
Numero del mese
Recensioni
| JOHN LEES’ BARCLAY JAMES HARVEST |
Relativity |
Esoteric Antenna |
2025 |
UK |
Ci sono voluti ben dodici anni per dare un seguito a “North”, quello che era l’ultimo album in studio dei Barclay James Harvest nella veste guidata da John Lees. Una gestazione lunga che ha portato ad un disco lungo, visto che raggiunge i settantotto minuti di musica. Si tratta di un concept incentrato sulle interconnessioni e le relazioni umane e cosmiche. Musicalmente non ci sono sorprese, visto che siamo di fronte al solito elegante prog melodico che da sempre caratterizza questa sigla storica. Tutte le composizioni sono firmate dai quattro membri del gruppo, John Lees’ (chitarre e voce), Craig Fletcher (basso, chitarra acustica e voce), Jez Smith (tastiere e voce) e Kev Whitehead (batteria e percussioni), a dimostrazione del lavoro di squadra che c’è stato per quest’album. D’altronde, ascoltando i brani si nota che John Lees’ non tende mai ad accentrare la musica sulla sua chitarra, anche se non mancano quei solos elegantissimi che da sempre sono un tratto distintivo dei Barclay James Harvest. I momenti più interessanti sono le due parti della title-track, che aprono e chiudono il disco e che si protraggono entrambe per oltre nove minuti. La prima inizia con un’introduzione d’atmosfera un po’ spacey, per poi proseguire con un prog sinfonico raffinato e dalle intriganti melodie. La seconda è un gioiellino incentrato sul guitar-playinga lirico di John Lees’, vicino ad uno stile gilmouriano, su sfondi di mellotron e chiaramente discendente dei più classici ed epici pezzi degli anni ’70 dei Barclay James Harvest. In mezzo a queste due tracce una serie di brani strutturati in maniera più semplice, anche se spesso e volentieri superano i sei e i sette minuti e che sono per lo più incentrati su un romanticismo malinconico, senza grossi scossoni. Ci si muove tra pop orchestrale (probabilmente ancora oggi alcuni ricordano l’appellativo di “Moody Blues dei poveri” che fu affibbiato in maniera frettolosa e superficiale alla band), rock sinfonico raffinato su ritmi compassati, soft rock diretto con echi di Alan Parsons Project e ritornelli di presa immediata e ballate che puntano direttamente al cuore. Tra picchi apprezzabili (“Hourglass” e “Snake oil”) e quelli che possono essere considerati riempitivi banali (a partire dal singolo “Peace like a river” e proseguendo con “The end of days” e le sue trombette pop-gospel), potremmo dire che “Relativity” si protrae un po’ troppo per le lunghe e qualche taglio avrebbe giovato. Al contempo, può sicuramente essere visto come il disco che esattamente ci si può aspettare dai Barclay James Harvest di John Lees’, che, con il giusto effetto nostalgia, continuano ad andare in diretta continuità con il passato. |
Peppe Di Spirito |
| CAMEL |
Earthrise - Live at the Marquee 1974 |
Esoteric Recordings |
2026 |
UK |
Questo concerto datato 30 ottobre 1974, tenuto dai Camel al mitico Marquee londinese, fu registrato dalla Decca su un 16 tracce per pubblicizzare la band in procinto di intraprendere una tournée negli Stati Uniti. Nel 2023 è stato pubblicato per la prima volta nel cofanetto “Air born: The MCA & Decca years 1973-1984”, che raccoglie la produzione dei Camel nel periodo indicato, più nuovi remix e alcuni live inediti. Nel 2026 la Esoteric ripropone l’esibizione catturata al Marquee in un doppio cd, rendendo più accessibile la spesa per poter ascoltare questa che può essere considerata una vera gemma. Già, perché stiamo parlando di una esibizione che riesce a trasmettere in pieno tutta la magia dei Camel emanavano in quel periodo. Avevano realizzato lo splendido “Mirage” quello stesso anno e si apprestavano a registrare il capolavoro “Music inspired by The Snow Goose”. Il mix splendidamente curato da Stephen W. Tyler permette di ascoltare un suono di altissima qualità e al contempo tagliente per l’energia