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Recensioni

ANDERES HOLZ-Fermate -STF Records -2018 -GER -Giovanni Carta
ANDERES HOLZ Fermate STF Records 2018 GER

Ho letto di “folk in opposition” in relazione a questo cd e mi trovo un pochino spiazzato e perplesso nella definizione, abbastanza pregnante al riguardo dell'attitudine degli Anderes Holz, decisamente anticapitalistica ed estranea ai più degradanti eccessi consumistici; per quanto riguarda l'aspetto strettamente musicale invece... in effetti in "Fermate" troviamo, come dire, davvero un po’ di tutto, con la peculiarità che i tanti elementi che compongono la struttura del disco poggiano su una base folk rock alquanto minimale e scarna comprendente basso, batteria ed un bel zither della foresta ("Waldzither"), sorta di cetra a nove corde diffusa nella Turingia agli inizi del ventesimo secolo, dal suono caratteristico vicino al turco Saz, ad esempio apprezzabile anche in ambito prog rock nei passaggi più folk di "One Man Tell Another" dei Landberk.
Detto questo gli Anderes Holz, il legno degli altri, come riferimento sia ad un proverbio tedesco che allo stesso zither, sono un simpatico ed un po’ macabro trio di hippies provenienti dalla scena folk underground tedesca, la bassista Tine (Christine Walterscheid) ed il chitarrista Kunde "Waldzither" (Dominique M. Täger) suonavano già in duo come Lauscher con un repertorio diciamo più classico ed ordinario; la Walterscheid tra l'altro aveva partecipato con la sua sega ad arco anche nell'ultima uscita discografica degli Embryo "It Do".
Come già accennato all'inizio, "Fermate" è tutto fuorché un ascolto ordinario. In questo cd Tine e Kunde, insieme con il batterista Flusi, hanno avuto modo di dare sfogo al lato più oscuro della loro personalità in una serie di brani dalla struttura musicale piuttosto intricata e ricca di situazioni brillanti ed imprevedibili. Folk rock progressivo dalle tinte gotiche e dai risvolti post punk, si potrebbero riassumere così i brani di "Fermate", cantati da Kunde in tedesco il più delle volte con piglio teatrale da cantastorie decadente e con qualche inflessione marziale e perentoria tipicamente goth-teutonica. Alla strumentazione acustica apparentemente un po’ scarna ma suonata con grande rigore e potenza, si aggiungono sporadicamente interventi di chitarra elettrica, ed alcuni tocchi di elettronica e tastiere. Il suono scaturito si mantiene sospeso in un piacevole limbo tra istanze moderne e tradizione, con brani mediamente di lunga durata e strutturati in maniera labirintica su più livelli: nei momenti più cupi e marziali gli Anderes Holz, sostenuti dal rullo di tamburo, sembrano accompagnarci, vagamente inclini al folk-apocalittico, direttamente sull'orlo del patibolo, come accade in "Ein Geheimnis", altrove nella decisamente stravagante "Judo" si percorre la strada del più funebre progressive con aperture strumentali in sintonia con le cavalcate darkwave di Fields Of The Nephilim e distorsioni rumoristiche. Il pezzo più lungo di "Fermate" è "Der Grosse Zampano", sedici minuti di delirio ispirato al personaggio chiave de "La Strada" di Fellini, è un brano complesso che nella forma di ballata folk introspettiva apre ad irruenze quasi metal fino a convulsioni ritmiche e melodiche crimsoniane con qualche retaggio di math-rock.
Un plauso alla label STF, solitamente dedita al metallo più canonico per aver prodotto un disco così fuori dagli schemi. Unico appunto che si potrebbe fare, l'eccessiva durata del disco forse a lungo andare tende ad appesantire l'ascolto, probabilmente si poteva leggermente limare qualcosina... Ma alla fine, per quanto mi riguarda, penso che "Fermate" sia una delle uscite più singolari ed intriganti di questi ultimi mesi, tanto basta per meritare la massima approvazione e rispetto dei nostri lettori più avventurosi e spericolati...

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Giovanni Carta

ANTILABE’-Domus venetkens -Lizard Records -2018 -ITA -Jessica Attene
ANTILABE’ Domus venetkens Lizard Records 2018 ITA

Montebelluna, 27 Settembre 1559. A seguito di alcuni lavori di edificazione viene scoperto per caso, in località Posmon, un vaso potorio bronzeo finemente decorato, vecchio di 2000 anni. Un esperto a Venezia ne analizza i dettagli e momenti di vita quotidiana dell’antico popolo dei veneti scorrono nei suoi occhi: una parata di carri e cavalieri, una lotta di pugilato, il trofeo per il vincitore, libagioni con figure maschili e femminili, una donna che fila, una scena di caccia al cervo e una di aratura. Ma il consiglio è quello di frantumare in pezzi la sottile e preziosa lamina e di sotterrarla nuovamente nel luogo del ritrovamento. Secoli dopo, in una splendida e decadente Venezia Settecentesca, riaffiorano le tracce dell’antico vaso e inizia per i protagonisti del nostro racconto un incredibile viaggio nel tempo alla ricerca delle radici perdute dei veneti che, secondo la tradizione omerica, affonderebbero in Asia Minore. Questo è l’antefatto del romanzo che Adolfo Silvestri sta completando nel momento in cui scrivo ed è il concept su cui si muove il terzo disco dei suoi Antilabè (l’esordio “Dedalo” è del 1997).
Elementi storici ed etnografici si fondono a trovate fantastiche e la musica contenuta nel nuovo album è essa stessa viaggio, studio di tradizioni musicali e ricerca delle proprie origini alla scoperta della casa antica dei veneti o “Domus venetkens”, per riprendere il titolo per metà in latino e per metà in veneto antico. Avevamo già sperimentato il grande eclettismo degli Antilabè e la loro indole multiculturale grazie a “Diacronie” (2010), un album che si faceva notare proprio per l’uso di forme musicali ricche di contaminazioni etniche e di testi particolarissimi facenti capo a patrimoni linguistici distanti fra loro. Ma il nuovo “Domus venetkens” si spinge secondo me oltre ed il linguaggio musicale degli Antilabè, che col tempo si è magnificamente affinato, viene riversato in un vero e proprio progetto culturale di ampio respiro.
Un effetto benefico lo dobbiamo certamente al ritorno di Graziano Pizzati, membro fondatore del gruppo e autore di tutta la musica contenuta in questo CD. Proprio il suo abbandono aveva dato ai membri superstiti l’input per cambiare le carte in tavola e ricostruirsi una propria identità musicale, sostituendo il suo pianoforte con nuovi strumenti come marimba e vibrafono (suonati dal batterista Luca Crepet) e inserendo nell’organico un secondo percussionista (Luca Tozzato). Vecchi e nuovi stili convergono ora in un nuovo percorso disegnato da una formazione allargata dai notevoli potenziali che si avvale anche dell’aiuto di alcuni ospiti e cioè di Elvira Cadorin alla voce, Piergiorgio Caverzan al clarinetto basso e soprano e Sara Masiero all’arpa celtica. I testi appartengono come al solito ad Adolfo Silvestri (basso acustico, fretless, bouzouki) e rappresentano un altro grande elemento di vanto. La loro stesura, in idiomi diversi, è supportata sempre da un attento lavoro linguistico e di cesello, alla ricerca di parole che siano esse stesse musicali per i loro suoni e per la loro metrica e che entrino a pieno titolo nella struttura dei brani, indipendentemente dal loro significato. Il loro ritmo e la loro espressività vengono amplificati grazie alla voce di Carla Sossai, limpida e potente, che riesce ad interpretarli al meglio con uno stile unico che a volte mi ricorda, e lo avevo già detto in occasione del precedente album, quello di Sonia Nedelec dei francesi Minimum Vital.
Si tratta sicuramente di un progetto ambizioso, come avrete intuito dalle mie parole, ma coerente e fluido nello stile, composto da dieci tracce variopinte ma ben concatenate fra loro con grande consequenzialità a dare vita a una visione musicale di ampio respiro, scandita da diversi scenari che sono i capitoli di un viaggio che ci porta in luoghi lontani, in epoche diverse a toccare radici culturali a prima vista lontane fra loro. Questa ricerca sonora senza confini, l’universalità della musica, la sovrapposizione di stili diversi, la fantasia nell’uso di poliritmie e di temi musicali suggestivi, fanno la ricchezza di questo album. La base è sempre un misurato soft jazz illuminato da tantissime colorazioni etniche e da aperture sinfoniche che, grazie al ritrovato pianoforte di Pizzati, diventano più tangibili che in passato.
Quando parte “Enetioi”, l’elegante intro dominata dal pianoforte, immaginatevi come catapultati in una nuova dimensione e pensate allo scenario che ho descritto all’inizio di questa recensione: la situla di Posmon è stata ritrovata per la prima volta ed il viaggio ha inizio. Con “L’è riva’ carnoval” siamo nella Venezia del Settecento e viene sviluppato il tema del carnevale. Il testo è liberamente ispirato alle canzonette veneziane dell’epoca inventate per la maggior parte dai gondolieri e la musica, che si muove su ritmi frastagliati e serpeggianti, si accende di mille sfumature. Vi scorgiamo vaghe inflessioni sudamericane ma anche riferimenti alla musica antica, aperture classicheggianti e un’attitudine di chiara matrice progressiva. Questo in particolare è uno dei brani che meglio mi ricorda i già citati Minimum Vital per quel che riguarda la voce ma anche per certe soluzioni musicali molto vicine a “Sarabandes”. L’altro brano “molto Minimum Vital” è sicuramente “Glavize visokoska”, pezzo ritmato dalle fragranze mediorientali che ci porta in Bosnia, con un testo in lingua illirico ragusea. Le melodie sono disegnate dal clarinetto basso e sostenute da un vibrante bouzouki.
Oscuro e jazzy, “In balia dei flutti” è uno dei tanti intermezzi che legano i capitoli principali dell’opera. Grazie a questi brani la musica diviene un flusso continuo che ci trasporta dolcemente di scenario in scenario senza subire gli sbalzi di un disco in continua metamorfosi. Il piano è cupo e la chitarra elettrica di Marino Vettoretti intesse fragranze fusion dai riflessi etnici forniti dal vibrafono scintillante. Il ritorno nella penisola italica avviene sui ritmi danzanti di “Orria Festa” che sanno di pizzica e tarantella. Questo brano dagli arrangiamenti sofisticati ,con suggestioni che ci portano in parte alla PFM e gentili virate verso il jazz rock, è testimone di simbiosi stilistiche incredibili. L’idioma questa volta è il griko dell’antico Salento, ancora oggi parlato in alcune comunità.
“Ionios kolpos”, per pianoforte e basso, ci porta lungo le rotte per la antica Grecia nel 480 a.c. all’epoca della battaglia delle Termopili. La lingua greca ha un impatto elegante, esaltato dalla voce di Elvira Cadorin che ha delle sembianze quasi liriche, ed è sostenuta dalla musica che pian piano prende corpo seguendo un ritmo che potrebbe essere quello del sirtaki. Il brano possiede una complessità da non sottovalutare e si basa su diversi cambi stilistici ed emotivi, combinando sonorità antiche e moderne in un quadro pittoresco e coerente. L’episodio conclusivo, “Gandra”, è infine qualcosa di elegiaco e speziato basato sulla rielaborazione di melodie turco persiane. Il taglio è moderno ed i testi, basati su antiche iscrizioni venetiche, offrono suggestioni uniche.
Siamo quindi giunti alla fine del viaggio e di un album ricchissimo di contenuti che il gruppo avrebbe potuto declinare in modo robusto ed esagerato per la quantità e la qualità del materiale di cui dispone ma che invece ha scelto di elaborare in modo leggero, come un volo che ci fa toccare velocemente paesaggi e sensazioni e in cui i tanti riferimenti sono incastonati in un arazzo gradevole per i sensi e per lo spirito. Ma questo è un viaggio che ognuno di voi dovrà intraprendere personalmente e vi consiglio di non farvi sfuggire l’occasione di assaporare quello che per me si è rivelato come uno degli album più significativi dell’anno.

