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Recensioni

ALCHEM-Viaggio al centro della terra -The Triad -2018 -ITA -Giovanni Carta
ALCHEM Viaggio al centro della terra The Triad 2018 ITA

Questo degli Alchem è l'ultimo disco di un lungo tragitto iniziato circa una ventina d'anni fa, con alle spalle un paio di misteriosi cd autoprodotti, dei quali "Shadows" era l'esordio uscito giusto nel 2008: il termine "misterioso" è quanto di meglio si potrebbe dare alla musica di questo trio romano, composto dal chitarrista Pierpaolo Capuano, dalla cantante Annalisa Belli e dal bassista Luca Minotti, "Viaggio al Centro della Terra" è difatti un interessante ibrido che si posiziona in quella terra del crepuscolo in cui il linguaggio del progressive rock più oscuro tende ad avvicinarsi a sonorità metal doom/decadenti. Caratteristica degli Alchem è un approccio comunque fermamente sotterraneo e talvolta quasi artigianale, privo di particolari orpelli, eccessi tecnicistici o perfezionismi. Tutto molto spontaneo direi, e nei momenti migliori, specialmente quelli in cui la vena dark progressiva viene lasciata in piena libertà, gli Alchem riescono ad evocare un'atmosfera carica di tensione esoterica da far venire i brividi di piacere per chi è abituato a percorrere certe particolari strade musicali...
Ho visto che un po’ pretestuosamente gli Alchem sono stati definiti come "alternative" progressive metal ma di fatto rientrano nel filone dei gruppi progressive (e) metal con voce femminile, quindi perseguono uno stile preciso fatto di atmosfere criptiche e gotiche, frammentate con passaggi hard e momenti più ariosi quanto decadenti, quindi fortunatamente di sonorità "alternative" comunemente intese non se ne sentono.
Annalisa Belli, autrice anche dei testi, ci offre una bella prestazione con la sua voce cristallina ed ammaliante, in grado di mettersi alla pari con muse ispiratrici come Tori Amos, Kate Bush, Sophya Baccini e Liv Kristine. Le parti prettamente metal, abbastanza canoniche anche se efficaci nel loro contesto, ci fanno pensare ai Fates Warning più oscuri e Mercyful Fates, come anche a gruppi più gotici come Theatre Of Tragedy nelle parti più vellutate e cimiteriali; il lato progressivo, di fatto quello più interessante, evoca paesaggi piuttosto sinistri con alcuni momenti alquanto spettrali in cui si riesumano i Goblin più moderni come anche certe cose di Antonius Rex, Presence e un pizzico di King Crimson; non a caso ritroviamo come ospite Diego Banchero de Il Segno Del Comando in un brano, insieme con il violinista Emilio Antonio Cozza dei pagani Emian.
"Viaggio Al Centro Della Terra" nella sua varietà stilistica è un lavoro comunque abbastanza ben amalgamato, sempre nei limiti di un disco registrato in maniera poco più che amatoriale, nel bene e nel male... Ma in fondo, spesso, certe sonorità un pochino più cavernose e polverose del solito danno quel giusto fascino undeground, specialmente in una musica dai contorni criptici come quella degli Alchem...

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Giovanni Carta

BROTHER K-…Degeneration beat… (a tribute to Jack Kerouac) -Festa Della Musica Brescia -2018 -ITA -Michele Merenda
BROTHER K …Degeneration beat… (a tribute to Jack Kerouac) Festa Della Musica Brescia 2018 ITA

