
Numero del mese
Recensioni
| CARMINA |
Hamra |
Soleil Zeuhl |
2026 |
FRA |
La Soleil Zeuhl recupera quella che può essere considerata una vera e propria gemma preziosa sconosciuta pubblicando l’album “Hamra” dei Carmina. Si tratta di una band che si formò nel 1974 e che si sciolse tre anni dopo. È necessaria un po’ di storia, poiché, in questo lasso di tempo ebbero un’attività live abbastanza intensa, nella quale si sono tolti qualche soddisfazione. Purtroppo, furono molte di più le occasioni mancate... Se nella prima metà del 1975 suonarono una ventina di concerti prevalentemente in piccoli club, ebbero anche l’opportunità di partecipare a due eventi importanti: uno spettacolo a Digione di supporto agli Ange di fronte a 3000 persone e la presenza al Festival Utopia i cui headliner erano Gong e Magma. Affrontando dei cambi di formazione cominciarono a sviluppare una composizione intitolata “Hamra” ricca di momenti solistici dei vari musicisti, che durante le loro esibizioni raggiunse anche l’ora di durata. Suonarono poi insieme ai Masal e agli Etron Fou Leloublan sotto l’ala protettiva di Giorgio Gomelsky. Quest’ultimo li voleva portare ad aprire i concerti dei Magma e accennò alla possibilità di registrare un album sulla sua etichetta Utopia, ma la sua partenza per gli Stati Uniti mandò in fumo tutti i piani. Nel 1977 ebbero un’altra importante opportunità, quella di fare da gruppo di supporto nel tour francese di Nico. Ma anche in questa occasione la sorte fu avversa, visto che la cantante attraversava un periodo negativo e si presentò solo ad una parte dei concerti previsti. L’ultimo colpo fu la cancellazione della prevista partecipazione dei Carmina al festival di Troyes. Il morale dei musicisti crollò e fecero un ultimo concerto il 25 giugno in una serata con Henry Cow, Surya e National Health. Veniamo ai nostri giorni. Per questo disco sono state recuperate e vengono proposte tre versioni diverse di “Hamra” (due del 1976 e un estratto di quasi cinque minuti del 1977), con tre differenti line-up. La prima, registrata nello Studio Johanna, si protrae per oltre un quarto d’ora. È possibile ascoltare un sound potente, chiaramente influenzato dai Magma, con trame oscure, riff duri e ritmiche potenti. Piano elettrico, vibrafono e xilofono creano atmosfere misteriose, il cantato è incentrato soprattutto su vocalizzi onomatopeici, il basso distorto va spesso in primo piano, il sax soprano dà una spinta vagamente jazz-rock. Insomma, ci sono tutte le caratteristiche che possono stuzzicare (e non poco) l’appetito degli amanti dello zeuhl. La seconda versione del 1976, registrata nel mese di dicembre, non fa che accentuare queste peculiarità, prolungandosi per oltre ventiquattro minuti e mezzo. I musicisti hanno più spazio per le loro parti solistiche, che fanno emerge buonissime qualità, sia individuali che di gruppo. Vengono ulteriormente sviluppate le parti vocali e anche per questo si fanno ancora più nette le similitudini con la proposta dei Magma, in particolare con il lato onirico di “Kohntarkosz”. Il breve estratto del 1977 è una piccola curiosità di ascoltare i Carmina in una formazione più ristretta e ridotta a cinque elementi, senza il sax. I Carmina scelsero il loro nome dalla celebre opera “Carmina Burana” di Orff, quindi non sorprende l’indirizzo stilistico su cui puntarono. E per chi ama Magma e derivati, la loro musica è decisamente un bel sentire. |
Peppe Di Spirito |
| CORIMA |
Hunab ku |
Soleil Zeuhl |
2026 |
USA |