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Jessica Attene

PETER BANKS-Be well, be safe, be lucky… The anthology -The Peter Banks Musica Estate -2018 -UK -Peppe Di Spirito
PETER BANKS Be well, be safe, be lucky… The anthology The Peter Banks Musica Estate 2018 UK

Protagonista di questo doppio cd antologico è uno di quei musicisti che non dovrebbe avere bisogno di presentazioni. Stiamo infatti parlando di Peter Banks, indimenticato primo chitarrista degli Yes, nonché membro, tra gli altri, di Syn, Flash, Empire e Mabel Greer’s Toyshop. Questo lavoro, tuttavia, si basa essenzialmente sulla carriera solista di Banks, in verità non consistente in una cospicua discografia. Nel primo dischetto (58 minuti) sono disseminati quasi esclusivamente degli estratti dagli album “Two sides of Peter Banks”, “Instinct”, “Reduction” e “Self-contained”. Si tratta di brani in cui domina incontrastata la chitarra, che mostra a tutto spiano uno stile abbastanza personale e coerente. Sorprende un po’ ascoltare oggi certe soluzioni che per timbri ed andamento ricordano in parte il materiale più altisonante di Steve Hackett. Non siamo proprio sugli stessi livelli dell’ex Genesis, ma è una traccia per far capire dove a volte si dirige la musica. A differenziare un po’ le cose, inoltre, c’è la parte ritmica, spesso roboante, ma capace anche di virare verso tocchi vivaci e latini o di diventare austera e un po’ algida in certe scelte risalenti agli anni ’90. Da segnalare, in particolare, l’estratto da “Two sides of Peter Banks” intitolato “Knights (reprise)”, che vede in scena un vero e proprio supergruppo formato da Banks, Steve Hackett, Phil Collins e John Wetton, “gente” che qualcosina ha fatto nel mondo del prog... Nel secondo cd (64 minuti) sono invece presenti per la maggior parte brani tratti dalla compliation “Can I play you something?”, uscita per la Blueprint nel 1999. Ad alcune chicche già presenti in quel disco, come una personale versione del celebre “Peter Gunn Theme”, “Hippee loop”, basata su un sample dei pre Yes Mabel Greer’s Toyshop e “Yesterdays”, si aggiungono pezzi mai pubblicati prima ed altre curiosità, tra le quali ricordiamo la cover di “Astral traveller”, che figurava sul tributo “Tales from Yesterday” e una “Knights (revisited)” in compagnia di Tony Kaye, Billy Sherwood e Jay Schellen. Lo stile rimane quello, anche se qua e là troviamo qualche interessante e insospettata spinta ambient. Chi conosce ed ha ascoltato Peter Banks anche al di fuori degli Yes sa già perfettamente che stiamo parlando di un chitarrista dotato e che ha realizzato cose molto interessanti. Certo, non stiamo parlando di un personaggio con l’abilità e con il carisma di Steve Howe o Steve Hackett, tanto per fare due nomi, ma questo interessante documento può far scoprire ai più distratti delle proposte dal valore forse inaspettato.

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Peppe Di Spirito

AARON BROOKS-Homunculus -Gentle Art of Music -2018 -USA -Michele Merenda
AARON BROOKS Homunculus Gentle Art of Music 2018 USA

Aaron Brooks, ex cantante della band psichedelica statunitense Simeon Soul Charger, esordisce come solista. Si è parlato di psichedelia, di rimandi prog, persino di Gong e Pink Floyd, ma le tredici (per lo più) brevi tracce non sono altro che cantautorato a stelle e strisce in cui il calore battente delle distese arse e assolate la fa da padrone, assieme a testi amari di denuncia che sfruttano anche l’autoironia. Tutto ciò, di certo, non sminuisce a priori la proposta, ma era giusto per dire che di rock progressivo – come spesso accade in questi casi – non ce n’è per niente, nonostante i proclami delle case discografiche e dei presunti mezzi di informazione settoriale. Quindi, tanto per continuare nella polemica, ci si chiede una volta per tutte se questi album vengano davvero ascoltati oppure no… Già, perché in questo caso ci sono addirittura dei rimandi a un certo tipo di post-grunge (fin dai titoli), anche se smussato dalle sue congenite spigolosità e dissonanze. Tutto questo, comunque, pur rimanendo nella sua semplicità viene ben prodotto, ben arrangiato e reso attuale, nonché suonato con l’inserimento di piccoli particolari che vanno colti con il passare degli ascolti. È il caso dell’iniziale “Consume”, la maggiormente complessa “Everybody dies”, la più pacata “Lies” (molto Screaming Trees) e soprattutto “Jesus”, che sarebbe stata benissimo su un eventuale secondo album dei Temple of the Dog, ricordando anche certe uscite “moderniste” dei The Cult.
Ci sono però anche alcune ballate davvero moto belle, rese tali da un’ottima interpretazione vocale e dalla presenza di pianoforte, chitarre sia acustiche che elettriche e spesso strumenti ad archetto, elementi sempre ben bilanciati e già presenti nella vecchia band. Su tutte c’è “You are just a picture in a frame”, che sembra ispirata da qualche lento in stile David Bowie, in cui l’unica pecca consiste nel finale immediato, proprio quando si stava assaporando un certo crescendo musicale; ma il significato di questa scelta, forse, è da ricercare nel titolo stesso. Poi c’è “Nobody knows what it’s like to be someone else”, che recupera scaltramente vecchi e collaudati stilemi di matrice blues, dove l’immagine è quella di un loser che cammina inesorabilmente senza meta a testa bassa, con le mani in tasca, lungo una strada più solitaria di lui. Ma anche “The idiot” si inserisce su questo filone, ricordando un Mark Lanegan solista magari meno essenziale e dalla voce non così “arida”. Più teatrali – quasi da accostare per certi versi ai Muse – sono “I’m afraid”, tra violini e violoncello, e “Wake up the mountain”, in cui la melanconia regna sovrana per sfociare in un finale tipico del gruppo britannico. “Bodega Bodega” è una inesorabile ballata popolare da vecchio continente (nel finale mancano solo i cori russi alticci!), “What is a man but an animal’s end” mischia questi aspetti tradizionali europei con l’alternative teatrale dei succitati Muse (anch’essi europei, come detto), creando una combinazione ostica che – volendo – consiste nella partitura maggiormente “progressiva” dell’intero lavoro, anche se a sua volta non consiste certo nella massima vetta qualitativa. Da nominare anche “By your halo or the fork of your tongue”, che deve molto al country-rock di Tom Petty, e la conclusiva “Digital”, abbastanza robusta ma che non presenta chissà quali caratteristiche memorabili.
Sembrava cosa da poco, invece sono occorse molte parole per parlare di questo primo lavoro di Aaron Brooks, nonostante l’apparente semplicità dei contenuti. Ci si augura che continui così e che sviluppi ulteriormente certe buone idee, preferibilmente facendo riferimento a quelle che sono le sue reali connotazioni musicali. Un messaggio rivolto anche e soprattutto alla sua label. Questo dischetto, intanto, al di là di qualsiasi definizione si ascolta con un certo piacere.