Jack Kerouac, in quanti oggi sapranno chi effettivamente era? Si tratta di qualcuno e di qualcosa che va al di là della semplice curiosità storico-letteraria, perché oltre ad aver nominato uno dei più importanti scrittori statunitensi, con le sue opere – contenenti idee di liberazione, di approfondimento della propria coscienza e realizzazione alternativa della personalità – Kerouac avrebbe dato vita a quella marea rivoluzionaria che sarebbe stata la Beat Generation, andando a indirizzare irreversibilmente anche la strada nel mondo della musica. Anzi, fu proprio lui a coniare il termine “beat”, anche se ancora non aveva un significato di contestazione. Per Kerouac, infatti, equivaleva a “beato”, nato com’era da una vera e propria visione spirituale.
Il progetto dei Brother K vede coinvolto – tra gli altri – il vocalist Boris Savoldelli, cantante italiano dallo stile definito “rock-funk sperimentale”, addentratosi da tempo nel jazz di ricerca, avanguardistico, come possono testimoniare album tipo “Insanology” (2008) o “Protoplasmic” (2009). Per quest’ultimo lavoro viene tirato dentro l’autore Alessandro Ducali, il quale scrive di non conoscere affatto né Jack Kerouac e né altri autori della Beat Generation, accogliendo così la sfida di ricreare ex novo quella che l’autore statunitense stesso definiva prosa spontanea, cioè una sintassi strettamente legata alla musicalità, molto ritmata, che avrebbe influenzato non solo scrittori ma anche cantautori divenuti famosissimi come Bob Dylan. Questo “Degeneration beat” era nato quattordici anni prima con l’intento di ricreare uno stato d’animo tipicamente americano e traslarlo nella realtà del Settentrione italiano, sfruttando esattamente il concetto di grandi spazi che si trovano nel centro-nord degli USA e che hanno a loro volta influenzato Kerouac. Andando di pari passo con l’originale, si dà vita alla medesima poetica jazz di cui parlava lo scrittore a cui viene dedicato questo tributo, con quello che veniva da lui definito uno “stile bebop”. La versione dei brani risulta rimasterizzata e più dinamica, creando una perfetta sinergia tra musica e parole. I due elementi non possono essere scissi e probabilmente sarà per questo che inizialmente non si presterà attenzione a cosa possa aver scritto davvero Ducoli. Il fatto è che per la maggior parte del tempo tutto “suona” decisamente bene e quindi non ci si pone il problema se si tratti o meno di parole scelte per il loro ritmo e che messe una accanto all’altra non formino sempre un senso compiuto. O magari questa è solo la prima impressione, perché comunque si coglie l’ispirazione data dai benefici dell’amore carnale (che secondo Kerouac apriva le porte del paradiso) o la ricerca continua di un luogo capace di colmare finalmente la depressione del vuoto interiore.
Savoldelli canta con molto mestiere, ben sorretto soprattutto dal pianoforte di Federico Trencatti, ma anche dal contrabasso dello storico ospite Ares Tavolazzi degli Area. L’iniziale “Bookmakers’s Story” potrebbe sembrare una bossanova molto jazzata, la cui combinazione di parole e musica porta però alla mente un pezzo come “Saper sentire” degli Arti & Mestieri, fattore ancora più evidente nella versione “grezza” che viene riportata come bonus verso la fine dell’album, risultando in quella veste decisamente più veloce, viva, meno soporifera e ruffiana. Ben altro lo spessore di “Sotterranea part I”, con un bel dispiegamento di fiati, vaghi riferimenti a Demetrio Stratos ed un originale assolo distorto di chitarra, non si sa se ad opera di Andrea Bellicini o di uno dei tanti ospiti. Il pezzo poi confluisce nella parte II, in cui i fiati di cui sopra divengono cori folli e fumosi di una narrazione schizzata, inquietante soprattutto per la sua lucidità. Tra i pezzi da citare c’è anche “Sulla strada”, che sa tanto di quel jazz cantautoriale italiano, tanto retrò e scalcinato, forse per questo così fascinoso. Da ascoltare (piaccia o non piaccia) anche una composizione come “Maladea”, sorta di rap/hip hop in cui l’elettronica forma parte integrante dell’alienazione generazionale. Altra traccia da atmosfere “fumose” – resa tale grazie all’uso della tromba in stile Miles Davis – è “Brian Strike”, con un testo anche qui quasi rappato e dai toni tendenti all’aggressivo. “Punto di Luce” è a tratti parlata, a bassa voce, tra contrabbasso, commenti veloci di chitarra dilaniata, puntate di tromba in stile poliziesco, aperture solari inaspettate e pianoforte che suona incessante. Sarà un caso, ma l’intensa fase di basso presente su “Qui Dentro parte II” sembra una chiara citazione di “Cavern” dei Liquid Liquid. Un pezzo la cui irruenza monta sempre di più, sfociando nei territori dei C.S.I., col basso pulsante, le chitarre distorte e le voci effettate che risuonano come dei mantra in secondo piano. “Gennaio 1971” è il quieto contraltare che chiude l’album, prima delle tre bonus “grezze” di cui abbiamo fatto poco sopra cenno. Da questo punto di vista, anche “Qui dentro part II” suonava già decisamente bene.
Kerouac rifiutò l'ideologia politica che poi invece ostentò la Generazione del Beat, preso com’era nella sua esistenza di "strano, solitario, pazzo, mistico cattolico" – così si autodefiniva – e rigettando anche l’etichetta di scrittore beat. In questo lavoro c’è comunque la ricerca di quell’anticonformismo che finì poi invece per conformare dei veri e propri atteggiamenti sociali, confusi per stili di vita. Diciamo che il lavoro sembra riuscito, risultando anche fin troppo pulito nei suoni, magari meno nitidezza in alcune parti non avrebbe guastato. E poi, visto che spesso all’inizio e alla fine dei brani si sentono delle voci che tanto danno la sensazione di fermento metropolitano, viene da pensare che qua e là non ci sarebbe stata male la chitarra di Vernon Reid. Chissà, potrebbe essere un’idea per il futuro…

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Michele Merenda

BUBU-El eco del sol -Viajero Inmovil -2018 -ITA -Alberto Nucci
BUBU El eco del sol Viajero Inmovil 2018 ITA

Eravamo consapevoli che sarebbe arrivato, dopo l’EP “Resplandor” pubblicato (solo in digitale) nel 2016, alla fine eccolo qui, il nuovo album dei Bubu… o meglio DI Bubu, ovvero Daniel Andreoli, ideatore di questo che è il suo progetto personale in forma di gruppo e in cui si ritaglia ancora una volta il ruolo di compositore ed arrangiatore, con compiti strumentali molto limitati (basso). Un bel po’ di tempo dopo l’uscita del suo unico (finora) album, Andreoli decide quindi di dare un seguito ad “Anabelas”, chiamando attorno a sé un gruppo totalmente nuovo di musicisti (la sola Virginia Maqui Tenconi faceva parte del coro che partecipò alla registrazione di quell’album e in questa nuova esperienza è tastierista e direttrice del coro) e, 40 anni dopo, ecco finalmente il nuovo album a nome Bubu. Dico finalmente perché, come sa chiunque abbia avuto modo di ascoltarlo, “Anabelas” era un vero capolavoro, imprescindibile per qualsiasi appassionato di Prog, possibile ispiratore anche di gruppi come Änglagård. Bubu era ed è ancora una formazione orchestrale che include la classica strumentazione rock cui si uniscono fiati, violini ed un nutrito ensemble corale.
“Resplandor”, come detto, ci aveva dato giusto un piccolo assaggio di tre brani ma “El Eco del Sol”, che peraltro include tutti e tre quei brani, pare riprendere il discorso esattamente dove si era precedentemente interrotto nel 1978. Questo album incarna infatti perfettamente lo spirito di coerenza e continuità con l'eredità di "Anabelas" ma allo stesso tempo aggiunge elementi di rinnovamento all'interno dell'eclettico dinamismo Avant-Prog che è essenziale per i Bubu. Vista la conformazione particolare della band, non c’è fortunatamente l’effetto reunion, quando due o tre componenti della formazione originale di qualche band dei ‘70s si rimette assieme per fornire (la maggior parte delle volte) una pallida immagine di quanto facessero qualche decennio prima. Viene forgiato di nuovo uno splendido mix di musica Prog sinfonica, barocca, cameristica, classicheggiante, jazz… con intrecci e melodie strumentali effervescenti che ovviamente predominano sulle rare parti cantate. La musica tuttavia è riconoscibilmente moderna e solo idealmente legata agli anni ’70 e a quanto veniva proposto allora, con un’ispirazione ancora mutuata dai modelli crimsoniani, gentlegiantiani, zappiani e tutto ciò che è chamber-rock ma sapientemente ed efficacemente visto ed elaborato con una maggior maturità ed una concezione attuale.
Questa volta l’album non è strutturato secondo lunghe e variegate composizioni come il primo album; sono presenti 8 tracce di breve e media durata, quasi tutte strumentali, come si diceva, in cui solo due sono quelle cantate. Il coro funge da strumento aggiuntivo che saltuariamente arricchisce il novero delle soluzioni musicali a disposizione di Andreoli, senza minimamente appesantire il dinamismo della musica. Ad esso è affidato il ruolo di contraddistinguere l’incipit dell’album, quella “Resplandor” i cui toni solenni e maestosi ci avevano già entusiasmato nell’omonimo EP di un anno e mezzo prima. La title-track successiva, la più lunga dell’album coi suoi 9 minuti, è uno dei due pezzi cantati anche se le linee vocali non sono certo asfissianti ed onnipresenti, accompagnando solo i momenti di crescendo strumentale della musica, piacevolmente complessa, dinamica e movimentata, con cambi improvvisi che comunque si susseguono coerentemente. In “Omer”, l’altro brano cantato nonché già presente anch’esso nell’EP, le linee vocali che sono state aggiunte in questa versione non aggiungono molto al risultato e anzi secondo me rallentano un brano che già presenta armonie meno scintillanti e dinamiche degli altri.
Già come aspettative, con l’esperienza d’ascolto dell’EP, quest’album era, già prima di ascoltarlo, tra i candidati più seri, nella mia personale classifica di fine anno, per occupare una delle primissime posizioni. L’ascolto effettivo non fa che confermare queste aspettative e non posso fare a meno di invitarvi caldamente a beneficiare di questo splendido lavoro.

