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Recensioni

CELESTE-Anima Animus -Inner Garden Records -2025 -ITA -Peppe Di Spirito
CELESTE Anima Animus Inner Garden Records 2025 ITA

Ciro Perrino non si ferma più e con i suoi Celeste, continua con grandissima costanza il cammino ripreso a partire dal ritorno sulle scene della storica sigla nel 2019. Ad un anno di distanza da “Echi di un futuro passato” ecco il nuovo “Anima Animus”, che va in perfetta continuità con quanto fatto negli ultimi anni. Il suono della band si è sempre contraddistinto per la sua pacatezza, il suo romanticismo, la sua eleganza, eppure Perrino riesce a mantenere queste caratteristiche riuscendo a seguire un percorso di evoluzione, guardando avanti, pur mantenendo ben salde certe basi costruite cinquanta anni fa. Il nuovo album si protrae per oltre un’ora e mostra bene le varie sfaccettature di cosa sono i Celeste oggi. Emblematica la title-track strumentale che apre il disco: un inizio docile e atmosferico, con il mellotron in bella mostra; poi, prima dei due minuti, l’entrata della sezione ritmica comincia a vivacizzare un po’ le cose; subentrano i fiati; viene reiterato un bel tema di base; si delineano divagazioni jazzistiche già accennate nel precedente lavoro, anche se si avverte sempre il parco tastiere che dà una bella impronta di prog sinfonico. Certe coordinate jazz-rock risultano ancora più evidenti nella successiva “Roots and leaves”, con fiati, pianoforte e chitarra elettrica a incrociarsi su ritmiche belle spedite. Questa maggiore vivacità rispetto al solito viene a galla anche in “Cosmic Carnival”, dove i Celeste si spingono inizialmente verso gustosi sentieri space-rock, con qualche vago riferimento agli Ozric Tentacles e con una sezione centrale in cui si rallenta con fare sognante. A partire da “De rerum natura” iniziano una serie di composizioni più in linea con il tipico sound della band, fatto di raffinatezze sinfoniche e un po’ barocche. Merita menzione “Lilith” con il canto femminile in scat, un bel flauto tulliano e il sassofono a inserirsi perfettamente nel contesto descritto. Splendido, poi, il finale affidato ai dodici minuti di “Moon and cloud dancing”, perfettamente strutturati con quell’andamento classicheggiante e romantico che rende così ammaliante la musica della band. La band sembra aver assestato una line-up che vede protagonisti Ciro Perrino (tastiere e percussioni), Enzo Cioffi (batteria), Francesco Bertone (basso), Marco Moro: flauto e Mauro Vero (chitarre), ai quali si aggiungono poi numerosi ospiti con piano, percussioni, fiati e chitarra 12 corde, oltre la voce solista di Ines Aliprandi. Conferme su conferme per questa seconda giovinezza che stanno vivendo i Celeste.

Peppe Di Spirito

THE EMERALD DAWN-The land, the sea, the air - Volume I -World’s End Records -2025 -UK -Peppe Di Spirito
THE EMERALD DAWN The land, the sea, the air - Volume I World’s End Records 2025 UK