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Michele Merenda

COMA ROSSI-Coma rossi -autoprod. -2018 (Progressive Gears 2019) -IND -Alberto Nucci
COMA ROSSI Coma rossi autoprod. 2018 (Progressive Gears 2019) IND

Formatisi nel 2014 a Bangalore, i Coma Rossi riescono ben presto a guadagnarsi un buon seguito, cosa che li porterà ad essere positivamente recensiti da Rolling Stone India. Questo loro primo album, inizialmente uscito solo in digitale, ci presenta 8 tracce ottimamente registrate, professionalmente prodotte e dal respiro internazionale. Non che ci aspettassimo necessariamente suoni di sitar e tabla ma la sorpresa piacevole in tal senso è di ritrovarci ad ascoltare una musica al passo con le produzioni occidentali, con un gran senso per la melodia, sonorità mellifluamente psichedeliche, talvolta in bilico tra post rock e ambient, talvolta con sonorità che attingono invece da Porcupine Tree, Anathema o Dream Theater.
Facciamo un passo indietro; la band è composta da Tom Borah (voce), Udayan Kashalikar (basso), Juby Thomas (tastiere), Gaurav Govilkar (chitarre) e Anupam Panda (batteria). Questi cinque musicisti non solo godono di tecnica strumentale eccellente ma riescono ad offrirci una prova emozionante e ricca di pathos. Prendiamo ad esempio “Dream”, il brano più lungo coi suoi quasi 14 minuti: esso si sviluppa in modo quasi uniforme e continuo su arpeggi di chitarra, ora carezzevole, ora più distorta, e rarefatte atmosfere di tastiere, con un cantato centellinato che amplifica il senso di inquietudine e di attesa che il brano crea, senza peraltro giungere mai all’esplosione ma tenendoci appesi nell’attesa… che ciononostante non è snervante e ci appaga con le sue promesse compiacenti.
Coma Rossi ci offre una interessante versione di Prog moderno strutturata e d’atmosfera. La musica si evolve e matura più in ambientazioni inquietanti che in passaggi tecnici e i momenti più belli dell'album consistono in melodie evocative e quasi elusive, piuttosto che nelle parti strumentali rockeggianti. L'album è una vera esperienza multicolore, organica, che si tinge di distorsioni e di un oscurità quasi minacciose.
Anche il brano più up-tempo dell’album, “Turn Back Time”, quello da cui è tratto il videoclip ufficiale, ha senz’altro caratteristiche più commerciali ma è comunque permeato di umori cinematici e ci fa sentire che la splendida voce di Tom se la cava egregiamente anche sulle note alte.
L’album ha un approccio quasi inquietante, come già detto, ma carico comunque di malinconica positività. Un lavoro che ha comunque tutti i crismi per attirare consensi anche da parte di chi non è troppo addentro alle correnti Prog troppo innovative.

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Alberto Nucci

ID GUINNESS-Lost language -Rapid Transformation Music -2018 -CAN -Giovanni Carta
ID GUINNESS Lost language Rapid Transformation Music 2018 CAN

Come ho potuto apprendere dalle interviste disseminate sul web, ID Guinness è uno pseudonimo ispirato direttamente dalla scena di Arancia Meccanica in cui Alex rovistava tra gli lp nel negozio di dischi e pescava proprio un album di ID Molotov... Date queste premesse ci possiamo aspettare qualcosa di particolare e l'ascolto in effetti ci porta verso un disco dal quale in un certo senso è difficile restare indifferenti, sempre che si riesca ad essere in sintonia con attitudine e sonorità non distanti dai primi anni ottanta, quindi con una musica la cui identità si avvicina molto alla new-wave... La bio di "Lost Language" ci informa che è un disco "adult alternative/indie" un ritratto alquanto vago e riduttivo a dire vero! ID Guinness in realtà è operativo sin da giovanissimo verso la fine degli anni settanta, collaborando con alcuni artisti misconosciuti se non del tutto oscuri della scena indipendente di Vancouver, come Don Tarris, gli Airborne e Arrival, tra soft-rock, folk e progressive. Durante i primi anni ottanta ID Guinness, colto pienamente lo spirito della new-wave, suonerà le tastiere nell'ep cult degli art-punk Red Herring "Test Tests" uscito nel 1985; ID inizia la sua carriera solista solamente nel 2007 con il suo primo cd "Cure For The Common Crush", seguito dal secondo "Soul Envy" pubblicato nel 2010...
Quindi sono trascorsi otto anni con questo terzo album "Lost Language" ma direi proprio che non è andata perduta l'ispirazione: affiancato da una buona band, ID Guinness non si discosta stilisticamente dai precedenti lavori, con buone canzoni di ombroso pop rock venato di malinconiche introspezioni ed intense ballate decadenti. Forse più che nei lavori precedenti, in "Lost Language" si fa più netta la prevalenza di impressioni new-wave derivate dall'ammirazione verso Ultravox, Roxy Music e David Bowie: in effetti il cd si chiude proprio con un vecchio brano degli Ultravox tratto dal loro terzo album "System Of Romance", qui riadattato in maniera molto languida e rilassata un pò come se stata coverizzata dai Roxy Music di "Avalon", tanto per intenderci, l'effetto è comunque piuttosto curioso e piacevole... Ancora, nella delicata e vellutata "White Bird In A Blizzard", canzone dedicata al padre defunto, ID Guinness omaggia allo stesso tempo Brian Ferry con una bella performance vocale ed un tessuto musicale ricco delle migliori sfumature del pop inglese dei primi anni ottanta, non ancora del tutto imbolsito dal kitsch a buon mercato che da lì a poco avrebbe inondato il mercato discografico su scala mondiale. La più tirata "Irradia" pare un indie-rock contemporaneo filtrato dai primi Ultravox, Gary Numan e David Bowie, con parti di sax piuttosto caratteristiche del genere e le sonorità dei synths dal tipico gusto retrò-futuristico. Durante le fasi più acustiche e progressive, quasi dai tratti gotici, si intravedono le ombre pinkfloydiane di Roger Waters, come nella tetra ballata di "Water Wings" e la più visionaria e plumbea di "Now", mentre in "Two Katherines" ID si orienta più verso un indie-folk rock raffinato e velato di malinconico disincanto; interessante anche l'unico pezzo che propriamente si potrebbe definire synth-pop, in quanto i riferimenti a David Bowie si fanno più espliciti sia nelle inclinazioni delle melodie che nelle vocals. ...
Nel suo insieme questo cd è quanto di più piacevole si potrebbe aspettare da un disco di rock-pop realizzato con classe e consapevolezza, ID Guinness oltre che convincente e versatile vocalist è anche un tasterista capace di tessere trame melodiche ed atmosfere cariche di tensione visionaria pure all'interno di elementi musicali teoricamente considerati "mainstream", quindi forse meno appetibili per chi è alla ricerca del più puro progressive rock, ma assai allettanti in particolare, ovviamente, per chi ha mantenuto nel tempo una certa inclinazione ed attrazione verso la new-wave velata di inquietudini ed umori dark..