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Alberto Nucci

CORDE OBLIQUE-Back through the liquid mirror -Dark Vinyl Records -2018 -ITA -Peppe Di Spirito
CORDE OBLIQUE Back through the liquid mirror Dark Vinyl Records 2018 ITA

Fin dagli esordi della sua attività, nel 1999, quando scelse di utilizzare il nome Lupercalia, il chitarrista e compositore napoletano Riccardo Prencipe ha cercato una miscela sonora particolare, senza fossilizzarsi su generi precisi puntando su forme musicali “canoniche”. Dal 2005 ha ribattezzato il suo progetto Corde Oblique e si è aperto a numerose collaborazioni con esponenti di spicco della scena dark-gothic. Ma il suo spirito di ricerca gli ha permesso di proseguire per la sua strada, puntando su un processo di contaminazione che rende la sua proposta ricca di personalità. E dopo tredici anni intensi a nome Corde Oblique, ecco la pubblicazione di “Back through the liquid mirror”, un lavoro registrato in un giorno dal vivo in studio in cui vengono rivisitati alcuni cavalli di battaglia, con l’aggiunta di due cover. Avrete già capito da queste righe introduttive che è difficile imbrigliare la musica di Prencipe in confini ben definiti. Il brano che apre il cd, “Arpe di vento”, è già molto indicativo dell’arte di Prencipe: un’apertura acustica con la chitarra in primo piano, sensazioni malinconiche, poi l’entrata in gioco dell’aggraziata voce di Annalisa Madonna, fino all’inserimento della sezione ritmica, che vivacizza il tutto, prima del rallentamento finale, nel quale spicca anche il violino. E’ solo l’inizio di un viaggio sonoro molto elegante, che vede protagonista una musica capace di unire elementi classici e da camera, folk, prog, dark-ambient e persino melodie e ritmi della tradizione partenopea che stravolgono il contesto e che sono stravolte dal contesto. Ogni traccia meriterebbe un approfondimento specifico, ma non ci possiamo prolungare troppo e ci limitiamo a ribadire che la struttura fantasiosa ed arguta dei brani proposti, unita alle finezze di timbri in prevalenza acustici sono i pregi principali di “Back through the liquid mirror”. Certo una menzione speciale per due strumentali, “Papavero e memoria” e “Suono su tela”, che sembrano il risultato di uno strano, ma appassionante mix di Anthony Phillips e Pink Floyd, sulle nostre pagine vogliamo farla. Aggiungiamo che in un disco dalle molteplici sfaccettature vengono mutuate dal progressive soprattutto le caratteristiche relative ai cambiamenti ritmici, alle accelerazioni, all’influenza della musica classica e ai passaggi strumentali a volte prolungati e pronti a variazioni di atmosfera. Dicevamo anche di due cover. Una è “Flying” degli Anathema, proposta in una veste quasi classicheggiante, merito soprattutto del violino; l’altra è la conclusiva “Kaiowas”, tratta addirittura dal repertorio dei Sepultura, che assume una dimensione completamente diversa rispetto all’originale. L’inventiva e la preparazione di Prencipe sono indubbie e questo album, introdotto nei comunicati stampa come una reinterpretazione del repertorio scelto “attraverso lo specchio liquido del presente”, è davvero una bella presentazione del progetto Corde Oblique. Volendo cercare il pelo nell’uovo potremmo dire che si ha l’impressione che forse ci sia stata un po’ troppa fretta e la registrazione immediata, pur dando quel bell’impatto live, ha portato anche ad una produzione con suoni un po’ “chiusi” che non sempre fanno risaltare le belle dinamiche. Resta comunque un lavoro validissimo, non certo il classico cd di cui si legge nelle recensioni di siti dedicati al progressive rock, ma che può trovare estimatori sia tra i seguaci del genere, sia a chi apprezza sonorità raffinate e malinconiche.

