romantico, sinfonico e malinconico che caratterizzava il debutto. Anche la struttura è simile, visto che ci sono quattro brani, tre di durata estesa (due sopra i tredici minuti ed uno sopra i nove) ed uno che comunque viaggia intorno ai sei minuti e mezzo. L’unica vera differenza è che stavolta è stato scelto l’utilizzo della lingua italiana per le parti cantate, cosa che rende il nuovo lavoro più mediterraneo rispetto al precedente che potrebbe essere visto come più “anglosassone”. Nell’opener “Respiro n. 1”, l’apertura affidata alla chitarra acustica subito ci porta in sentieri molto cari a chi è legato a quel magico debutto. Si inserisce poi il mellotron (prima “imitando” un flauto e poi con quelle “cascate” classiche) e poco prima dei due minuti la sezione ritmica fa virare il tutto verso le atmosfere dei Pink Floyd degli anni ’70, con un rimando non troppo velato a “Breathe”. Ma è solo l’inizio di un percorso avvincente in cui i cambi di tempo, di umore, di riferimenti sono continui. La chitarra elettrica e le tastiere si intrecciano e si alternano in bello stile, senza virtuosismi inutili, tra accelerazioni e rallentamenti, tra echi di PFM e di Banco. “Urlo” (il pezzo più breve) è decisamente più ritmato e sembra quasi un incrocio tra la citata PFM e il Biglietto per l’Inferno, anche se ci sono degli intermezzi dal flavour quasi rinascimentale, che si ravvisa anche nella seconda parte dove diventano protagonisti la chitarra elettrica e il mellotron. In “Apnea” si avverte una maggiore tensione, con un andamento drammatico dettato sia dalle linee vocali, sia dal punto di vista strumentale, con nuovi rimandi floydiani che si abbinano a connotati new-prog. Finale affidato ad “Ansia”, aperta da un piano classicheggiante, perfetta introduzione al mood dimesso e elegiaco della composizione. Le parti strumentali da brivido fanno il resto, tra passaggi acustici di chitarra e flauto, un intermezzo carico di inquietudine psichedelica, con il climax raggiunto dapprima da uno struggente e lungo guitar-solo e poi dal momento tastieristico esuberante e banksiano. Concludo in maniera molto semplice e diretta: gli Aufklärung sono tornati nel migliore dei modi!

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GONG-Bright spirit -Kscope -2026 -UK -Peppe Di Spirito
GONG Bright spirit Kscope 2026 UK

Bella storia davvero quella che stanno portando avanti i Gong. Un nome storico e fondamentale che ha saputo rinnovarsi anche grazie alla lungimiranza di Daevid Allen, che prima di morire ha voluto fortemente che la gloriosa sigla andasse avanti. Il gruppo è oggi guidato da quel personaggio esuberante e carismatico che risponde al nome di Kavus Torabi (voce, chitarra, synth), ma che è circondato da musicisti di prim’ordine con i quali si è creato un affiatamento totale: Ian East ai fiati, Fabio Golfetti alla chitarra, Cheb Nettles alla batteria e alle percussioni e Dave Sturt al basso. Il nuovo capitolo in studio della band, intitolato “Bright spirit”, va in perfetta continuità con gli ottimi predecessori “The universe also collapses” e “Unending ascending”. “Dream of mine” apre il disco con sorprendenti ritmi e melodie d’Oriente e questa atmosfera esotica non si perde negli sviluppi dei minuti successivi (per un totale di dieci e mezzo), tra un riff lancinante di sax, tempi e cantato ipnotici e divagazioni psichedeliche. A seguire uno dei momenti clou, rappresentato da “Mantivule”, oltre sei minuti strumentali, in cui fiati e chitarre possono dialogare splendidamente, mantenendo equilibri perfetti muovendosi tra jazz-rock, psych-prog e hard rock per un prog contemporaneo di grandissima qualità. Ma questi Gong sanno essere camaleontici senza perdere minimamente la propria, forte, identità ed ecco che “The wonderment” trasmette un’oasi mistica di serenità e visioni cosmiche, tra ambient ed echi di Pink Floyd, effetto che si ripeterà nella conclusiva “Eternal hand”. Funziona anche il pop rock stralunato e psichedelico di “Stars in heaven” e “Relish the possibility”. “Fragrance in paradise”, infine, è un altro brano che gioca con riferimenti orientali, ma che pure non cela un’aura fiabesca, tra singhiozzi strumentali in cui fiati e chitarra continuano a duettare e a darsi il cambio ed un cantato sghembo di un Torabi sempre in pieno controllo della situazione. Cominciano a non essere poche le prove che questa nuova versione dei Gong funziona a meraviglia ed è degna erede di un passato ingombrante che poteva essere pesante da gestire. Invece la band continua ad andare avanti con naturalezza, convinzione e dischi validissimi che non vanno messi a paragone con i capolavori degli anni ’70, ma che meritano assolutamente di finire nelle discoteche dei seguaci della scuola di Canterbury e non solo.