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Giovanni Carta

IN CONTINUUM-Acceleration theory -RecPlay Inc. -2018 -UK/USA/ARG/GER -Alberto Nucci
IN CONTINUUM Acceleration theory RecPlay Inc. 2018 UK/USA/ARG/GER

Non possiamo fare a meno di rispolverare il termine supergruppo per definire questo nuovo progetto che vede l’aggregazione, tra membri effettivi ed ospiti, di un notevole gruppo di musicisti da palmarès importante. La loro enumerazione non può non essere accompagnata da un’acclamazione personalizzata per ognuno di essi: abbiamo il nucleo fondatore composto quindi da Dave Kerzner (Mantra Vega, Sound of Contact e solista) - voce, tastiere e chitarra acustica -, Gabriel Agudo (Bad Dreams, Steve Rothery Band) - voce solista -, Randy McStine (The Fringe, Sound of Contact) – chitarra e voce -, Matt Dorsey (Sound of Contact) - basso, chitarra e voce -, e Marco Minnemann (The Aristocrats, Steven Wilson ed altri) - batteria-. Tra gli ospiti troviamo invece Nick D'Virgilio, John Wesley, Fernando Perdomo, Leticia Wolf, Kaitlin Wolfberg, Jon Davison, Steve Hackett e Steve Rothery.
Nonostante oramai la perdurante disillusione nei confronti di progetti di questo genere, è innegabile che non si può fare a meno di covare aspettative di un certo spessore anche solo leggendo tutti questi nomi. Devo anche ammettere che, almeno per quanto mi riguarda personalmente, molti degli artisti presenti nel progetto, e parlo dei titolari ovviamente, non tanto degli ospiti, hanno un curriculum che mi lascia abbastanza indifferente o comunque non particolarmente trepidante, quindi le aspettative non possono essere troppo fuorvianti nell’ascoltare quest’album. L’album, pubblicato il 1° gennaio di quest’anno, consta di 12 brani, la maggior parte abbastanza breve ma con una punta di durata che supera di poco gli 11 minuti, per un totale un’ora di musica, a formare un concept album che viene descritta come una storia d’amore interstellare tra un’aliena e un terrestre.
Considerando che il progetto è nato su idea di Kerzner per poter dar forma concreta ad alcune sue canzoni inizialmente composte per i Sound of Contact e che include alcuni membri dei Sound of Contact, quali pensate che possano essere i riferimenti più diretti che riconosciamo nella musica di quest’album? Esatto: non ve lo voglio neanche dire…. Oltre tutto lo spirito di questa band è presente anche per il fatto che alcune canzoni portano la firma di Kelly Nordstrom e Simon Collins, anch’essi membri della band. Possiamo quindi considerare quest’album come una prosecuzione o la naturale continuazione di “Dimensionaut”? Penso che non sia del tutto corretto pensare ciò, dato che ad ogni modo gli altri musicisti non sono certo lì a pettinare le bambole e ognuno, più o meno, riesce a portare un proprio contributo all’insieme che andiamo ad ascoltare.
Probabilmente quest’album può essere considerato maggiormente legato al Progressive anni ’70; possiede un incedere brillante e sostenuto (ma mai troppo pesante) per quasi tutta la sua durata, con i brani che scorrono naturalmente l’uno dentro l’altro e si dipanano con buona tecnica (e su questo non c’erano molti dubbi) e buona capacità compositiva, trovando a tratti anche arrangiamenti complessi, anche con l’uso di archi, un bel duetto di batteria nella parte centrale di “Two Moons Setting with the Sun”, alcune parti musicali in “Crash Landing” che ci ricordano addirittura i Twelfth Night di “Live at the Target”, lo splendido cantato in inglese di Agudo, una struttura diffusa da colonna sonora che pervade un po’ tutto l’album. Se devo essere sincero, nonostante l’avvio non sia comunque proprio negativo, l’album riesce a decollare col passare dei minuti e delle tracce, riuscendo a tenerci ben incollati all’ascolto senza grossa fatica e lasciandoci, anzi, un certo senso di insoddisfazione per la fine un po’ troppo repentina della conclusiva “Banished”.
Benché non si stia probabilmente parlando dell’album dell’anno, almeno una volta ogni tanto consentitemi di non essere troppo deluso da un progetto di questo genere.

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Alberto Nucci

KAOLL-Sob os olhos de Eva -Progshine Records -2017 -BRA -Michele Merenda
KAOLL Sob os olhos de Eva Progshine Records 2017 BRA

Non si può certo dire che la band strumentale del chitarrista Bruno Moscatiello non si impegni sul piano della ricerca. Nato nel 2008 come un progetto praticamente solista dello stesso Moscatiello nella città di San Paolo, durante il medesimo anno veniva pubblicato “Kaoll 04”, un esordio molto psichedelico con alcuni spunti di world music. Dopo quattro anni, la collaborazione col celebre chitarrista brasiliano (nato però in Cina!) Larry Gordin faceva sì che venisse pubblicato “Self-hypnosis”, molto più fusion. Nel 2014 “Odd” suggellava a sua volta il sodalizio col flautista Yuri Garfunkel – già presente sul precedente –, con uno stile rockeggiante simile ai primi album dei peruviani Flor de Loto, fino ad arrivare all’album preso in esame, che stavolta vede la collaborazione concettuale col filosofo e scrittore Renato Shimmi. “Sotto gli occhi di Eva” (questa la traduzione dal portoghese), infatti, è una specie di colonna sonora dalla durata inferiore a venticinque minuti dello scritto omonimo, illustrato dalle immagini del grafico Zé Otávio. Lo stile si scosta dal lavoro immediatamente precedente e semmai consente dei paragoni con “Self-hypnosis”.
In un primo momento, il titolo dello scritto sarebbe dovuto essere “O exilio da Serpente”, a testimonianza che si tratta di un’opera complessiva in cui viene trattato principalmente il tema della ribellione all’interno delle religioni, partendo dal mito dell’espulsione dall’Eden fino a giorni nostri. Lirismo e oppressione divengono così quei tratti salienti che caratterizzano i racconti religiosi, metafore di ogni rivoluzione storica, la cui dinamica dialettica sembra indispensabile affinché si possa realizzare qualcosa di nuovo. La title-track è divisa in tre parti: la prima ricrea il mistero della Genesi, sfruttando un’atmosfera in stile Gong, compresa la tecnica del “glissando”; poi vi è un gioco di chitarra acustica e slide con cui si fa allusione alla seduzione di Eva nel Paradiso terrestre ad opera del Serpente, fino ad arrivare ad un ritmo severo che con la chitarra elettrica ne scandisce la cacciata finale. Un brano che termina proprio mentre sembrava che stesse cominciando e questa sarà una condizione frequente durante l’ascolto delle brevi tracce. Comunque la si voglia mettere, questo quarto lavoro suona solo a tratti come un album vero e proprio, nonostante una certa coesione nelle sonorità adottate. Vi è l’intenzione di commentare con i suoni gli accadimenti che rappresentano la rottura di dogmi, da intendere sia sotto forma religiosa che politica (due aspetti che paradossalmente coincidono di sovente), come avviene nel brano successivo che parla proprio dell’esilio del serpente. In un tema musicale in cui domina il flauto, Shimmi allude a quei filosofi ed intellettuali che sono stati costretti all’esilio perché in rotta con la dittatura, ben più che una semplice allusione alle varie vicissitudini sudamericane. Ma grazie all’esilio del fantomatico “serpente” è scaturito il primo passo verso la libertà intellettuale, quella rivoluzione copernicana nata con l’astronomia e con cui “Kopernik” ne narra l’evoluzione, concludendo con una presa di coscienza trionfale. “Julgamento e morte de Giordano Bruno” è l’immancabile tributo al filosofo nolano, con belle aperture di pianoforte ad opera di Fabio Leandro, che nel libro diventa spunto per la riflessione sulla violenza dell’Autorità. Il passaggio naturale è lo scontro di “A rua contra os reis”, in cui la strada – cioè il popolo – si scontra finalmente contro i sovrani vigenti. Chiude “Dharma em chamas”, che dopo una parte vivace confluisce verso un suono ritmico e impersonale, probabilmente mantrico.
Musica che si sarebbe dovuta sviluppare meglio, se si fosse trattato di un full-length convenzionale; qui si è però voluto mettere al centro dell’attenzione quello che vuole essere un metodo per diffondere determinati progetti culturali. Vista la mole dei temi su cui scrivere, sembra che il progetto sia nato nella maniera corretta. Adesso si attende anche la realizzazione anche sul piano visivo ed il discorso diventa a questo punto decisamente interessante.