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Peppe Di Spirito

LA COSCIENZA DI ZENO-Una vita migliore -AMS Records -2018 -ITA -Valentino Butti
LA COSCIENZA DI ZENO Una vita migliore AMS Records 2018 ITA

Con quattro album in studio (l’ultimo è di recente uscita) ed un live pubblicato alcuni mesi fa, i genovesi de La Coscienza Di Zeno sono ormai un punto di riferimento importante nell’ambito del progressive italiano degli ultimi dieci anni. Qualitativamente sempre al top con qualche piccolo “classico” nel loro repertorio (“Gatto lupesco”, “Acustica felina”, “Sensitività”, “Giovane figlia”, le prime che ricordo…) si ripresentano in quest’ultimo scorcio di 2018 con “Una vita migliore”, album che conferma, ce ne fosse bisogno, la piena maturità artistica della band. Alle solite e solide certezze di sempre e cioè l’affidabile Gabriele Guidi Colombi al basso, l’estroso Stefano Agnini alle tastiere (e da sempre paroliere principale del gruppo; meno in quest’ultimo lavoro), il solido Andrea Orlando alla batteria (ascoltatevi magari anche il suo recente esordio solista…), l’effervescente Luca Scherani anche lui alle tastiere e l’ugola d’oro Alessio Calandriello, si è aggiunto, in punta di piedi, ma già ben inserito, il chitarrista Gianluca Origone che non di rado ha “griffato”, con la sua sei corde, momenti salienti di alcuni brani. Numerosi anche i musicisti-ospiti presenti ad occuparsi di archi, sax, flauti, tromba, oboe, violoncello, voci e… glockenspiel.
“Lobe iste calabu” (una frase senza significato pronunciata, pare dal “bambino” Gabriele Guidi Colombi) apre l’album in modo frizzante e “sfacciato”: trattasi, infatti, di uno strumentale arioso che vede protagonisti ora le chitarre acustiche, gli archi ed i flauti, ora l’ensemble rock con i primi “vagiti” di Origone con la CDZ. Davvero un promettentissimo inizio. Con “Il posto delle fragole” entra in scena la voce di Calandriello: meno “urlatore” che in altre occasioni (nella title track ad esempio) ma sempre con un ottimo “vestito della festa”. Brano in perfetto stile CDZ con le bizzarrie di Scherani, una solida sezione ritmica e con Origone che non passa inosservato con pregevoli interventi alla chitarra elettrica. Splendido il finale “intimista” per piano e voce.
“Danza ferma” ci mostra altre influenze come se il menestrello Branduardi incontrasse il prog sinfonico od il prog sinfonico che incontra Branduardi… come preferite. Ottimo brano con chiari rimandi folk. Ancora Origone protagonista nelle prime battute di “Mordo la lingua” ed anche di qualche bel “solo” lungo i sei minuti del brano. Soliti svolazzi di tastiere, ottima la ritmica e la voce, ma qualche perplessità dal punto di vista melodico, come se il pezzo mancasse di qualcosa. Si ritorna prontamente in quota con “L’aspettativa del bimbo scuro”. Sax, violini e clarinetto assecondano le tastiere, notevole il crescendo ritmico nella seconda parte del brano, eccessivamente “verbose” e poco “cantabili” le liriche. La title track è la più lunga dell’album con i suoi oltre dodici minuti ed è anche quella in cui le corde vocali di Calandriello sono messe più a dura prova. Pur cavandosela, al solito, egregiamente, anche questa traccia è liricamente troppo abbondante e l’ascolto risulta piuttosto pesante. Per fortuna i numerosi inserti strumentali di valore contribuiscono ad alleggerire non poco la fruizione. La barocca “Vico del giglio”, breve (neanche tre minuti) strumentale che profuma tanto tanto di Banco chiude in bellezza la raccolta.
Un album di valore, è fuor di dubbio. Rimane qualche perplessità per i tre titoli citati, eccessivamente “carichi”, ma anche la certezza che il trittico iniziale (“Lube iste calabu”, “Il posto delle fragole” e “Danza ferma”) presto entrerà a far parte dei classici della band. Comunque sia la “Coscienza” non tradisce. Mai.

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Valentino Butti

DAVID CROSS / DAVID JACKSON-Another day -Cherry Red Records -2018 -UK -Francesco Inglima
DAVID CROSS / DAVID JACKSON Another day Cherry Red Records 2018 UK