dello spettacolo dal vivo. Andrew Latimer, Peter Bardens, Doug Ferguson e Andy Ward erano in gran forma e affiatatissimi e abbinano al meglio la vivacità dei momenti più infuocati e quel romanticismo che sarà sempre un loro marchio di fabbrica. Nel repertorio di quella serata veniva proposta l’esecuzione di tutti i pezzi di “Mirage”, estratti dal primo album, due pezzi firmati Bardens mai registrati in studio dalla band, ma punti di riferimento importanti in concerto in quegli anni ed una gustosa anticipazione di “The Snow Goose”. Inutile descrivere per filo e per segno ogni brano suonato. Basti dire che l’interplay tra i musicisti raggiunge la totale perfezione e basta prestare orecchio ai momenti strumentali per rendersene conto. Ritmi pronti a variare, chitarra elettrica, tastiere e flauto che si inseguono, si incrociano, si danno il cambio alla guida, si lanciano in parti solistiche assolutamente da brividi. Un concerto davvero bellissimo, che scorre magnificamente fino al gran finale che vede dapprima una sempre fantastica “Lady fantasy”, una delle composizioni più amate dai fan della band, poi la “maratona” rappresentata da “Hommage to the God of Light”, che sfiora i diciannove minuti di durata. Non so se abbiamo esagerato con gli aggettivi positivi, ma “Earthrise – Live at the Marquee 1974” è un “must have” per qualsiasi amante dei Camel che non ha potuto permettersi l’acquisto del cofanetto. |
Peppe Di Spirito |
| ENTITY |
Il naufragio della speranza |
M. P. Records |
2024 |
ITA |
Un nuovo album degli Entity, uscito nel 2024, segue il precedente “Il falso centro” risalente al 2013. Lo stacco temporale è notevole ma questo non rappresenta un problema dal punto di vista stilistico e della continuità artistica. È normale pensare che la maturazione personale e musicale, l’aggiornamento tecnologico, le aspettative e la voglia di proporre qualcosa di nuovo cambino le carte in tavola nel corso degli anni, col risultato che la nuova musica sia differente dalla precedente. Non è il caso di “Il naufragio della speranza”, che recupera lo stile già definito da Mauro Mulas ne “Il falso centro” e gli stessi musicisti che avevano contribuito alla sua riuscita. A ingarbugliare le cose, però, è il fatto che la maggior parte del materiale dell’album risalga addirittura a metà degli anni ’90, quando era stato concepito in forma abbozzata. Come spiegato nel libretto del cd, “Il falso centro” in questo contesto diventa addirittura un seguito di “Il naufragio della speranza”, sia per quando riguarda la parte musicale che per quella dei temi trattati. Ci troviamo davanti ad un concept album incentrato sulla crescita personale del protagonista durante varie fasi della sua vita, in un percorso che passa dalla difficoltà di realizzare le proprie aspirazioni e dall’incapacità di credere in sé stessi alla voglia di aprirsi al mondo circostante e a cercare una sorta di rinascita, per porsi alla fine nuove domande sul futuro. Musicalmente, le atmosfere sono in spesso essenziali e rarefatte, con melodie sempre calibratissime e attente a costruire in ogni brano un’atmosfera ben definita e con la sempre notevole voce di Sergio Calafiura a personalizzare egregiamente le parti cantate. “Derealizzazione” mi ha ricordato in qualche modo i Camel del periodo d’oro, non tanto per reali assonanze quanto per il gusto con cui gli arrangiamenti sono cesellati a creare una sensazione di morbida leggerezza. Lo stile appare molto misurato e calibrato, basato su suoni classici di pianoforte, Hammond e linee di sintetizzatore e chitarra elettrica molto efficaci. Le atmosfere sognanti sono spesso alternate a variazioni armoniche finalizzate a spostare il mood verso parti più malinconiche, tese o stranianti, e altre volte si induriscono verso l’hard rock progressivo. Ciò è evidente in “Inettitudine” e “Osservatorio”, quest’ultima più sfacciatamente progressiva nei suoi arrangiamenti che