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Michele Merenda

LONDON UNDERGROUND-Four -Musea Records -2018 -ITA -Michele Merenda
LONDON UNDERGROUND Four Musea Records 2018 ITA

Correva l’anno duemila quando veniva pubblicato l’album omonimo del trio fiorentino, in cui militava anche il batterista/cantante Daniele Caputo, già negli Standarte. Tre anni dopo, su “Through a glass darkly”, dalla medesima band arrivava anche il bassista Stefano Gabbani. Il sound è sempre stato vicino a quel gruppo – a sua volta debitore degli Atomic Rooster –, con i suoi rimandi fortissimamente anni ’70. Ci sarebbero stati in seguito altri cambi di formazione, compresa la fuoriuscita dei due ex-Standarte, un terzo album a distanza di anni, ulteriori re-impasti, rimanendo il solo tastierista Gianluca Gerlini della formazione originaria, il quale si poneva così come l’autentico fulcro dei rinnovati London Underground. Come suggerisce il titolo, questo è il quarto lavoro del terzetto, basato su tastiere-basso-batteria; terzetto che si rifà fin dal monicker alla musica di matrice anglofona (e anglofila), oramai totalmente strumentale. Nel frattempo è tornato Gabbani alle quattro corde, anche se tra gli ospiti risulta citato pure il precedente bassista, Fabio Baini, peraltro adibito “a tutte le parti di basso” (traduzione letterale). Ci sono anche Riccardo Cavaleri per gli sporadici interventi di chitarra sia elettrica che acustica, oltre ad un altro fidato collaboratore come Stefano Negri al sax. La musica, oltre ad essere debitrice delle succitate band, deve molto a Brian Auger, anche perché l’organo Hammond la fa da padrone (oltre comunque alla presenza di mellotron, moog e quant’altro). Non a caso, vi è una cover proprio del tastierista britannico, “Tropic of Capricorn”, il seguito ideale di momenti intensi regalati con “What I say” e soprattutto “Three Men Job”. Ma anche l’inizio segue le medesime coordinate, nonostante queste suonino subito più scanzonate e disimpegnate rispetto ai brani seguenti. L’apertura allegra, con i sei minuti di “Billy Silver”, è bissata dalla seguente “Ray Ban”, un’altra cover, stavolta degli italiani Marc 4. Si trattava di componenti, tra la metà degli anni ’60 e del decennio successivo, dell’Orchestra della Rai. Il pezzo in questione era opera nel 1971 del compositore Stefano Torossi. I quasi sette minuti e mezzo di “At Home” divengono più impegnativi, così come suonano più psichedelici i quattro e mezzo di “The Comete”. Da segnalare “Jam”, in cui non si cede per fortuna alla tentazione del caos improvvisato, ed infine le due bonus, ancora una volta delle cover. La breve “Mercy, Mercy, Mercy” è stata composta a suo tempo da Joe Zawinul (Weather Report) per Cannonball Adderly, mentre “Bumpin’ On Sunset” era una traccia del chitarrista jazz Wes Montgomery (coverizzata nel ’74 anche dallo stesso Brian Auger, casualmente!). Questo è forse il brano migliore, con un finale che sarebbe potuto sfociare in qualcosa di molto potente ma che purtroppo si ferma troppo presto. Peccato, davvero.
Che altro dire, per non apparire ripetitivi? La band di Gianluca Gerlini non si lascia andare a virtuosismi eccessivi, ma l’abilità tecnica e la coesione appaiono incontestabili. La chitarra, quando entra in scena, si limita a far da contorno se non addirittura da riempimento; ma del resto, in una squadra vincente, occorrono sempre quei gregari che dispongano comunque di tutti i fondamentali utili per l’occasione. La proposta non è certo niente di nuovo ed il revival di quelle atmosfere fatte di tastieroni ruvidi è fortissimo. Riproporre determinati schemi per qualcuno è sempre un bel sentire, per altri è invece una delle varie espressioni dell’inutilità trasposta in musica. Scegliete pure da che parte stare. Possibilmente, senza cedere a condizionamenti di sorta.

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Michele Merenda

LUCIANO ONETTI-Sonno Profondo / Francesca -Black Widow Records -2018 -ARG -Francesco Inglima
LUCIANO ONETTI Sonno Profondo / Francesca Black Widow Records 2018 ARG

Personaggio davvero particolare deve essere Luciano Onetti, regista, attore e musicista argentino con una smisurata passione verso i b-movies italiani anni ’70, in particolar modo verso i thriller e i polizziotteschi all’italiana. Ammetto subito di non aver visto nessuno dei suoi due film, ma la musica che li accompagna è più che esplicita. Ascoltando l’album uscito per la Black Widow contenente entrambe le colonne sonore dei suoi due film (“Sonno Profondo” e “Francesca”), non faccio fatica ad visualizzare nella mia mente scene vintage con una fotografia ipersatura e un abuso voluto di cliché che rimandano consapevolmente agli anni ’70. Onetti è il classico one-man-show, nei suoi film è regista, sceneggiatore, attore, autore della colonna sonora di cui suona tutti gli strumenti. Se i suoi riferimenti cinematografici sono i vari Argento, Bava, Lenzi, D’Amato, ecc… i riferimento musicali non possono non essere che Ennio Morricone, Fabio Frizzi, Franco Micalizzi e i Goblin.
Onetti riproduce con maniacalità filologica il sound dei film di quegli anni, un ignaro ascoltatore non farebbe fatica a credere di stare ad ascoltare un colonna sonora perduta di un thriller italiano di quegli anni. Visti gli intenti lapalissiani, il risultato è più che soddisfacente, siamo letteralmente catapultati in vortice sonore ipnotico e oscuro. Riff assillanti, ritmi martellanti, loop avvolgenti, improvvisi cambi di atmosfera, temi disco volutamente kitsch, nenie infantili, gli ingredienti giusti ci sono tutti per coinvolgere tutti gli amanti di un genere musicale di cui noi italiani siamo stati i maestri indiscussi. L’album ovviamente abusa di stereotipi musicali triti e ritriti, ma è una scelta consapevole e funzionale al progetto artistico del musicista-regista argentino e va quindi accettata. Tra le due colonne sonore, quella di “Francesca” sembra essere maggiormente a fuoco e, seppur utilizzando consapevolmente un linguaggio derivativo, la musica sembra avere una maggiore identità ed è sicuramente meno prevedibile, mentre “Sonno Profondo” casca un po’ più spesso nell’esercizio di stile fine a se stesso.
Posso dire con certezza che questo album ha stuzzicato la mia curiosità e mi ha fatto venire voglia di vedere i suoi film con la convinzione che gradirò anche quelli. Questo album è sicuramente una chicca per tutti gli amanti delle colonne sonore dei b-movies italiani anni settanta e che forse, come ci insegna l’argentino Onetti, sia le musiche che i film non sono così di serie B.

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Francesco Inglima

OPERA OSCURA-Disincanto -Andromeda Relix -2018 -ITA -Michele Merenda
OPERA OSCURA Disincanto Andromeda Relix 2018 ITA

Eccolo qua un altro gruppo italico al suo esordio sulla label di Gianni Della Cioppa, in attesa magari di approdare presso una major. L’intento, del resto, è quello di fungere da valido trampolino di lancio, il talento e la fortuna poi faranno eventualmente il resto. Le coordinate stilistiche sono oramai abbastanza codificate, spesso indirizzate verso quel prog-metal italico che negli anni ’90 – nei confini nazionali – veniva (erroneamente?) chiamato metal-prog. Stavolta, indipendentemente dai riferimenti stilistici, si danno delle buone chances ad un progetto dai contenuti sicuramente più profondi e ricercati, a partire dalla bella copertina ad opera di Goerge Grie. Il gruppo messo su dal compositore e tastierista Alessandro Evengelisti ha avuto una lunga gestazione, fino all’arrivo dei musicisti ritenuti più adatti. Tra questi vi sono il chitarrista Alessandro Gargaro e la cantante Francesca Palmidessi, oltre al batterista Umberto Maria Lupo, il chitarrista classico Andrea Maglicchetti, aggiungendo anche i bassisti Leonardo Giuntini e Francesco Grammatico.
Fedele al suo nome, il gruppo romano suona un prog-metal cupo e cinematografico, perfettamente in linea con la copertina. E proprio quella sirena risulta la protagonista della triste storia narrata sull’iniziale “A Picco sul Mare”, dall’impostazione operistica. È il tipo di atmosfera che si potrebbe respirare su un concept dei Savatage, però più orientata sul versante progressivo. Il pezzo è cantato in italiano, con voce quasi da soprano e code strumentali di impostazione decisamente classica. Una propensione tangibile soprattutto nel brano seguente, “La Metamorfosi dei Sogni”, strumentale che decolla quando Gargaro prende in mano la situazione, con il basso di Giuntini ben udibile per tutta la parte saliente. Il suono in questo lavoro appare deciso e profondo, specialmente quando la scena viene lasciata per alcuni tratti al pianoforte; “Il Canto di Sirin” è in tal senso esplicativo, la cui voce stavolta è di Serena Stanzani, autrice anche del testo in inglese. Figura della mitologia russa, Sirin era l’immagine che un tempo si aveva proprio della sirena, donna col corpo di uccello, ben lontana quindi dall’odierna coda di pesce; una composizione per voce e pianoforte, oltre agli effetti delle tastiere, assolutamente completa nonostante la mancanza degli altri strumenti. Quest’ultimi rientrano con tutti i crismi su “Pioggia nel Deserto”, altro strumentale sinfonico dove le atmosfere gotico-melodiche vengono irrobustite dalla chitarra elettrica e da un drumming complesso. “Gaza” – come da titolo – non poteva non avere richiami mediorientali, tra riff rocciosi e note soliste che si stagliano sopra arabeschi vari. “Dopo la Guerra” ne è la naturale conseguenza, per buona parte quieta ma con sprazzi in cui si prende velocità. La conclusone è affidata al solo Evangelisti, che in “Resti” suona col pianoforte poco più di due minuti e mezzo capaci di riempire l’aria, risultando addirittura la composizione più bella e poetica, anche se giusto un minuto in più di invenzioni non avrebbe di certo fatto male.
Sette brani per soli trenta minuti di musica… Probabilmente sarà per questo che si è arrivati alla fine senza avvertire pesantezza, nonostante quanto proposto non sia certo materia leggera bensì abbastanza impegnativa. Si dice che difficilmente questo album verrà eseguito da vivo; quel che è sicuro, si tratta di una tiratura limitata, quindi sembra esserci tutta l’intenzione di affidare al mercato un prodotto esclusivo. Come esordio non c’è male, viene la curiosità di sapere cosa si saprà fare con qualcosa di più articolato nel senso convenzionale del full-length, sperando di poter mantenere l’attenzione dell’ascoltatore sempre viva e non incorrere nella tentazione dell’autoindulgenza. L’inizio sembra comunque incoraggiante, anche se apprezzeranno maggiormente i cosiddetti metal fans, nonostante gli intenti sarebbero quelli di trascendere qualsiasi genere.