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QUIDAM-Together again EP - Live at Inorock 2025 -Farna Records -2025 -POL -Peppe Di Spirito
QUIDAM Together again EP - Live at Inorock 2025 Farna Records 2025 POL

Il 23 agosto 2025 è stata una data importante per i Quidam. In occasione del festival Inorock, che organizzano loro stessi a Inowroclaw, dopo tanti anni è salita sul palco con la band, nel finale del concerto, la storica cantante Emila Derkowska (oggi Nazaruk) che ha lasciato un segno indelebile nel cuore dei fan. E per fare le cose per bene, si sono uniti nei due brani proposti anche la flautista Ewa Albering e il batterista Rafal Jermakow per quella che è una vera e propria rimpatriata della formazione originale. Insomma, una serata veramente speciale, che viene parzialmente immortalata in questo EP di circa mezz’ora, contenente solo quattro brani di quell’esibizione. I primi due sono “… but strong together” e “We are alone together”, tratti dall’album “Alone together” con la formazione attuale dei Quidam, che vede Maciej Meller alle chitarre, Zbignew Florek alle tastiere, Bartosz Kossowicz alla voce, Maciej Wrobleski alla batteria, Jacek Zasada al flauto e Mariusz Ziolkowski al basso. Si tratta di due ottime composizioni, tra le migliori del gruppo post Emila. Ma l’attenzione è tutta per le altre due proposte con la line-up degli esordi al centro del proscenio. C’è “Sanktuarium”. Non poteva mancare. Può essere visto come il manifesto del gruppo. E a distanza di trent’anni dall’uscita del primo disco ancora regala forti emozioni. Emila non ha perso smalto e regala un’interpretazione da brividi. Contagiano quel romanticismo intriso di malinconia, quell’incedere drammatico delle tastiere, la voce suadente, l’influenza genesisiana che sfocia per l’ennesima volta in un guitar-solo da manuale che si lega alla perfezione alla citazione di “Firth of Fifth”. Poi c’è “Bajkowy”, una ballata semiacustica più solare che inizialmente ha un’atmosfera bucolica, ma che poi si vivacizza raggiungendo il culmine con un bell’assolo alla chitarra elettrica di Maciej Meller. Questo EP è solo una testimonianza parziale di una serata per certi versi memorabile, ma contiene sicuramente la parte più importante e sono certo che finirà nella lista della spesa di tutti i fan della prima ora dei Quidam.

Peppe Di Spirito

THE SAMURAI OF PROG-The 7 voyages of Sinbad -Seacrest Oy -2026 - -Valentino Butti
THE SAMURAI OF PROG The 7 voyages of Sinbad Seacrest Oy 2026