privilegiano la componente strumentale. Ci sono poi i gustosi assoli di chitarra elettrica di “Cristallo”, il piacevole prog-tango di “Risveglio parte 1”, lo sfogo drammatico di “Enigma”, un altro brano fortemente debitore del progressive italiano classico, e il finale agrodolce di “E sarà domani” che chiude un viaggio di quasi un’ora di musica scritta, arrangiata e suonata con gusto. “Il naufragio della speranza” è in definitiva un lavoro che punta sulla sincerità, che non cerca facili abboccamenti in formule scontate pur essendo debitore verso i maestri del passato e che scorre via piacevole grazie al fatto di essere misurato e curato nella scrittura e nei dettagli. Il risultato è senza dubbio un piacevole boccata d’aria fresca. |
Nicola Sulas |
| IQ |
Live from London - Camden Palace 1985 |
Esoteric Recordings |
2026 |
UK |
Con questa operazione la Esoteric mette in commercio per la prima volta in un’unica confezione e con un nuovo titolo lo storico primo album dal vivo degli IQ. Uscito originariamente come “Living proof” prima in videocassetta e poi in vinile e in cd, questo concerto per la televisione fu registrato il 13 maggio 1985 al Camden Palace di Londra. A dispetto di un breve preavviso, gli IQ riuscirono a fare una buona pubblicità, con la speranza che la diffusione del video in TV avrebbe dato loro maggiore visibilità e i loro fan furono presenti e numerosi. A quanto pare, però, si trattava di un programma musicale che veniva trasmesso senza una programmazione specifica e con orari variabili. Sembra che la performance degli IQ fu messa in onda nelle primissime ore del mattino e quindi questa opportunità non ebbe l’impatto sperato nella loro carriera. Per fare una ricapitolazione veloce (e anche per dare qualche informazione in più a chi non è esattamente un fan della prima ora della band), ricordiamo che questa esibizione fu filmata in uno dei momenti più importanti del new-prog inglese. Nel pieno degli anni ’80 della “musica di plastica”, dei Duran Duran e degli Spandau Ballet, dei ritmi elettronici, di balli da discoteca, c’erano una serie di band che provavano a riportare in voga certe caratteristiche del prog del decennio precedente. Insieme agli IQ, gli altri nomi importanti erano Marillion, Pendragon, Pallas e Twelfth Night. Al momento della registrazione del loro spettacolo, gli IQ avevano all’attivo solo “Tales from the lush attic”, mentre la seconda prova “The wake” sarebbe uscita giusto qualche settimana dopo. Il cantante Steve Nicholls ricorda, nelle note di accompagnamento del libretto di questo prodotto, che vedeva questa occasione come ottima opportunità per suonare “The enemy smacks”, uno dei loro cavalli di battaglia, con una carica visuale non indifferente ed una tematica forte. Ma l’allora manager della band spinse per evitare, preoccupato delle possibili reazioni degli spettatori americani. Gli IQ puntarono su una scaletta composta per la maggior parte da brani dell’ancora inedito “The wake”, che guadagnano energia in sede live, pur mantenendo ferme certe peculiarità della musica del gruppo, tra riferimenti ai Genesis, tastiere in bella mostra e atmosfere dai toni dark. L’unica “take” che ha immortalato il concerto comporta anche l’inclusione di qualche perdonabile imprecisione, ma cattura in pieno lo spirito di quello che era il new-prog in quegli anni. Ricordiamo, in chiusura, che in questa nuova versione c’è stato un remix per il cd, mentre la parte video viene per la prima volta proposta in blu ray. |
Peppe Di Spirito |
| OVERTURE |
A mezz'aria sul tempo |
Music Revolution Records |
2025 |
ITA |
Nell’ormai lontano 2018 aveva suscitato un certo interesse la pubblicazione dell’album d’esordio di uno sconosciuto gruppo proveniente dalla Sardegna. Gli Overture sono infatti originari di Mores, paese immerso nella campagna del nord dell’isola e nel quale sono stati registrati entrambi gli album prodotti al momento.