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Michele Merenda

PAVLOV'S DOG-Prodigal dreamer -Rockville Music -2018 -USA -Alberto Nucci
PAVLOV'S DOG Prodigal dreamer Rockville Music 2018 USA

Se andiamo a dare un’occhiata alla discografia accreditata ai Pavlov’s Dog, vediamo una notevole mole di pubblicazioni, tra live e album in studio. Diciamoci però la verità: gli album dei Pavlov’s Dog sono solo due, ovvero quelli storici che tutti conoscono, usciti nel 1975 e 1976; tutti i successivi non sono che pallidi… anzi, pallidissimi e sfocati tentativi di riesumazione della storica sigla, quasi tutti provenienti da session inedite, live, ripescaggi vari e bootlegs. La band si è cominciata a sfaldare già all’indomani dell’album d’esordio (tanto che nel secondo si è dovuto ricorrere alle ospitate di Bill Bruford e Andy McKay) e solo Surkamp e Rayburn hanno continuato a collaborare per un certo periodo, cercando fondamentalmente di crearsi una carriera sul ricordo del successo di “Julia” (che anche i sassi si ricordano).
Oggigiorno è rimasto solo Surkamp a portare avanti la storica sigla. La particolarissima e singolare voce, autentico marchio di fabbrica del gruppo, si è ormai un po’ infiacchita ma è ancora abbastanza riconoscibile e ogni tanto qualche vibrante acuto ci riporta indietro di 43 anni; è solo un attimo, ma a volte anche un attimo può bastare a darci emozioni piacevoli. L’operazione nostalgia viene ovviamente completata dalla cover dell’album che ripropone il cane già presente sulla copertina di “Pampered Menial”, un po’ più malconcio magari e -povera bestiola- con un’espressione corrucciata.
Ad affiancare lo storico vocalist non c’è alcun altro membro dell’epoca; c’è la moglie di David, Sara, che si occupa dei cori e di qualche parte di chitarra e c’è un folto numero di musicisti che non passerà certo alla storia per il proprio apporto e per la personalità mostrata su quest’album. L’eccezione a quanto appena affermato c’è, comunque, ed è rappresentata dalla violinista Abbie Steiling il cui strumento percorre in lungo e in largo queste 13 canzoni dando loro colore e caratterizzazione. Il resto, a parte qualche timida parte di chitarra qua e là e un discreto basso, non è certo memorabile, come dicevo.
Le canzoni… aaaah… le canzoni… cosa ci si poteva aspettare? Una nuova “Julia”? Ma per favore…! Qui abbiamo una serie di canzoncine, alcune delle quali pure piacevoli, in cui il rock del primo album non è che un lontanissimo ricordo. In effetti Surkamp non ci prova nemmeno a riproporre qualcosa di simile, mantenendosi su un profilo abbastanza basso, con canzoni dalle tonalità ed umori malinconici, sottolineate dalle note del violino e da una ritmica ben poco fantasiosa. Una piccola eccezione è la seconda traccia “Hard Times”, dalla ritmica brillante e caratterizzata anche da un discreto Hammond.
L’ascolto dell’album è globalmente abbastanza piacevole, ad ogni modo, forse compromesso dall’eccessiva lunghezza dell’album dal quale forse sarebbe stato opportuno depennare un paio di titoli. Basta comunque non aspettarsi chissà che cosa ed apprezzare queste canzoncine dal forte approccio folk, comunque dignitose e su cui non è giusto accanirsi eccessivamente.

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Alberto Nucci

FERNANDO PERDOMO-Zebra crossing -Forward Motion Records -2018 -USA -Valentino Butti
FERNANDO PERDOMO Zebra crossing Forward Motion Records 2018 USA

Ci aspettavamo “Out to sea 2” (previsto comunque per il 2019) ed invece il polistrumentista americano Fernando Perdomo (Dave Kerzner Band) si presenta con “Zebra crossing”, realizzando il suo vecchio sogno di registrare un album nei mitici Abbey Road Studios. Proprio la sua presenza negli “Studios” lo stesso giorno, ma cinquanta anni dopo dalla prima registrazione di “While my guitar gently weeps”, ha fatto sì che Perdomo confezionasse una deliziosa cover proprio di questo brano posto in chiusura del suo nuovo lavoro. L’artista statunitense, al solito, si occupa di tutti gli strumenti, anche se numerosi sono gli ospiti del progetto come lo stesso Dave Kerzner, oppure Zak Nilsson (figlio di Harry, cantautore americano anni ’60 e ’70 soprattutto), senza dimenticare Stephen Kalinich (paroliere dei Beach Boys). Da tutto ciò scaturisce un album di dodici brani, più vicino al pop d’autore che non al classico progressivo (come poteva essere per “Out to sea” dello scorso anno). Come dice lo stesso autore si tratta di ”una lettera d’amore nei confronti degli Studios” e dei suoi più famosi “frequentatori”. Canzoni in cui emergono le spiccate qualità melodiche e strumentali di Perdomo che sempre “timbra” con gusto le composizioni, vuoi con un ritornello di immediata fruizione, vuoi con un efficace “solo”, vuoi con una ballad d’atmosfera oppure con pregevoli orchestrazioni. Cori sbarazzini sixties (“Find love (Hold on)”) convivono con la canzone d’autore (“We were raised with headphones on”), sempre con risultati apprezzabili. Molto bella pure “Somehow”, graziosa ballad arricchita dalla presenza degli archi. E’ però negli strumentali che Perdomo offre il meglio di sé: “Not meant to be” in cui la chitarra elettrica (il suo strumento prediletto) è mattatrice nei cinque minuti del brano. Ed ancora nella title track dove la chitarra è più graffiante ed incisiva. Belle melodie, con un esteso utilizzo degli archi, anche in “Crown of stars” e “Home”. Chiude l’album, come detto, la sempre emozionante cover dei Beatles. Fermatevi, dunque, sulle “Zebra crossing” ed ascoltate l’album nell’attesa di “Out of sea 2”, probabilmente più appetibile per il prog fan, ma anche questa versione, più easy, di Perdomo merita una chance.

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Valentino Butti

RPWL-Tales from outer space -Gentle Art Of Music -2019 -GER -Valentino Butti
RPWL Tales from outer space Gentle Art Of Music 2019 GER

A cinque anni dall’ultimo, e non troppo convincente, “Wanted” e dopo un paio di album live dove la band riproponeva il repertorio floydiano delle origini, i tedeschi RPWL si ripresentano con un nuovo lavoro di inediti dal titolo “Tales from outer space”. Sette brani del loro classico prog melodico, fortemente debitore del sound di Gilmour e compagni (senza Waters). La mancanza di originalità non significa che la band non abbia una sua ragione di esistere come confermano i consensi ottenuti da più parti e le numerose date live che riescono comunque a programmare. “Tales from outer space” non è un concept nel senso classico del termine, ma le composizioni sono comunque accomunate dal fil rouge legato alla fantascienza.
“A new World” (singolo di presentazione dell’album) ci catapulta subito nel classico sound della band fatto di atmosfere ariose e dilatate, con un bel ritornello a rendere la confezione più appetibile, oltre alle solite incursioni della chitarra elettrica di Kalle Wallner a duettare con le tastiere di Lang e Jehle. “Welcome to the freak show” si mantiene sulle medesime coordinate con, in più, qualche rimando “space” a ricordare i connazionali Eloy del periodo a cavallo tra i ’70 e gli ’80. I dieci minuti di “Light of the World” sono un altro bel bigino floydiano-gilmouriano con la chitarra di Wallner sempre piacevolmente ammiccante, il bel cantato malinconico di Lang e soffuse tastiere. Niente di nuovo, ma fatto bene. Poco ispirata ed un po’ ripetitiva “Not our place to be”, meglio invece “What I really need”, piacevole pop song ben confezionata. Il “rischio” non è nel DNA della band tedesca che continua imperterrita con la propria proposta ormai consolidata nel tempo e che sfocia nella bella “Give birth to the Sun” tra new prog ed i maestri Eloy (i Floyd non li citeremo più…). L’album si chiude in maniere soft con “Far away from home” con un notevole “solo” cristallino di Wallner.
Un lavoro senza sorprese, dunque, ampiamente e piacevolmente prevedibile, ma non per questo da bocciare. Probabilmente il progsters più “scafato” bypasserà senza indugio e senza neanche ascoltarla questa ennesima prova di Lang e soci. Quelli più di “bocca buona” o gli inguaribili romantici una chance la concederanno e qualcosa di buono sicuramente troveranno in questi cinquanta minuti di “Tales from outer space”.