Dopo le abbuffate degli scorsi anni, il 2025 si era chiuso senza pubblicazioni a nome Samurai of Prog (anche se era stato pubblicato il secondo album solista di Marco Bernard, a coprire parzialmente il vuoto). Giunge, molto atteso, “The 7 voyages of Sinbad” del progetto a guida italo-finlandese guidato da Marco Bernard (basso) e Kimmo Pörsti (batteria-percussioni). L’album, suddiviso in otto tracce, si presenta con la solita magnifica confezione (di Ed Unitsky) e con esaustivo booklet allegato. La formula è quella arcinota: numerosi ospiti a dare musica e voce, stavolta alle vicende di Sinbad il marinaio. I brani, dai cinque ai dieci minuti di durata, non deludono, esplorando sia l’aspetto più sinfonico, sia quello più folk, senza dimenticare qualche spunto jazz-rock. Insomma, ce n’è per quasi tutti i gusti. L’inizio è affidato ad un brano di Beppe Crovella, “Guided by the moon”, ben cantato da Steve Unruh. Un florilegio sinfonico, dominato dalle tastiere dell’autore, ma si apprezzano pure gli interventi della chitarra di Tony Jokinen e del violino dello stesso Unruh. Segue “The valley of diamonds”, composta da Stefano Vicarelli (tastiere), anch’essa ad alto gradiente sinfonico.Torna il cantato con “Mark the stars” composta da Octavio Stampalia e cantata da Steph Honde. Un’introduzione malinconica anticipa il convincente intervento di Honde. Il sound si muove su coordinate romantiche con un refrain davvero azzeccato (talvolta l’assenza di “ritornelli” di facile presa penalizza qualche lavoro dei “Samurai”). Mi auguro possa essere riproposto nei concerti (uno anche in Italia a settembre) previsti quest’anno. Alessandro Di Benedetti è l’autore di “End of the day” che vede, tra gli altri, Michael Trew alla voce ed un cameo di Roine Stolt alla chitarra. Brano introspettivo e malinconico, ma funzionale alla storia di Sinbad. Rafael Pacha autore della successiva “Trapped by old age”, dimostra una volta ancora il suo amore per gli strumenti etnici utilizzando, tra gli altri, il saz (una sorta di liuto) e la cetra da tavolo. Il brano, come prevedibile, inserisce splendidi tocchi folk in un contesto di prog più “tradizionale”. Il contributo di Mimmo Ferri nei viaggi di Sinbad è “The isle of wonder” con Daniel Fäldt alla voce. Il pezzo, di oltre dieci minuti, è piuttosto articolato con suggestioni jazz-rock, sprazzi etnici e momenti più sperimentali. Davvero gradevoli le sezioni acustiche con voce, flauto ed arpeggi della 12 corde. Si continua con “The last shore” con musica e liriche di Marco Grieco. Alla voce ed al violino torna Steve Unruh, per un brano che apprezziamo molto per i saliscendi sinfonici e acustici con il violino ed il flauto (Giovanni Mazzotti) in evidenza. Degno di “circoletti rosso” i “solos” di Jokinen alla chitarra elettrica. “Sinbad the sailor” (musica e testi di Chris Engels) chiude l’album. Anche qui gli ingredienti ci sono tutti per fare presa sull’ascoltatore: cambi di tempo e di atmosfera, forse il finale avrebbe necessitato di qualcosa di più epico, ma va bene così. Con i Samurai of prog si va, insomma, sul sicuro: per qualcuno magari un limite, per altri una fonte sicura dove abbeverarsi ed apprezzare buona musica.

Valentino Butti

DOMINIC SANDERSON -Live revelations -autoprod. -2026 -UK -Peppe Di Spirito
DOMINIC SANDERSON Live revelations autoprod. 2026 UK