Non hanno ovviamente bisogno di presentazioni, David Cross e David Jackson sono due mostri sacri del prog anni ‘70. Tutti conosciamo le loro avventure rispettivamente con King Crimson e Van Der Graaf Generator. Forse un po’ meno conosciamo le loro carriere solistiche, tutt’altro che trascurabili.
Di David Cross ricordiamo in particolare quel piccolo gioiellino che è “Exiles” del 1995, ma un po’ tutta la sua discografia si è mantenuta su livelli accettabili. Di David Jackson al di là delle innumerevoli collaborazioni, possiamo senz’altro apprezzare lo spinoff vandergraaffiano dei Long Hello.
Inoltre, come precondizione all’ascolto, c’è da ricordare che il violinista Cross nella sua militanza crimsoniana andò a sostituire il sassofonista Mel Collins, mentre il buon Jackson fu sostituito dal violinista Graham Smith all’interno dei Van Der Graaf. Coincidenza particolare, che ci deve però far riflettere sul fatto che abbinare all’interno dello stesso gruppo un sax e un violino non è la cosa più immediata del mondo. Sono entrambi due strumenti solisti che amano prendersi la scena e la cui tonalità fanno fatica ad amalgamarsi senza pestarsi i piedi. Consci di ciò siamo consapevoli che la sfida lanciata da questi simpatici vecchietti è tutt’altro che banale.
Per riuscire nel loro intento hanno evitato di inserire all’interno della loro band altri strumenti dominanti, come la chitarra, che potessero pestargli i piedi e le stesse tastiere suonate da entrambi sono usate con parsimonia e come semplice sfondo sonoro per le evoluzioni dei due strumenti solisti. Si sono quindi limitati ad una semplice ma efficace formazione a 4, dove oltre a loro due sono presenti il bassista Mick Paul e il batterista Craig Blundellentrambi già membri della David Cross Band.
Il disco punta tutto sulla classe e il mestieri dei due David, che, da veterani di tante “battaglie”, sanno alla perfezione quali sono le sonorità che maggiormente impattano la nostalgia dei loro ascoltatori. Sin dal riff di apertura del primo brano “Predator” si capisce che ovviamente sia Van Der Graaf che i King Crimson di “Larks Tongues in Aspic” la faranno da padrone in questo album. Tuttavia c’è dell’altro: tanta fusion, atmosfere elettroniche e in generale l’album è abbastanza in linea con la produzione solistica di David Cross. Tutti i brani lasciano piena libertà ai due solisti, basati sempre su improvvisazioni iniziali che vengono poi codificate all’interno di una struttura definita, riuscendo così a dare un mood diverso ad ogni brano. Si spazia, spesso anche all’interno della stessa canzone, da momenti più frenetici e selvaggi come appunto in “Predator”, “Last Ride” e “Come Again”, ad altri più melodici come in “Going Nowhere”, “Arrival” e “Millennium Toll”.
La produzione, a cura del figlio di David Jackson, non convince pienamente, troppo precisina e un po’ piatta che, specialmente nei brani più selvaggi, non rende giustizia al sound viscerale della coppia, mentre in quelli più soft rende il tutto un po’ troppo plasticoso. Stesso discorso potrebbe farsi anche sull’artwork un po’ troppo new age.
Che dire infine… i due David ci sanno certamente fare, il loro mestiere è fuori discussione, indubbiamente il disco è suonato molto bene e in alcuni passaggi manderà in brodo di giuggiole i vecchi (e forse anche i nuovi) appassionati prog. Tuttavia non sono ancora pienamente convinto che siano riusciti nel loro intento iniziale e mi rimane il dubbio che violino e sax non si sposino alla perfezione. Comunque alla fine poco importa, è sempre un piacere ritrovare due vecchie conoscenze che hanno ancora voglia di divertirsi e facci divertire.

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Francesco Inglima

EVERSHIP-Evership II -Atkinsong -2018 -USA -Valentino Butti
EVERSHIP Evership II Atkinsong 2018 USA

Autori di un promettente esordio nel 2016 con l’album omonimo, la creatura di Shane Atkinson (tastiere, batteria, voce) si ripropone con (evviva la fantasia…) “Evership II”. La line up ha subito nel frattempo qualche ritocco e ora ad accompagnare Shane ci sono, oltre al cantante Beau West ed al chitarrista James Atkinson, John Rose (chitarre) e Ben Young (basso), qualche altro ospite e ad un’orchestra di 5 elementi. Splendida ed un po’ inquietante la copertina ad opera dell’artista Philip Willis.
Come per il precedente album le composizione sono opera di Shane Atkinson. Cinque i brani che costituiscono la raccolta con la lunga suite, 28 minuti, a chiudere il lavoro. Un prog-rock, quello del gruppo a stelle e strisce, che ha sposato il pomp made in USA (Styx in primis…) con i “germi” sinfonici instillati dagli Yes, anche se in versione semplificata ed “americanizzata”, oltre a qualche sprazzo della coralità Queen. Il tutto si concretizza già nel primo pezzo, “The Serious Room”, melodica, dalle sonorità pimpanti e con un bel refrain radiofonico. “Monomyth” è ancora più dura soprattutto nel tellurico inizio con basso e batteria davvero prepotenti ben coadiuvati dal vocalist West. Un “solo” di synth introduce il solito ritornello vincente anche se il meglio è rappresentato dall’intermezzo strumentale che precede la fase acustica perfettamente ripresa dal cantato di West. Il finale è epico-sinfonico DOC. “Real Or Imagined” inizia come una ballad acustica e rimane tale per circa tre minuti, quando un riff deciso dell’elettrica ne fa aumentare i decibel sino alla sua conclusione. “Wanderer” si mantiene sui buoni standard qualitativi sin qui mostrati: inizio pirotecnico con le tastiere a menare le danze prima che faccia capolino la voce del cantante che dimostra una volta di più la sua versatilità, ora fine cesellatore, ora rocker di razza anche all’interno del medesimo brano. E’ la volta di “Isle of the broken tree”, suite croce e delizia di ogni prog fan o quasi: epica, sinfonica, auto indulgente a tratti, melodica, heavy, tronfia… insomma di tutto un po’. Un brano che cavalca l’enfasi vocale dei Queen, l’epicità dei migliori Styx e qualche, inevitabile, lungaggine.
L’album comunque conferma le buone impressioni dell’esordio: frizzante, sufficientemente mainstream, ma anche articolato e da ascoltare con attenzione. Per gli amanti del prog americano sia d’annata che di oggi (Mystery, Enchant…).

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Valentino Butti

FLOR DE LOTO-Eclipse -Melodic Revolution Records -2018 -PER -Alberto Nucci
FLOR DE LOTO Eclipse Melodic Revolution Records 2018 PER