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Valentino Butti

RUPHUS-New born day -Polydor -1973 (Karisma Music 2019) -NOR -Jessica Attene
RUPHUS New born day Polydor 1973 (Karisma Music 2019) NOR

Abbiamo finalmente fra le mani la ristampa di uno dei migliori album della scena Prog norvegese che giunge ad omaggiare un gruppo che è stato a tutti gli effetti un punto cardinale per il nostro genere nelle fredde terre dei fiordi. Una primissima versione su CD la curò la Pan Records nel 1993 ma si tratta di un’uscita che ha fatto decisamente il suo tempo ed ecco che questa ristampa porta nuovamente alla luce un album particolarissimo e di gran valore, seppure grezzo ed immediato per certi aspetti, e la musica risplende anche grazie al lavoro di masterizzazione di Jacob Holm-Lupo (White Willow) che ha potuto mettere le mani sui nastri originali. L’album sarà disponibile anche in una limitatissima edizione in vinile blu che conterà soltanto 500 esemplari e sarà seguito dalla riedizione di tutti i capitoli della discografia della band che è già pronta a calcare nuovamente il palcoscenico per un grande concerto promozionale.
“New Born Day” nasce in una casa vicino Trondheim dove il gruppo si rinchiuse per un mese intero prima di entrare in studio col produttore Stein Robert Ludvigsen. La formazione, numerosa, comprendeva sette elementi dei quali soltanto due, il chitarrista Kjell Larsen ed il bassista e flautista Asle Nilsen, saranno costantemente presenti in tutte le produzioni della band (sei in totale quelle ufficiali in studio dal 1973 al 1979). Oltre a loro ricordiamo Hans Petter Danielsen alla chitarra, il compositore jazz Håkon Graf all’organo, al piano e al vibrafono e Thor Bendiksen alle percussioni. In questa primissima versione i Ruphus avevano ben due voci soliste, una femminile, incredibilmente potente e di grande appeal, quella di Gudny Aspass, ed una maschile, piacevole ma purtroppo di minor spessore, più flebile e monocorde, quella di Rune Sundby che suonava anche il sax e le chitarre acustiche. E’ proprio il grande carisma di Gudny a rendere unico questo album ruvido e prezioso che svela grandissimi potenziali facendo leva sull’entusiasmo di musicisti che sono impazienti di mostrare tutte le loro capacità.
L’esordio dei Ruphus è costruito su una imponente matrice hard rock dalle profonde venature blues che si disgregherà col tempo, lasciando dapprima spazio ad un album più profondamente prog come “Ranshart” (1974) per far poi emergere tratti più marcatamente jazz rock come quelli di "Let Your Light Shine" (1976), prodotto dal leggendario Terje Rypdal. “Coloured Dreams”, la traccia di apertura, entra con forza nei nostri padiglioni auricolari e la voce dirompente di Gudny si muove su un tappeto di Hammond e riff decisi di chitarra. L’impatto è convincente ma questa formula, che ci fa pensare più che altro agli Uriah Heep, ci lascia intravedere solo in parte le fantastiche evoluzioni che ci attendono oltre. La chitarra acustica, che apre gentilmente “Scientific Ways”, ci fa assaporare già altri scenari. La voce è quella di Rune e se ne apprezzano purtroppo i limiti ma è proprio quando Gudny entra in scena che i giochi si fanno interessanti: si aggiunge una sezione ritmica articolata intrecci strumentali che potrebbero ricordare un po’ i Gentle Giant per un brano dalle ampie aperture melodiche e sinfoniche e dalla scrittura tutt’altro che lineare.
L’incipit esplosivo di “Still Alive” ci coglie quasi alla sprovvista. A tuonare è l’organo Hammond di Håkon Graf. Il basso è in primo piano con echi Crimsoniani e scenari quasi Horror impreziositi da sax e vibrafono. “The Man Who Started it All” inizia col piano romantico cui fa eco il flauto ed i toni diventano gradualmente più drammatici ed incalzanti. “Trapped in a Game” è illuminato letteralmente dalla performance di Gudny che sfida i suoi limiti spingendo sempre più in alto la sua voce. L’intermezzo di organo che taglia in due il brano potrebbe ricordare invece qualcosa di “Foxtrot”. “Trapped in a Game”, col basso in primo piano e l’organo in evidenza, gioca ancora su arrangiamenti complessi che ci riportano ai Gentle Giant. Il brano si giova ancora della splendida presenza di Gudny e questa volta affiorano connotati jazzy che rendono questo pezzo fra i meglio riusciti del lotto. “Day After Tomorrow” è il brano più lungo e forse anche il più complesso dell’album e si fa notare per le magnifiche progressioni d’organo e per le aperture sinfoniche con riferimenti a Yes ed EL&P.
Tre membri, la coppia di cantanti ed il chitarrista Hans Petter, lasceranno il gruppo dopo la registrazione di questo disco e per il nuovo "Ranshart" verrà reclutato un nuovo cantante, Rune Østdahl. Ma questo è un nuovo capitolo che spero riscopriremo presto assieme se la Karisma resterà fedele ai suoi propositi.

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Jessica Attene

IL SENTIERO DI TAUS-Macrocosmosi -Locanda del Vento -2018 -ITA -Peppe Di Spirito
IL SENTIERO DI TAUS Macrocosmosi Locanda del Vento 2018 ITA

In un periodo in cui si riscontra una sovrabbondanza di uscite discografiche, affiancata alla possibilità crescente di ascoltare in rete brani, se non dischi interi, appare un bene trovarsi di fronte a nuovi lavori dalla durata contenuta. In un panorama fin troppo affollato realizzare un album con minutaggio simile a quelli che si affrontavano negli anni ‘60/’70 può aiutare ad assimilare meglio i contenuti musicali, specie se si è di fronte ad un prodotto di qualità. E’ certamente questo il caso del Sentiero di Taus, una band all’esordio che fa subito bella figura, ben supportata dalla Lizard Records (il cd esce per la sottoetichetta Locanda del Vento) e da Fabio Zuffanti, la cui “benedizione” appare pienamente giustificata. Così, i 43 minuti del debut “Macrocosmosi” si mostrano legati alla tradizione del prog italiano, come si evince immediatamente dalla “Overture”, che riporta ai seventies con magniloquenza, tiro e aggressività. Con un concept che affronta argomenti storici e religiosi (si parla degli Yazidi, setta curda della Mesopotamia), il Sentiero di Taus si inserisce nel mondo del prog mostrando legami con Museo Rosenbach, Biglietto per l’Inferno, Jumbo, Rovescio della Medaglia e De De Lind, tanto per fare qualche nome. La band non fa nulla per nascondere queste influenze, ma i risultati danno pienamente ragione ai musicisti. Tra slanci hard-rock, bizzarre danze folk che si trasformano in un rock lunatico (ascoltate “Genesi”), passaggi splendidamente romantico-sinfonici e sognanti spunti psichedelici la musica proposta funziona a meraviglia. Non c’è esibizione di tecnica o di muscoli, ma un puro progressive rock all’italiana, fatto di intrecci strumentali, variazioni di tempo, di atmosfera, di timbri, melodie vocali efficaci, elementi classicheggianti, riff lancinanti e assoli di buona fattura. Trovato un giusto equilibrio ed evitando ridondanze, il gruppo è capace di condensare, in maniera credibile, le caratteristiche stilistiche e sonore appena descritte in brani di durata non eccessiva. Il tutto appare miscelato nei modi giusti e a fare la parte del leone è Gennaro Lucio Zinzi che canta e si esibisce anche alla chitarra, al flauto e alle tastiere (ed è anche l’autore dei testi e co-autore della musica), ben coadiuvato dal chitarrista Tiziano Taccini, Jesus (sic!) al basso e Claudio “Buddha” Buonfiglio alla batteria. Insomma, Fabio Zuffanti, da mentore del Sentiero di Taus, sembra averci visto giusto. Certo, non siamo di fronte ad un prodotto originalissimo, ma il piacere di ascolto c’è tutto per questa band che, similmente alla Maschera di Cera e di svariati altri colleghi emersi negli ultimi anni, punta alla riscoperta di certi schemi e suoni del passato, pronti a raccoglierne il testimone; staremo a vedere se le promesse rosee verranno mantenute.