L’omonimo disco aveva ricevuto apprezzamenti pressoché unanimi, con varie recensioni che avevano apprezzato la freschezza della proposta e il richiamo ai modelli del progressive italiano di stampo classico. Data la giovane età dei musicisti (da evidenziare che il concepimento del lavoro era iniziato anni prima della pubblicazione), era ovvio che sarebbe stato interessante scoprire se il tutto fosse stato un fuoco di paglia o una premessa per qualcosa di più duraturo. Il responso è disponibile sotto forma di “A mezz’aria sul tempo”, secondo lavoro che presenta una novità nell’avvicendamento alla voce di Pier Mauro Marras al posto di Luigi Ventroni. Marras si occupa di scrivere anche buona parte dei testi, molto curati e con una certa vena poetica (l’autore è anche scrittore, e ha pubblicato un libro basato sulle liriche dell’album). La formazione è rimasta per il resto invariata, con Simone Melis e Samuele Desogos, rispettivamente alle chitarre e alle tastiere, ad occuparsi di scrivere la maggior parte dei cinquanta minuti di musica proposti. L’ascolto fuga ogni possibile dubbio (se mai fosse stato necessario) sulla bontà del lavoro, che riesce a replicare e ad evolvere la proposta dell’esordio mostrando maggiore maturità e sicurezza. Ci troviamo davanti a un ottimo esempio di prog italiano ben concepito, con tutta la cura necessaria adoperata nella fase compositiva, esecutiva e negli arrangiamenti (i musicisti hanno un background di rispetto, provenendo da studi al conservatorio). Pur non essendo l’originalità il punto forte degli Overture, bisogna ammettere che lo sforzo per dare personalità alle tracce è evidente, a partire da “Coscienza cibernetica” che alterna parti più melodiche ad altre tendenti all’hard rock in una complessa struttura fatta di campi di tempo, rallentamenti e accelerazioni. La struttura è simile anche nella lunga “Il re dei topi”, mini suite di oltre dieci minuti nella quale l’esuberanza strumentale viene sfogata al massimo. Le altre tracce sono tendenzialmente più rilassate, a partire da “Bagliori”, ballata sospesa tra dolcezza e malinconia della quale è stato prodotto anche un video, “Cosa pensi” e “Il canto di nessuno”, nelle quali emerge anche il flauto di Fiorella Piras a caratterizzare in maniera discreta ma efficace gli arrangiamenti. “A mezz’aria sul tempo” è un album che guarda al passato in maniera evidente, ma che all’ascolto scorre piacevole e intrigante, sospeso tra i suoni conosciuti e rassicuranti delle parti strumentali e la poesia dei testi. Si ha la sensazione che gli Overture possano fare ancora molto e rappresentare il futuro del progressive rock per la Sardegna, con l’augurio e la speranza che possano proporre la loro musica in maniera continuativa. |
Nicola Sulas |
| DIEGO PETRINI |
La materia del suono |
AMS Records |
2025 |
ITA |
Debutto solista per Diego Petrini, noto agli appassionati di prog italiano per la sua militanza nel Bacio della Medusa come batterista e tastierista. “La materia del suono” è un album nel quale può mostrare le sue capacità compositive ed è un concept “cinematico” come egli stesso lo descrive nelle note introduttive del libretto di accompagnamento. È idealmente suddiviso in due parti, ognuna delle quali comprende sei brani. Una è dedicata alla natura, l’altra alle capacità dell’uomo di trasformare la materia. Tematiche filosofiche e sempre attuali proposte attraverso una serie di pezzi per lo più strumentali, che partono da un lavoro di base pianistico, ma che sono ricchi di sfaccettature interessanti. A dar manforte a Diego, impegnato soprattutto con un ampio parco di tastiere e strumenti a percussioni, troviamo innanzitutto la compagna di vita e di tante avventure musicali Eva Morelli al flauto, ai sax e al theremin, che svolge