Continuano a pubblicare dischi con una certa costanza gli Emerald Dawn che dal 2019 ne propongono uno ogni due anni. Il 2025 vede il turno di “The land, the sea the air – Volume I” e vedremo se la seconda parte arriverà dopo un altro biennio per mantenere il ritmo. Per chi non li avesse mai seguiti in precedenza, ricordiamo che stiamo parlando di una band che ruota attorno alle figure della tastierista, cantante, e flautista Tree Stewart e del fiatista, chitarrista e tastierista Ally Carter. In anni recenti la line-up sembra essersi assestata con il batterista Tom Jackson e il bassista David Greenaway. La band continua a proporsi con una presentazione grafica fantasy e con composizioni di ampia durata. Sono quattro le tracce di questo cd, che viaggiano tra i cinque minuti e cinquanta secondi ai quasi diciassette. Sorprende un po’ l’inizio della strumentale “Dancing with the spirit”, che apre l’album con sonorità un po’ zappiane, mentre nella seconda parte i musicisti virano verso lidi più cari ai Van der Graaf Generator (anche se il sassofono non è esattamente à la Jackson) per ritornare alle stesse coordinate della partenza nel finale. Gli altri tre brani riprendono invece in maniera più decisa le caratteristiche dei lavori precedenti della band. Sono chiari i riferimenti a mostri sacri del passato come Camel, Yes e Genesis (oltre i citati VDGG), ma in questa occasione sembrano accentuate ulteriormente certe tinte un po’ fosche già messe in mostra in passato. Gli Emerald Dawn si muovono tra i cambi di tempo tipici del rock sinfonico e con i minutaggi elevati delle composizioni possono puntare su strutture dalle dinamiche che rivestono un ruolo importante. Mantenendo costante un mood cupo di base, i musicisti alternano passaggi delicati con sfondi di tastiere e con i timbri acustici di flauto, chitarra e sax in evidenza a sferzate più intense e hard rock con la chitarra elettrica che propone riff aggressivi al punto giusto. Non manca una certa epicità, sia nei momenti cantati, con la voce bella e particolare di Tree, che negli assoli di tastiere. Alla fine non possiamo che ribadire quanto detto già in sede di recensione del precedente “In time”: anche se non originali, pur proponendo schemi legati alla tradizione del rock sinfonico, senza fare sfoggio di virtuosismi e senza raggiungere i picchi della loro prova migliore “To touch the sky”, gli Emerald Dawn convincono e riescono ad avere una piena identità con la loro musica, dimostrando ancora una volta di saperci fare con un prog di chiara ispirazione anni ’70 che viene rivestito di tonalità sempre più scure.

Peppe Di Spirito

ESTHESIS-Out of step -Misty Tones -2025 -FRA -Peppe Di Spirito
ESTHESIS Out of step Misty Tones 2025 FRA

Gli Esthesis sono una band francese che ruota attorno alla figura di Aurelien Goude, tastierista, cantante e compositore. Fin dal loro esordio “The awakening”, avvenuto nel 2020, hanno puntato su un sound fortemente influenzato dai primi Porcupine Tree. Se nel debutto i riferimenti a dischi come “The sky moves sideways” e “Signify” erano molto netti, con il seguente “Watchi ng worlds collide”, uscito nel 2022, hanno provato a diversificare leggermente la proposta, pur partendo dallo stesso sound, inserendo una chitarra a tratti più ruvida ed interventi di fiati, violino e banjo. E arriviamo al 2025 e a questo “Out of step”, che va in perfetta continuità con i suoi predecessori. Stavolta a differenziare un po’ le cose troviamo un po’ di elettronica in più, qualche eco post-rock e composizioni di durata più contenuta. Restano, di base, scenari sonori elegiaci, che partono da certe esperienze floydiane dei seventies, passano per i Porcupine Tree degli anni ’90 e arrivano ai giorni nostri. I brani scorrono in maniera fluida, sia quando i ritmi (sempre supportati da effetti elettronici mai invadenti) sono più spediti, sia quando sono più compassati e rimandano ancora più nettamente alle influenze citate. Forse c’è un leggero passo indietro in termini qualitativi rispetto al passato, ma siamo comunque di fronte ad un prodotto ben fatto e piacevole da ascoltare. Brani come la title-track, “City lights”, “Circus” e “The storm” (quest’ultimo una spanna sopra tutti), o anche i brevi strumentali “Fractured #1” e “Fractured #2”, sono ben articolati con le loro variazioni di umore e di tempi e convincono pienamente. Le chitarre un po’ più dure non arrivano quasi mai a fastidiose spinte metal, mentre le atmosfere ora sognanti, ora inquiete, restano un punto di forza della musica di Goude e soci. Chi ha nostalgia dei primi Porcupine Tree può puntare in maniera decisa su questo e sugli altri album degli Esthesis, che, nonostante la mancanza di originalità, riescono a mostrare una discreta inventiva, un forte feeling, gradevolissime linee melodiche e atmosfere seducenti con la loro malinconia. Sperando che “Out of step” non sia il primo passo verso una deriva di suoni più duri come accadde ai “porcospini” negli anni 2000…