Parlare dell’ottavo album in studio dei Flor De Loto mi impone di partire dal passato, guardandolo con inevitabile nostalgia. Era il 2005 quando venne pubblicato il primo splendido album, omonimo, di questo gruppo dal Perù, disco che catturava inevitabilmente l’attenzione in prima istanza per la particolare provenienza del gruppo, ma anche e, a conti fatti, soprattutto per le sue qualità: un delizioso Prog sinfonico con largo utilizzo di strumenti a fiato, sia standard che etnici, le tastiere erano praticamente assenti ma sinceramente non se ne sentiva più di tanto il bisogno, tanto era gentile e graziosa già così la musica proposta. I due o 3 album successivi, più o meno, mantennero gli standard e le caratteristiche di quell’esordio anche se si avvertiva che qualcosa stava lentamente cambiando. Innanzi tutto, dal terzo lavoro in poi, il gruppo non ha mai mantenuto per due album di seguito la stessa formazione. La presenza costante di Alonso Herrera (chitarra e voce) e Alejandro Jarrín (basso) vedeva il rutilante alternarsi, accanto a loro, di musicisti sempre diversi. Inoltre la musica stava andando via via indurendosi per fare poi definitivamente il suo ingresso nel filone folk-metal, sempre con utilizzo di fiati di vario tipo, con l’ingresso anche delle tastiere, ma soprattutto con una ritmica e delle tonalità che si facevano decisamente frenetiche e spesso anche decisamente heavy.
Questo nuovo lavoro, alla voce fiati, vede l’ingresso nel gruppo di Sergio ‘Checho’ Cuadros col suo flauto andino (quena); alle tastiere stavolta c’è Gabriel Iwasaki mentre le pelli vengono percosse in modo indiavolato da Alvaro Escobar, già presente lui anche nei precedenti due album. In questa formazione non c’è, a differenza dei lavori passati, un secondo chitarrista, lasciando a Herrera l’uso esclusivo dello strumento.
Il disco inizia con una sorta di medley di due cover, brano che il gruppo propone dal vivo già da un po’, ovvero “El Condor Pasa”, brano tradizionale peruviano ripreso negli anni da numerosi artisti internazionali, cui va a legarsi “Locomotive”, versione personalizzata di “Locomotive Breath”. Questo medley viene riproposto anche in chiusura in una versione dal vivo eseguita al RoSFEST.
Dopo questo avvio inizia l’album vero e proprio. Il folk-Prog-metal del gruppo è di qualità, non fraintendete i miei rimpianti d’inizio articolo. Se prendiamo la band di quest’album (e dei 3-4 precedenti) per quello che è, non per quello che un tempo era, possiamo senza dubbio goderci queste 9 canzoni energiche, ben suonate, sempre caratterizzate da parti di flauto, e comunque non prive di momenti di pausa in cui le atmosfere si aprono momentaneamente. Passiamo quindi spesso da atmosfere alla Iron Maiden o Symphony X a qualcosa di più simile ai Camel. Non è negativo e il risultato non è da sottovalutare, alla fine se non si hanno idiosincrasie per sonorità pesanti possiamo decisamente apprezzare questo che, a conti fatti, è comunque un bel disco.

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Alberto Nucci

FORGAS BAND PHENOMENA-L’oreille électrique -Cuneiform Records -2018 -FRA -Jessica Attene
FORGAS BAND PHENOMENA L’oreille électrique Cuneiform Records 2018 FRA

Se un giorno dovesse spuntare sullo skyline parigino la silhouette di una grossa ruota panoramica di ferro penserei senza esitazione che è stata finanziata da Patrick Forgas: il celebre batterista dall’anima Canterburyana la ha trasformata in una vera e propria icona che ricorre in molti dei suoi album e che anche questa volta fa bella mostra di sé in copertina, raffigurata come fosse una cortina di Tesla da cui si dipana un grosso fulmine che galvanizza un orecchio collocato in primo piano. L’orecchio potrebbe essere proprio quello di Forgas dal momento che l’oreille électrique del titolo non solo è una specie di omaggio a “Camembert Électrique” ma allude anche ad un attacco di neurite vestibolare che colpì il musicista nel 2014 e che lo costrinse a cancellare molti concerti.
Con qualche piccola variazione la corrente line-up sopravvive ormai quasi intatta dal 2008 anche se da allora, a parte questo di cui parliamo, sono stati realizzati due soli album. Un nuovo chitarrista, Pierre Schmidt, si unì al gruppo nel 2012 e più recentemente ecco a sostituire Kengo Mochizuki, tornato a vivere in Giappone, l’esperto bassista Gérard Prévost che nel 1977 suonò proprio con Forgas nell’album “Cocktail”. Il gruppo, come al solito diretto e coordinato dal suo leader, che rimane l’unico compositore ed arrangiatore di tutto ciò che abbiamo il piacere di ascoltare, ha quindi avuto modo di suonare molto assieme, raggiungendo un affiatamento tale che ogni singolo passaggio di questo album sembra prodotto dai minuti meccanismi di una macchina di altissima precisione.
L’album si compone di 5 lunghe tracce che oscillano dai 9 ai 12 minuti circa e che potrebbero essere a tutti gli effetti delle mini suite strumentali. Già da qui si intuisce che avremo a che fare con una proposta impegnativa ma a questo i fan della Forgas band sono ormai abituati. Lo stile non è una novità: si tratta di uno jazz rock dalle fragranze Canterburyane, con numerosi omaggi a Soft Machine, Gong e Hatfield And The North, suonato con spietata precisione e scandito da un’azione ritmica della batteria elaborata con estrema raffinatezza secondo schemi complessi ma incredibilmente regolari nella metrica e costanti nel tocco. Non siamo a livelli di gelo emotivo come quello che caratterizzava “L'Axe Du Fou” (2009) ma a mio giudizio voliamo su quote leggermente inferiori rispetto al precedente “Acte V”, risalente ormai a 6 anni fa, ma siamo anche ben lontani da “Soleil 12” (2005), album particolarissimo perché registrato dal vivo e forse proprio per questo oltremodo coinvolgente.
La partenza è affidata a “Délice Karmâ”, brano che parte da molto lontano perché pensato già ai tempi di “Synchronicité” (2002), album appartenente alla produzione da solista di Forgas. Della prima stesura in realtà sopravvive solo la parte introduttiva che ha resistito ai numerosi rimaneggiamenti successivi ed il risultato è comunque perfettamente in armonia col resto del disco. Siamo soltanto su livelli un tantino più elettrici, con un impatto che forse appare un po’ immediato ma che rappresenta il primo passo di un percorso in continua ascesa con il passare delle tracce. Ancora un volta il violino di Karolina Mlodecka rappresenta spesso il fuoco melodico della musica e attorno a lui ruotano i fiati di Sébastien Trognon (sax alto, tenore e soprano e flauto) e di Dimitri Alexaline (tromba, trombone e flicorno) che dipingono scenari suggestivi e dalle colorazioni interessanti. Il cuore elettrico di tutto l’album, e di questo pezzo in particolare, è invece rappresentato dalla sei corde di Pierre Schmidt, artefice di lunghi assoli, snocciolati con precisione e velocità senza appesantire la struttura di brani che si dimostrano costantemente agili, misurati, eleganti e finemente cesellati. Il titolo “Pierre Angulaire” della traccia di chiusura è proprio un omaggio a Schmidt che indica il suo importante ruolo nell’intelaiatura di composizioni ricche di dettagli. Non si tratta comunque di un pezzo chitarristico, come giustamente potreste pensare, ma la chitarra entra sempre in un processo musicale complesso e corale in cui ogni musicista sa ritagliarsi il suo ruolo senza sopraffare gli altri, incluso il tastierista Igor Brover che è l’unico che non ho ancora citato e che proprio in questo brano intesse un arazzo duttile e scintillante col suo caldo piano elettrico, non lesinando all’occorrenza assoli di ispirazione jazz.
Ogni particolare di questo disco ha riferimenti ben precisi che vengono spiegati nelle note di copertina ed è così che “Septième Ciel”, siano tornati indietro alla seconda traccia, è il nome dello studio dove la line-up più vicina a quella attuale si riunì per la prima volta per registrare. Questo brano in particolare gode di delicate aperture melodiche con momenti molto poetici e stuzzicanti aperture jazz. Abbiamo già spiegato il significato della title track mentre “Crème Anglaise” si riferisce invece a una varietà inglese di crema pasticciera di cui Annie, compagna di Forgas da almeno 30 anni, è particolarmente ghiotta.
Sicuramente questo nuovo album farà piacere agli estimatori del gruppo che assaporeranno un’opera di buon livello e suonata con grande tecnica ma personalmente devo ammettere che questa musica, bella e chirurgica, non ha colpito le mie orecchie con la scossa che la copertina sembrava promettere ma le ha attraversate spesso e volentieri senza fare nemmeno il solletico, lasciando tracce emotive assai poco persistenti. Solo con l’impegno di ascolti successivi sono riuscita ad apprezzarla al meglio cogliendone le tante sfumature ma il problema è proprio quello, la mancanza di qualcosa che parli direttamente all’anima dell’ascoltatore più che al suo cervello. Può darsi che per voi non sia così, vi invito quindi a provare di persona dal momento che questo album è, nel bene e nel male, uno dei migliori dell’anno.