un ruolo importantissimo, poi Giorgio Panico al basso; in più ci sono Andrea Morelli alla chitarra elettrica e Claudio Ridolfi alla fisarmonica in un paio di occasioni. Come accennato il pianoforte è lo strumento principe, tende ad accennare dei temi di base a cavallo tra musica classica e colonne sonore, per poi lanciarsi nelle più varie direzioni, egregiamente supportato da una sezione ritmica vivace e dai fiati. Così facendo la musica alterna elementi di prog sinfonico, di funk, di jazz e jazz-rock, orientandosi talvolta anche verso le soundtrack dei cosiddetti “poliziotteschi” italiani degli anni ’70. Petrini riesce così a proporre una contaminazione di stili brillante, audace e ricchissima di sfumature e che riesce a mantenersi abbastanza distante da netti punti di riferimento e questa è un’importante nota di merito. Certo, qua e là si può ascoltare qualcosa che rimanda agli Arti & Mestieri, o sonorità care al citato Bacio della Medusa, qualche influenza di prog nordico anni ’90 quando il fascino del mellotron prende il sopravvento e c’è anche una “quasi citazione” di Coltrane, ma tutto è indirizzato verso qualcosa di diverso e personale. A tratti l’incedere è drammatico, ma i repentini cambi di tempo permettono anche variazioni d’umore e la musica così può passare dall’essere particolarmente frizzante e allegra a trasmettere malinconia, fino a diventare riflessiva e misteriosa. Un ulteriore elogio va fatto perché, nonostante la capacità camaleontica di alternare generi e sensazioni, Petrini è in grado di mantenere un’unità di fondo solida ed evidente. Menzione a parte merita la conclusiva “Ciò che trascende”, unico momento cantato del disco che vede proprio per la parte vocale un ospite d’eccezione: Alvaro Fella dei Jumbo. Con il suo timbro particolare riesce a caratterizzare fortemente questo pezzo che sembra muoversi tra Jumbo e PFM. Disco bellissimo, che abbina eleganza classicheggiante, mediterraneità e dinamismo di molteplici forme musicali; da ascoltare più e più volte per coglierne le numerose sfumature e finezze. |
Peppe Di Spirito |
| IL SEGNO DEL COMANDO |
Sublimazione - Live |
Nadir |
2025 |
ITA |
Anche il Segno del Comando raggiunge i trenta anni di attività. Era il 1995 quando la band ligure muoveva i primi passi in un panorama italiano molto vivace in ambito prog. Nel 1996 arrivò l’esordio omonimo, poi, con qualche pausa e diversi altri lavori sempre validi, si è arrivati all’apprezzato “Il domenicano bianco”, datato 2023. Per festeggiare questo compleanno, il Segno del Comando propone questo bel disco dal vivo registrato allo Spazio Webo di Pesaro il 31 gennaio 2025. Sono presenti anche tre bonus tracks registrate in occasione di un concerto olandese nell’ottobre del 2022. Nella data italiana la line-up vede Diego Banchero al basso, Davide Bruzzi alla chitarra e alle tastiere, Roberto Lucanato alla chitarra, Riccardo Morello alla voce, Beppi Menozzi alle tastiere e Paolo Serboli alla batteria. Nell’esibizione del 2022 c’era Fernando Cherchi dietro le pelli e mancava Menozzi. Ben settantotto i minuti di musica presenti nel cd. I dieci brani in esso contenuti pescano dall’esordio, così come nei dischi più recenti, a dimostrazione che, nonostante il passare del tempo, il Segno del Comando ha mantenuto una forte identità. Identità strettamente legata ad un progressive rock dalle trame oscure, a volte sinfonico, a volte indirizzato verso un sound più robusto, ma sempre ammantato da quell’alone di mistero e da tinte fosche. Tra tastiere classicheggianti, chitarre elettriche che alternano ruvidezza, distorsioni ed eleganza, ritmi solidi e perfetti per il sound proposto ed una prestazione vocale di ottimo livello, a tratti anche un po’ teatrale, la band dimostra di trovarsi perfettamente