Una sala da concerto vuota. A Birmingham. Cinque musicisti sul palco. La necessaria attrezzatura per la registrazione. Tutto in presa diretta. E nessun ritocco successivo. Sono queste le basi di “Live revelations”, disco che esce a nome di Dominic Sanderson, chitarrista, compositore e cantante, autore già di due interessanti prove in studio, ma che si è circondato di una vera e propria band di livello, formata da Andy Frizell (sax e flauto); Tristan Apperley (basso, sintetizzatore, voce), Jacob Hackett (batteria, voce) e Embiye Adali (tastiere). Pronti, via e si parte con “The twisted hand of fate”, che inizia con una lunga sequenza strumentale, misteriosa e atmosferica all’inizio, poi più spigolosa, fatta di dissonanze, vicine a certo avant-prog non estremo; dopo i sei minuti e mezzo, l’entrata della voce di Sanderson per una breve strofa e la deviazione verso una dimensione sonora in cui si ravvisa maggiore vicinanza al passato di King Crimson e Van der Graaf Generator. Chi ha seguito l’artista in passato noterà subito piccole differenze e variazioni in termini di arrangiamento, proprio perché Dominic ha voluto puntare su un approccio “sincero” e senza compromessi. E le altre composizioni eseguite stanno a dimostrare che questo orientamento è vincente e che l’affiatamento tra i musicisti è totale. I quasi venti minuti (tre e mezzo in più rispetto alla versione in studio) di “Lullaby for a broken dream” sono una gemma preziosa di rock sinfonico sicuramente debitore di un passato importante. Le ondate di mellotron, gli squarci del sax, la voce hammilliana, la tensione drammatica, le variazioni ritmiche, le dinamiche che portano a momenti più pacati, ma senza perdita di pathos, sono tutte caratteristiche che portano alla mente il buon vecchio Generatore, ma senza una trasposizione pedissequa. “From the weeping cradle”, “Is there calm amongst this chaos?” e “Faithless folly” completano l’esibizione mantenendo ben vivo l’indirizzo stilistico delineato con la suite, rendendo il disco decisamente omogeneo. La Birmingham Symphony Hall è stata per l’occasione teatro di una performance di altissimo livello e spero vivamente che per quest’artista e per i musicisti che lo seguono ci siano occasioni in futuro di calcare molti palcoscenici con un pubblico attento e caloroso, pronto ad applaudire. Mi sento di dire che la carriera di Dominic va in netto crescendo e che non si può più parlare di promessa, ma di artista pienamente maturo e vera e propria realtà importante del prog attuale.

Peppe Di Spirito

UNIVERS ZERO-Live at The Triton 2009 -Sub Rosa -2025 -BEL -Peppe Di Spirito
UNIVERS ZERO Live at The Triton 2009 Sub Rosa 2025 BEL

Nome assolutamente fondamentale del Rock In Opposition, gli Univers Zero hanno sfornato tra la fine degli anni ’70 e l’inizio della decade successiva una serie di album che hanno contribuito in maniera importantissima a definire questo sottogenere del prog. Ma anche nel nuovo secolo hanno portato avanti in maniera personale il loro spirito di ricerca, che parte da un chamber rock dalle tinte molto oscure e che si mantiene carico di tensione anche in quei momenti in cui si respira un po’ e si lascia spazio alla melodia. Questo documento è la testimonianza, attraverso un cd e un dvd, di un concerto tenuto a Parigi al locale Triton il 12 giugno 2009. La band si è presentata sul palco con lo storico leader Daniel Denis alla batteria, affiancato da altri sei musicisti che contribuiscono con strumenti elettrici ed acustici, creando magiche commistioni tra tastiere, violino, chitarra ed un ampio numero di strumenti a fiato. Sei le composizioni eseguite, tutte di ampia durata; tre sono tratte dal repertorio “classico”, per così dire, altre tre, invece, sono risalenti a periodi più vicini alla data dello spettacolo. Il risultato è un live di forma e sostanza, che si mantiene comunque fortemente omogeneo e sicuramente molto indicativo della caratura e dell’orientamento della band. Con una base imperniata sulle ritmiche agilissime, eppure serrate e frenetiche, di Denis e del bassista Dimitri Evers, si dipanano sonorità cupe, a tratti estreme, derivanti da intricate partiture nelle quali i fiati e il violino si intrecciano configurando caratteristiche importanti del sound del gruppo. Il piano classicheggiante, di tanto in tanto, propone qualche apertura più melodica che fa venire meno il senso di asfissia, ma che non fa perdere le atmosfere minacciose. Resta forte, quindi, l’indole avanguardistica, ma si avverte anche una raffinatezza degli arrangiamenti di una proposta non stereotipata da parte di musicisti di spessore e di una band dallo stile proprio, inconfondibile e che può essere vista come una vera e propria istituzione. La conclusione affidata a “Dense”, tratta dalla punta di diamante “Ceux du dehors” del 1981 e prolungata fino a superare i diciassette minuti, è un’apoteosi di prog d’avanguardia che ha fatto scuola per tutti gli artisti che nel corso degli anni si sono cimentati nel genere, con i suoi saliscendi dettati da tempi in continua variazione, alternando vigoria ed eleganza.
Cercando un po’ il pelo nell’uovo, possiamo dire che la parte video non è esente da qualche difettuccio tecnico, apparendo spesso un po’ statica, ma fortunatamente non viene meno la qualità audio. Ogni tanto è bene ricordare che il prog non consiste solo in quelle “sicurezze” e in quei “canoni” tipici del rock sinfonico di Yes, Genesis, ELP, ecc. e questo live è una perfetta occasione per darne un’accurata dimostrazione, oltre a rappresentare un appuntamento imprescindibile per gli amanti del R.I.O. e a far rendere benissimo l’idea di cosa sono capaci di fare in concerto gli Univers Zero. Concludiamo ricordando che dalla data di questo spettacolo, il gruppo ha realizzato tre dischi in studio validissimi: “Clivages” (2010), “Phosphorescent dreams” (2014) e “Lueur” (2023).