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Jessica Attene

OLD ROCK CITY ORCHESTRA-The magic park of dark roses -Avanguardia Convention -2018 -ITA -Valentino Butti
OLD ROCK CITY ORCHESTRA The magic park of dark roses Avanguardia Convention 2018 ITA

Terzo album in studio per il power trio umbro degli Old Rock City Orchestra dopo il convincente “Back To Earth”, datato 2015. Cinzia Catalucci (voce, tastiere, percussioni), Raffaele Spanetta (chitarre, basso, voce e tastiere) e Michele Capriolo (batteria e percussioni) formano la line up di “The magic park of dark roses”, con il contributo di Laurence Cocchiara (violino in un paio di brani) e di Chiara Dragoni (flauto in “Visions”).
Copertina e libretto (con liriche annesse) decisamente dark sono il biglietto da visita di questo concept dove alchimia e simbolismi sono alla base del viaggio allegorico del protagonista. Uno hard blues roccioso, quello del trio di Orvieto, che entra subito in circolo e non abbandona più l’ascoltatore, ma anche molto altro come andremo a raccontare. Le radici musicali sono decisamente vintage, le ritmiche talvolta ipnotiche e “deviate”, oscure e spettrali che la voce di Cinzia sa rendere ancora più coinvolgenti (in alcuni pezzi il cantato è di Spanetta, invece).
Partenza subito lanciata con la title track che toglie immediatamente ogni minimo dubbio: dinamica ma cupa, graffiante ma anche carezzevole e quel cantato a squarciare le tenebre. Inizio migliore non poteva esserci per entrare nel cuore dell’album. Presaga di arcani misteri è la granitica “The fall”, sabbathiana e tenebrosa, che la voce della Catalucci interpreta con grande trasporto emotivo. Da ascoltare al buio, in una notte buia e tempestosa… Con “Visions” si cambia registro con il flauto ed il violino a duettare e a rendere meno opprimente l’atmosfera che a tratti sfiora le malìe folk. La seducente “A night in the forest (ben cantata da Spanetta) anticipa “The coachman”, di chiara ascendenza Heep (periodo “Salisbury”). Tastiere protagoniste in “A spell of heart and soul entwined”, la più sinfonica delle dieci tracce dell’album con, inoltre, un gran lavoro ritmico e con le voci che paiono arrivare da un altro mondo… misterioso. “Thinkin’ ‘bout fantasy” è un botta e risposta continuo tra chitarre e tastiere mentre “Soul blues” è un solido hard… blues neanche a dirlo. Chiusura affidata a “Golden dawn”, splendida cavalcata interamente strumentale (che riprende temi ascoltati in brani precedenti) e splendida ciliegina su una “torta” di qualità davvero elevata.
Un rock sanguigno che sa essere pure raffinato ed attento al minimo particolare. Insomma: tra le migliori uscite discografiche italiane dell’anno.