Peppe Di Spirito

SHIZUKA NO UMI (AKIRA HANAMOTO / MAKOTO KITAYAMA)-II -Arcangelo -2025 -JAP -Peppe Di Spirito
SHIZUKA NO UMI (AKIRA HANAMOTO / MAKOTO KITAYAMA) II Arcangelo 2025 JAP

Ebbero vita breve gli Shingetsu, autori di un unico album nel 1979. Con il passare degli anni sono diventati una vera band di culto per gli appassionati di progressive rock che considerano quell’unico parto (se si eccettuano alcuni episodi postumi) una vera gemma del panorama giapponese, con quel romanticismo di base con il quale la band recuperava a proprio modo sapori genesisiani. In tempi più recenti due dei protagonisti di quel gruppo, il tastierista Akira Hanamoto ed il cantante Makoto Kitayama sono tornati ad unire le forze per questo nuovo progetto denominato Shizuka No Umi. Il secondo lavoro del duo, uscito a sei anni di distanza dal debutto omonimo, può essere visto come un’opera dai due volti. I primi tre brani, infatti, sono composti da Kitayama e sono fortemente indirizzati verso il prog; i successivi quattro vedono Hanamoto come autore, sono più concisi e con strutture più semplici. Ma andiamo con ordine. Il cd si apre con “○&X”, sicuramente il pezzo più interessante del lotto con i suoi quasi quattordici minuti di durata. I suoni di oboe, clarinetto, fagotto e clavicembalo danno subito un carattere antico e classicheggiante; poi, dopo un minuto e mezzo l’esplosione sinfonica, con tastiere in evidenza, tempi composti e batteria irruente. Si prosegue con nuove variazioni ed un bell’intervento di chitarra elettrica; dopo i tre minuti e mezzo ecco il primo breve intervento cantato magnetico di Kitayama che precede uno splendido passaggio maestoso keyboards-oriented con tanto di mellotron. Riproponendo alcuni dei temi portanti già esposti si va avanti fino ad oltre sette minuti, quando solo voce e tastiere, per un po’, creano un’atmosfera un po’ sacrale. Il rientro della batteria riporta al prog romantico di base, con docili melodie e sonorità che sembrano ottimi sviluppi dell’avventura Shingetsu. Finale con crescendo altisonante e con Kitayama che continua a intonare il leit-motiv di base. “Nobody sees” è aperta dal pianoforte, ma ben presto si inseriscono la sezione ritmica, la chitarra elettrica e le tastiere e si viaggia per quasi sei minuti con un prog solenne, cambi di tempo e brevi, ma incisivi solos. “The flying Kanae” è invece orientata verso un prog più leggero e contraddistinto da melodie stravaganti, sia vocali che strumentali e da un finale un pochino più intenso. I tre brani firmati da Hanamoto coprono poco più di tredici minuti di musica. “Suzaran” è uno strumentale un po’ cinematico e incentrato su un motivo orientale reiterato. “Two alone on a journey” è una ballad malinconica per pianoforte, voce e fiati. “One at a time” è un pop sinfonico che sembra prendere spunto dai Procol Harum. “Just like mercy”, infine, mantiene l’immediatezza del pop e un’aura che sa tanto di seconda metà degli anni ’60, con un tocco psichedelico. Con l’aiuto di diversi altri musicisti, tra cui Yoh Ohyama degli Asturias e il duo dei Lu7, Kitayama e Hanamoto offrono una prova sicuramente interessante, che dimostra che il progetto Shizuka No Umi raccoglie dignitosamente l’eredità degli Shingetsu, pur senza raggiungerne le stesse vette artistiche.

Peppe Di Spirito