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YONIN CO.BAYASHI-Ippatsu senkin -Rubber Soul Records -2025 -JAP -Peppe Di Spirito
YONIN CO.BAYASHI Ippatsu senkin Rubber Soul Records 2025 JAP

Questo disco nasce dalla comune passione di un gruppo di amici verso la storica band degli Yoninbayashi, che animò il panorama prog giapponese degli anni ’70 e autori di almeno un disco che non dovrebbe mancare in nessuna collezione degli appassionati, “Ishoku-sokuhatsu”. Gli Yonin Co.Bayashi nascono nel 2011 ed iniziano a suonare le cover dei loro idoli ottenendo un discreto successo nei locali di Tokyo e dintorni. Dopo un bel po’ di annetti, la band pubblica questo disco di inediti, intitolato “Ippatsu senkin”. La line-up è costituita da Toranosuke Katsumata (voce e chitarra), Kenji Maeda (chitarra), Tsuguru Shioda (tastiere), Takashi Ohmori (basso) e Kunio Asanoi (batteria). Come prevedibile, il sound proposto in questo lavoro rimanda in maniera impressionante agli Yoninbayashi, muovendosi tra modernità e passatismo e esplorando prog, psichedelia, reminiscenze floydiane, hard rock e blues rock. Se “Wandering” è un’intrigante introduzione strumentale e atmosferica di poco più di un minuto e mezzo, ecco che “Hi ga ochiru” ci fa entrare nel pieno dell’album con rimandi ai Pink Floyd di “The dark side of the Moon” e con una curiosa parte centrale più aggressiva. Si prosegue tra il rock melodico di “Soratobu enbankara ototo ga oritekita yo”, i netti richiami a “Ishoku-sokuhatsu” con “Yugure o mukaeru machi” (che include splendidi assoli di chitarra gilmouriani) e “Koyoi mo ore no neko to”, l’hard-prog-rock moderno di “Manroame wa yamanai”. Discorso a parte per le ultime due tracce, visto che sono presenti come ospiti due membri degli Yoninbayashi. Alla title-track, una trascinante cavalcata di nove minuti in vena di Uriah Heep, partecipa il chitarrista Katsutoshi Morizono e questo pezzo include “Ganji”, scritto da quest’ultimo insieme al musicista di culto Katsumi Kobayashi per un manuale didattico di chitarra. La conclusiva “Hitsujikai no uta” è una cover di una canzone risalente ai primi anni di attività degli Yoninbayashi, mai registrata per un album in studio e che può essere ascoltata in tre versioni diverse (una live e due demo) solo sul primo cofanetto “From the vaults”, contenete live e rarità. Qui oltre a Morizono suona anche il batterista Daiji Okai della band originale e per l’occasione siamo di fronte ad un bel tuffo nel passato, con conseguente immersione in un sound carico di groove avvincente. “Ippatsu senkin” è un disco sicuramente nostalgico e destinato ai nostalgici del rock giapponese dei seventies, ma contiene comunque cinquantuno minuti di buonissima musica. Curioso e divertente l’artwork, che riprende un primo piano del primate raffigurato su “Ishoku-sokuhatsu”, che indossa degli occhiali sulle cui lenti si vedono altri elementi di quella celebre copertina.

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