Ad esattamente dieci anni di distanza da “Amaterasu” ritornano gli statunitensi Corima con il loro quarto album “Hunab ku”, che continua a raccontarci la saga di Quetzalcoatl, ovvero il Serpente Piumato che è una delle più importanti divinità venerate dalle antiche civiltà della Mesoamerica. La narrazione musicale avviene ancora oggi con una proposta dichiaratamente zeuhl, come si evince non solo dalla casa discografica che supporta il gruppo, ma anche dagli espliciti ringraziamenti che anche in questa occasione vengono fatti ai Magma. Rispetto ai precedenti lavori la band punta su un sound più duro e ritmi più spediti, soprattutto nella prima metà dell’opera, così il riferimento principale può essere visto verso gli esponenti giapponesi di questa scena, come Koenjihyakkei, Ruins, Bondage Fruit e Happy Family. In realtà non vengono raggiunti mai certi estremismi amati dai nipponici, così, anche se si viaggia a velocità elevate, non si avverte quella sensazione di “stordimento” che certi album più estremi possono trasmettere. “Hunab ku” è un lavoro abbastanza breve, visto che si avvicina solo a trentasette minuti durata. È comunque suddiviso in sette tracce legate tra loro senza soluzione di continuità, come un’unica lunga composizione (Magma docet…). La musica, pur spedita come detto, è ricca di variazioni, grazie alla perfetta performance di una sezione ritmica agilissima, ai continui interscambi di tastiere, sassofono, violino e chitarra e a un canto femminile capace di districarsi tra vocalizzi e cori tipici dello zeuhl ed espressioni in linguaggio che sembra più che altro avere caratteristiche onomatopeiche. Qualche momento più spigoloso sembra puntare a certo Rock In Opposition europeo, mentre più rare sono le deviazioni jazz-rock. In tutto questo non si perdono agganci alle precedenti produzioni, anche grazie a suggestivi momenti più onirici ed estatici, con ritmi ipnotici, ma comunque incalzanti. I Corima, quindi, appaiono ancora ispirati con questo album in cui li ritroviamo che spingono sull’acceleratore nel proporre i loro rituali zeuhl. Forse “Quetzalcatl” e “Amaterasu” avevano una marcia in più, ma “Hunab ku” è sicuramente valido e ci mostra una band che può essere vista ancora come un punto fermo tra i “figliocci” dei Magma in attività. |
Peppe Di Spirito |
| MAGENTA |
Tarot |
Tigermoth Records |
2026 |
UK |
Pur senza perdere la loro “sinfonicità”, i Magenta avevano un po’ indurito i suoni nei loro ultimi album. “Tarot” segna invece un deciso riavvicinamento al prog romantico degli esordi di “Revolutions” e “Seven” e il gruppo appare per l’occasione decisamente ispirato. A preparare il terreno per tutto ciò era uscito nel 2022 “The White Witch – A symphonic trilogy”, con riarrangiamenti di vecchie composizioni, alla cui recensione vi rimandiamo. Ma veniamo al nuovo lavoro di inediti… Subito il riff iniziale di “The lovers” mette in chiaro le cose, con il suo fare epico seguito dall’entrata della sempre splendida voce limpida di Christina. Siamo in chiarissima “area Renaissance”, con un vero e proprio ritorno alle origini, quando la band esordiva trovando un riuscito mix di new-prog, echi della band di Annie Haslam e riferimenti a Genesis e Yes. A seguire, il primo di una serie di 4 “Etude” che fanno da ponte tra un brano e l’altro. Si tratta di brevissimi tasselli eleganti incentrati su strumenti acustici, tra raffinatezze chitarristiche, spunti barocchi e toni intimisti. Ogni traccia “principale” viaggia tra gli otto e i dieci minuti, spazio che permette al gruppo di muoversi e costruire la sua musica tra melodie forti, interscambi strumentali, solide parti solistiche mai “logorroiche” e variazioni di tempo e di atmosfera. Le tastiere di Rob Reed, più maestose che mai, dialogano alla perfezione con la chitarra di Chris Fry, qui nell’ennesima performance di alto livello; il drumming dell’ospite di lusso Nick D’Virgilio dà ulteriore sostanza, gli interventi di flauto e oboe sono deliziosi e come sempre Christina sfodera una prova