a proprio agio anche sul palco. Si muove su quei terreni solcati negli anni ’70 da gruppi come Balletto di Bronzo, Atomic Rooster, Black Widow, Hight Tide. Ma si muove a modo proprio, traendo ispirazione, catturando certe atmosfere dark e rilanciandole con discreta personalità. Al fianco di classici estratti dal primo album, quali “Il Segno del Comando” e la magistrale “La Taverna dell’Angelo”, fanno ottima figura composizioni più recenti che attestano la bontà del repertorio del gruppo, come “Il Dominicano Bianco”, “La bianca strada”, “Nel labirinto spirituale” e “Sulla via delle veglia”. Ma è inutile citare e descrivere per filo e per segno i contenuti di questo live. Il livello è costantemente alto, la performance meritevole e rappresentativa di una band che dopo tre decenni ha ancora cose interessantissime da dire. |
Peppe Di Spirito |
| SOLARIS |
Marsbéli krónikák III - Mi vagy M.I. |
Solaris Productions |
2024 |
UNG |
L’EP uscito nel 2022 era solo una piccola anticipazione del terzo capitolo della saga delle “Cronache marziane”. Si è dovuto infatti attendere due anni per poter ascoltare l’opera intera, ma l’attesa è stata ripagata con un lavoro di tutto rispetto. “Marsbeli kronikak III” viene pubblicato in doppio cd, in confezione digipack apribile in quattro parti. Esistono una versione ungherese ed una inglese. Il contenuto musicale è raggruppato in tre lunghe suite, lunghe rispettivamente oltre venti, ventuno e trentotto minuti e tutte suddivise in più tracce. Lo stile è quello consolidato dei Solaris, con un prorompente prog sinfonico e tecnologico che a volte si orienta verso un’eleganza classicheggiante e che in qualche spunto si fa più heavy. La prima suite, “ZOO Galaktika” è composta dal chitarrista Bogdan Csaba che orienta subito la musica verso lidi ben noti da chi ha seguito la carriera della band: un sound epico, dove tastiere, flauto e chitarra elettrica duettano di continuo su ritmi in continua variazione e con impasti elettroacustici che hanno sempre il loro fascino. A volte la sei corde si fa più ruvida e carica di effetti, mentre i ritmi si fanno più irruenti, ma il tutto si inserisce sempre bene nel contesto. La seconda suite “Az ozonviz balladaja” è invece a firma congiunta Attila Kollar (il flautista) – Robert Erdesz (il tastierista). Aperta da un prologo inizialmente maestoso e poi orientato verso un chamber rock splendidamente articolato tra violoncello, flauto, percussioni e coro, prosegue poi con un brano caratterizzato da un progressive rock in cui c’è sempre un giusto bilanciamento tra momenti di insieme e parti soliste. A seguire, troviamo dapprima un pezzo più particolare, tra jazz-rock, momenti corali quasi zeuhl e il violoncello ancora a presentare legami con la classica; poi una sorta di mesta ballata, tra il malinconico e il drammatico, con testi in madrelingua e la solita alternanza di strumenti acustici ed elettrici. Infine, c’è “Alomvolgy”, opera del solo Erdesz, che occupa per intero il secondo cd. Si parte con una breve ballata acustica e folk in cui spiccano la chitarra acustica e due voci, una femminile ed una maschile. Si prosegue con una sorta di hard rock sinfonico in cui sembra di ascoltare i Jethro Tull in versione molto più dura. A questo punto la suite si proietta più in continuità con i due precedenti episodi della saga “Marsbeli kronikak”, anche se non mancano spunti più particolari, soprattutto nei momenti cantati, con curate armonie vocali, un paio di deliziosi passaggi operistici trainati da un mezzo soprano, cori à la Orff e una parte recitata nel finale, ma anche con qualche influenza “colta” e folkloristica dai caratteri mitteleuropei e qualche solennità di marca Vangelis. Sono cambiati i tempi da quel debutto folgorante del 1984, ma