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Peppe Di Spirito

EL TUBO ELASTICO-Impala -autoprod. -2018 -SPA -Michele Merenda
EL TUBO ELASTICO Impala autoprod. 2018 SPA

Nel 2015 il quartetto di Jerez de la Frontera (Cadice) aveva esordito con un album omonimo che lasciava intravedere discrete potenzialità, mischiando ambientazioni post-rock con ritmiche jazz-rock, ricreando così atmosfere psichedeliche di una certa complessità. Ma non essendoci però assoli significativi – nonostante la presenza di due chitarre – e con un andamento mai troppo sostenuto, c’era da temere che continuando su quella strada la proposta potesse alla lunga diventare soporifera. I nostri devono evidentemente aver riflettuto su questo rischio eventuale, perché la nuova proposta strumentale suona decisamente più energica e convincente. Anche stavolta non ci sono chissà quali assoli memorabili ma solo vari accenni, tutto però diventa funzionale per delle composizioni che si dimostrano varie e soprattutto vitali. La batteria di Alfonso Romero ed il basso di Carlos Cabrera sono di chiara impostazione jazz/fusion e i due musicisti si producono in acrobazie sempre funzionali alla stesura dei brani. L’iniziale “Ingrávido” è aperta dalle chitarre visionarie di Daniel González e Vizen Rivas, per un effetto che anche nella continuazione della traccia ricorda i turchi Siddharta, autori di un (purtroppo) unico e notevole album. Nove minuti e mezzo dove le ritmiche e i suoni si vanno incastrando come un trip cosmico (un po’ tutti loro si occupano di tastiere e programmazioni), in cui sporadicamente le chitarre intervengono in fase di assolo per spezzare un’eventuale monotonia. Attacco quasi da math-rock su “Antihéroe”, smorzato immediatamente da una rarefazione improvvisa in cui risuona una chitarra acustica solitaria, presto affiancata dal riverbero della sua omologa elettrica che ne fa una specie di controcanto. Dopo un paio di minuti il sound si irrobustisce tra rullate di batteria e note altamente impegnative di basso; anche qui la durata è considerevole, si sfiorano i nove minuti, ma più si va avanti e più i toni diventano solenni, come se la cultura iberica venisse intrisa di acido lisergico.
Uno dei pezzi forti è “Turritopsis nutricula”, reso ancora più complesso dal Chapman stick di Guillermo Cides, assieme alla narrazione in lontananza di Tom Pannell. Sembrerebbe una versione meno fredda degli Stick Men, con tanto di tastiere che fanno il loro piacevole ingresso tra i giochi ritmici e un bell’assolo di chitarra dal retrogusto ovviamente ispanico. I dodici minuti e mezzo di “El acelerador de picotas” sono divisi in due parti, “Ignición” e “Colisión”, suddivise dai tempi spezzati del basso; la prima è sicuramente vicina a compagini come i belgi Quantum Fantay, i finlandesi Hidria Spacefolk e magari anche agli Øresund Space Collective – tutti debitori degli Ozric Tentacles –, mentre la seconda, dopo un momento di quiete, viaggia verso la collisione finale. Un viaggio space che continua su “La avispoteca”, dove le linee di basso si fondono perfettamente con le percussioni varie dell’ultimo ospite Ant Romero. I vari tasselli che compongono il mosaico ritmico lungo tutto l’album fanno pensare spesso ai King Crimson dagli anni ’80 in poi, fattore che a un certo punto diventa evidente in “Impala formidable”, che dopo arpeggi enfatici e loop vari sfocia in un chiarissimo riferimento a “Lark’s Tongue in Aspic” (comunque meno abrasivo), aumentando così il livello esponenziale di intensità della composizione.
“Impala” è un ritorno sicuramente positivo, che mette il quartetto ispanico sulla giusta strada. Se si saprà regalare qualche emozione anche a livello di partiture soliste, allora si potrebbe parlare di una gran bella realtà. Per adesso, il primo ascolto impressiona molto, poi rischia un po’ di calare. Comunque da sentire. Intanto, l’album può essere scaricato in versione digitale sul loro bandcamp e su richiesta verrà inviato in formato CD o in vinile traslucido da 180g. Ben ritrovati!

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Michele Merenda

VV.AA.-Yesterday and today -RecPlay Inc. -2018 -UK/USA -Valentino Butti
VV.AA. Yesterday and today RecPlay Inc. 2018 UK/USA

Secondo la maggior parte dei fans gli Yes, i veri Yes, hanno smesso di esistere con l’abbandono forzato (all’epoca) di Jon Anderson una dozzina di anni fa e, più ancora, con la morte di Chris Squire nel 2015. Comunque sia, la band con Howe, White (a mezzo servizio), Downes, Sherwood, Davison e Jay Schellen continua imperterrita la sua attività live pescando a piene mani tra i numerosi brani che l’hanno meritatamente consegnata alla Storia della Musica. Per celebrare i cinquanta anni di carriera il duo di musicisti-produttori Dave Kerzner e Fernando Perdomo ci offrono questo “Yesterday and today” che vede la partecipazione, oltre a qualche membro “storico” o attuale della band, anche di bei nomi del panorama musicale come Steve Hackett, Robert Berry, Sonja Kristina ed i Curved Air, Nick D’Virgilio, Tom Brislin, Sally Minnear ed altri ancora.
I brani presentati spaziano dagli esordi di “Yes” del 1969 con “Sweetness” e “Yesterday and today” fino agli anni ’80 con “Machine messiah” da “Drama”, per finire con tre brani dell’era Rabin. Ovviamente confrontarsi con questi brani non è cosa semplice neanche per musicisti navigati come quelli presenti nel tributo. In alcuni brani si è rimasti fedeli, o quasi, all’originale, in altri gli artisti hanno provato a metterci del loro con risultati nel complesso convincenti.
Apre l’album “Machine messiah” con Geoff Downes alle prese con un “suo” brano e Nick D’Virgilio che si destreggia bene come lead-vocals (certo un conto è “sostituire” Horn, un altro Anderson…). Bella la versione di “Yours is no disgrace” (Mr. Tony Kaye alle tastiere) con la voce di Marisol Koss (rimango dell’idea che una voce femminile sia l’ideale per “ovviare” all’assenza di Anderson, come dimostra una indimenticabile versione, di qualche anno fa, di “Turn of the century” cantata da Annie Haslam). Proprio quest’ultimo brano, ridotto purtroppo a soli 2 minuti, ci permette di apprezzare la voce di Sally Minnear (figlia d’arte), in compagnia di Dave Bainbridge e Dave Kerzner. Risorta a vita nuova la dolcissima “Sweetness”, con Pat Sansone alla voce e Fernando Perdomo ad occuparsi di basso, tastiere e chitarre. I Curved Air di Sonja Kristina presentano una versione personale di “Soon” che, pur non raggiungendo il pathos ineguagliabile dell’originale con Anderson alla voce, offre belle emozioni.
L’era Rabin è aperta da “Cinema” con Steve Hackett alle prese con un brano forse troppo heavy per le sue caratteristiche. “Changes” è invece perfetta per la voce di Robert Berry e Billy Sherwood e buon esempio degli Yes anni ’80. Sorprendente e coraggiosa la scelta di “I’m running” brano “minore” di “Big generator” ma ottimamente rivisitato. Splendido il medley acustico con “Your move-And you and I-Wonderous stories” con il tanto bistrattato Jon Davison (ma voi, scusate, non avreste accettato di entrare negli Yes, ve l’avessero chiesto??) perfettamente calato nella parte. La title track, “Yesterday and today”, acerbo brano del disco d’esordio, è seguito da “Long distance run around” con alla voce Leslie Hunt (a questo proposito, il duo Kerzner-Perdomo in fatto di vocalist ha proprio scelto bene, nel non facile compito di interpretare questi brani… tutti veramente all’altezza…). Non poteva mancare l’omaggio dell’amico Billy Sherwood al compianto Chris Squire con “The fish”, vero e proprio manifesto della maestria di Chris al basso. Chiude la raccolta “Starship trooper” con una voce un poco diversa come quella di Francis Dunnery piuttosto lontana dal timbro angelico di Jon Anderson.
Un album-omaggio senza dubbio ben fatto e meritevole. Gli artisti intervenuti sono stati tutti all’altezza di un materiale così complesso, dimostrando grande amore e rispetto per la band e per i suoi fans. Speriamo che il 50° anniversario del gruppo ci riservi altre sorprese.

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Valentino Butti