maiuscola, confermandosi una delle cantanti più ammirevoli della scena britannica contemporanea. Per i testi di “Tarot” i Magenta continuano anche quanto fatto con gli album “The twenty seven club” e “Masters of illusions”, dedicando ogni composizione ad un personaggio famoso, reale o di fantasia. I “prescelti” sono stavolta Ginevra, Houdini, Mozart, Giovanna D’Arco e la Vergine Maria, ognuno abbinato ad una carta dei Tarocchi. E agli stessi Tarocchi è abbinata la composizione finale che dà il titolo all’album. Direi che i Magenta non hanno fatto dischi brutti in carriera, ma questo è particolarmente apprezzabile e ritengo che vada annoverato tra i vertici della loro produzione. |
Peppe Di Spirito |
| XAVI REIJA ELECTRIC QUINTET |
Nu breed |
Moonjune Records |
2026 |
SPA |
Il batterista Xavi Reija si conferma figura di spicco per la scena musicale spagnola e anche per l’intera scena jazz europea. Vincitore di un Emmy Award nel 2018 e autore di articoli scientifici che trattano dell’improvvisazione sulla rivista “The Brain Sciences”, l’artista catalano giunge al suo quinto album in casa MoonJune Records – oltre a numerosissime collaborazioni con altri prestigiosi colleghi – e per l’occasione ribattezza il proprio progetto come… quintetto elettrico. Assieme a lui, e all’immancabile chitarrista serbo Dušan Jevtović (nella medesima label con lavori solisti e poi sempre con Reija, anche nel progetto XaDu), ecco il tastierista Tomàs Fosch, il bassista Bernat Hernandez ed il sassofonista Rafael Garces. Ne vien fuori un lavoro d’insieme che forse non era mai risultato così organico nella discografia del batterista nativo di Barcellona. Non ci sono solo le improvvisazioni tipiche delle sessions svolte all’interno de La Casa Murada, dove effettivamente è stato registrato quest’album, bensì composizioni ben strutturate che esplorano la “galassia” jazz nelle sue varie forme. Questo lo si ottiene grazie ad una sezione ritmica altamente ed immancabilmente competente, oltre agi excursus solisti degli altri strumenti. Ne sono emblema i due brai iniziali: “Dreamscape room” è soffusa, giocata sul dialogo discreto tra tastiere e sassofono; “Are you religious?”, invece, si contrappone con un ritmo irriverente dettato dalla chitarra subito protagonista, somigliando in prima battuta agli intermezzi strumentali dei primi Deus Ex Machina. Jevtović sale poi davvero sugli scudi, col suo tocco volutamente “sporco” e distorto, scorrazzando come meglio crede, all’interno comunque di una struttura ben precisa. La successiva “Dusan song” ne sembra l’immediata prosecuzione (fin dal titolo!), in cui il chitarrista sviluppa ancora meglio la propria verve solista. Andamento che ormai sembra confermato anche da “Dreamland”, contrassegnata dal notevole lavoro di basso. “We keep walking” è senza dubbio più quieta, ma si rivela anch’essa vivace, ben sostenuta dal drumming del titolare, su cui si possono esprimere gli assoli di tastiera e di sax. Un po’ di malinconia jazz ritorna con “Reflections”, sorta di sano intermezzo prima dei sei minuti della title-track, meno esuberante rispetto ai primi brani, forse più disciplinata, ma comunque divertente, dove tutti gli strumenti hanno opportunità di esprimersi. Si chiude con “Two sides”, dall’approccio funky e fusion, mostrando la versione più moderna del fenomeno jazz. Un buon album, che come si sarà ben capito suona allegro e scorre velocemente. Non vi è il classico exploit solista che lascia di stucco o chissà quale apice compositivo, ma ogni traccia è suonata senza ombra di dubbio più che bene, mettendo in risalto una coesione tra i cinque musicisti coinvolti che si spera possa durare ancora a lungo. |
Michele Merenda |
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