i Solaris, pur non perdendo di vista le loro radici, continuano a guardare avanti. In questo nuovo lavoro sono più marcate certe soluzioni elettroniche, curano al meglio la produzione, irrobustiscono a tratti il sound, ma mantengono indomito lo spirito di sempre, senza intaccare quella fusione perfetta di prog sinfonico, space-rock, elettronica, musica classica e folk che portano avanti da tanti anni. “Marsbeli kronikak III” è un altro gran bel disco, nuovo tassello prezioso e vitale che arricchisce con sostanza la discografia di una band che si conferma fedele a sé stessa, con una cifra stilistica inconfondibile. |
Peppe Di Spirito |
| WIGWAM |
Live in Denmark 1976 |
Svart Records |
2026 |
FIN |
Interessante proposta della Svart Records che recupera un live del 1976 della più nota prog band finlandese, i Wigwam. Era il periodo in cui il gruppo si orientava verso un rock più diretto rispetto alle vette artistiche toccate da “Fairyport” e “Being” qualche anno prima. Questo indirizzo era dovuto soprattutto al fatto che la leadership era passata nelle mani del cantante Jim Pembroke, tanto è vero che in concerto, come dimostra anche questo documento, venivano eseguiti brani anche dal suo repertorio solista. Nonostante ciò, la qualità della musica rimaneva decisamente alta. Se la band semplificava la forma delle loro canzoni e non esitava a cercare ritornelli orecchiabili, il loro rock era decisamente solido, non banale, aperto a prolungate divagazioni strumentali ed era eseguito con notevole perizia da musicisti in gran forma. Spiccava, in particolare, l’apporto del chitarrista Pekka Rechardt, anche da un punto di vista compositivo. L’album “Nuclear night club” del 1975 aveva ottenuto una certa visibilità al punto da ricevere attenzione anche in Inghilterra. Così, fu naturale cercare una certa continuità con il successivo “Lucky golden stripes” uscito l’anno dopo. Nell’estate del 1976 i Wigwam riuscirono a girare un po’ l’Europa in tour e una tappa importante fu fatta in Danimarca nel mese di novembre. L’esibizione a Lundtofte del 26 fu registrata Danish Radio e trasmessa qualche settimana dopo e grazie a questo recupero ora possiamo ascoltarla anche noi. La scaletta era incentrata sia sui brani dei due lavori citati del 1975 e 1976 sia, come accennato su estratti dai dischi di Pembroke. È vero che alcuni di questi si spingevano verso un pop-rock raffinato e dai tratti un po’ americani, ma è altrettanto vero che i Wigwam non perdevano la loro indole più prog. Composizioni come “Do or die”, “Never turn you in”, “Colossus”, “Bless your luckys tars” hanno feeling, ma anche una costruzione brillante e dal vivo guadagnano ulteriori punti diventando capisaldi degli show dei Wigwam. Non meraviglia che siano stati un punto fermo anche nelle successive incarnazioni della band. Il momento clou dei concerti in quel periodo era senza dubbio l’esecuzione di “Glass for blades”, stupendo pezzo tratto da “Wicked ivory”, altalenante album uscito nel 1972 a nome Hot Thumbs O’Riley sigla dietro cui semplicemente si celava Pembroke. “Glass for blades”, in concerto, era momento in cui la band si lanciava in una lunga digressione strumentale dopo l’elegante prima parte cantata. Nella versione qui documentata, che arriva ad undici minuti, tra cambi di tempo si susseguono due splendidi solo, prima quello dei sintetizzatori, poi quello della chitarra in un crescendo elettrizzante. Peccato, invece, che non sia stata inclusa una jam di diciotto minuti. La registrazione non è perfetta e risente di qualche difettuccio dell’epoca, ma è decisamente una bella testimonianza e rende bene l’idea di cosa era un concerto dei Wigwam nella seconda metà dei seventies. |
Peppe Di Spirito |
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