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Valentino Butti

OTEME-Il corpo nel sogno -Ma.Ra.Cash Records -2018 -ITA -Peppe Di Spirito
OTEME Il corpo nel sogno Ma.Ra.Cash Records 2018 ITA

Nelle note di copertina di questo disco, così come nei comunicati stampa di presentazione, si fa esplicito riferimento a Stravinskij, Messiaen, Fieldman, Bob Dylan, Lucio Battisti, Pasquale Panella, Sun Ra, Stockhausen, le avanguardie del Novecento, il Rock in Opposition, il drum ‘n’ bass, la canzone d’autore e altro ancora. Un quadro a prima vista un po’ confuso, ma d’altronde, considerando il diverso e variegato background degli otto musicisti coinvolti nel progetto Oteme (Osservatorio delle Terre Emerse), era del tutto inevitabile che le influenze e gli obiettivi fossero disparati, apparentemente in contrasto e mescolati insieme. “Il corpo e il sogno”, terzo lavoro di questo ensemble, è stato composto nel giro di due anni da Stefano Giannotti, che potremmo quindi individuare come il deus ex machina del gruppo. Ma il lavoro di insieme si avverte e come! Sono tantissime le sfumature di questo album i cui ingredienti, come accennato, sono gustosi e vari. Il risultato è un prodotto altrettanto ricco e difficile da inquadrare, anzi, direi impossibile da definire tra confini di genere come si è solitamente abituati a fare. Già l’opener “Rubidor #1”, con ritmi drum ‘n’ bass, canto recitato, armonie vocali stravaganti e suoni bizzarri è una curiosa presentazione. Vogliamo scomodare il Picchio dal Pozzo o gli Henry Cow per rimanere in territori a noi consoni? No, non è abbastanza… E allora proseguiamo l’ascolto e incontriamo la title-track aperta da delicate note di arpa. Si vira verso il cantautorato, ma quello “colto”, come si dice solitamente. E in queste battute iniziali del disco è subito chiaro che la voce profonda di Giannotti declama testi surreali, con frasi che sembrano slegate tra di loro e che pure hanno un fascino ed un impatto immediati. Incontriamo poi la scuola di Canterbury contaminata da un pizzico di elettronica e da ritmi esotici (africani? Orientali? Boh…) in “Negibor”, il breve strumentale “Blu marrone”, chamber rock inquieto e cerebrale (qualcuno ha detto “Art Zoyd”?) e nuovi elementi cantautorali che si confrontano con uno scenario musicale più ricercato con “Sonno invisibile (Bolero terzo)”. Come se non bastasse si giunge a “Strippale”, uno strumentale assurdo nato per uno strip tease, con ritmi nuovamente elettronici e una chitarra un po’ blues e un po’ jazz supportata da fiati notturni, seguita da “Un paradiso con il mal di testa”, altro pezzo da equilibri curiosi tra spunti melodici, inserti strumentali giocosi ed ancora elettronica. Viene poi il piatto forte, con le tre parti di “Nascita dei fiori (1989/1996/2017)”. Qui gli Oteme osano ancora di più e il loro spirito avanguardistico viene fuori per bene: rumori, cigolii, voci distorte appena percepibili, atmosfere a tratti tenebrose, senso di inquietudine, melodie sghembe, attimi che sembrano rievocare quelle pennellate strumentali nella “Moonchild” crimsoniana così come la musica concreta ed una terza parte magnifica dove lo spirito del Maestro Frank Zappa è ben avvertibile. Potrebbe essere una conclusione da apoteosi, ma ci sono altre due tracce da ascoltare: “Orfeo e Moira”, canzone vagamente jazz in cui risaltano di nuovo le armonie vocali e “Rubidor #2”, gemella dell’incipit, che va a chiudere il cd con un ballabile chill out, trattato ovviamente come sanno fare i musicisti coinvolti. Al terzo disco, gli Oteme si confermano come una band fuori dal comune, rendendo più accessibili le avanguardie prog e più complessa l’immediatezza della canzone d’autore. Non è una novità, non è da tutti, non è per tutti.

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Peppe Di Spirito

PROGATOM-Spiral -Mjelva Musikk -2018 -NOR -Alberto Nucci
PROGATOM Spiral Mjelva Musikk 2018 NOR

I Pictorial Wand erano una band norvegese autrice di due album di discrete fattura; i loro ultimi segnali di vita risalgono al 2009, dopo di che si presume siano arrivati allo scioglimento, anche se in realtà erano più un progetto “aperto” guidato dal chitarrista Mattis Sørum che ne rappresentava il deus ex machina. Alcuni componenti della formazione che ha partecipato al secondo e ultimo album, guidati dallo stesso Sørum, li ritroviamo in questo nuovo gruppo il cui nome denota la volontà di ripercorrere senza esitazioni i sentieri del Prog. Questo “Spiral” è il loro secondo album, dopo la pubblicazione di “Sagittarius A” nel 2015, anch’esso per una piccola etichetta discografica che immagino faccia capo al bassista della band Åsmund Mjelva.
L’album, che si compone di 8 tracce, presenta connotati musicali abbastanza simili a quelli del gruppo originario, ossia quelli di un Prog melodico abbastanza scorrevole e melodico, senza grossi guizzi ma con armonie anche deliziose, leggere, talvolta un po’ malinconiche ma raramente cupe e, anzi, spesso ariose ed affabili. La maggior parte dei brani ha una durata media (tra i 6 e i 10 minuti), cosa che consente loro di svilupparsi in maniera compiuta per un brano dalle tendenze Prog sinfoniche, con parti cantate melodiche (in lingua norvegese) che si susseguono senza premura all’assolo di chitarra o alla parte strumentale d’effetto, mantenendo un approccio accessibile, con poche ma mirate impennate ritmiche ed umorali.
Il risultato alla fine è piacevole, inutile negarlo; tutto è molto equilibrato ma non monotono. Non mancano digressioni contaminate dal folk, come nello strumentale “Sirkel”, uno dei due brani al di sotto dei 5 minuti, o sincopati accenni funky-rock nella lunga “Homo Digitalis” la quale nel finale acquisisce connotati di un tenue Prog-blues, ricordandomi qualcosa dei Flower Kings. Proprio la band di Stolt, adesso che ci faccio caso, pare essere uno dei riferimenti (oppure chiamiamole solo somiglianze… più o meno volontarie, ovviamente) più azzeccati da accostare alla musica di questa band, almeno in parte, pur con un minor ricorso alle magniloquenti ed estese armonie degli svedesi.
Benché il gruppo non brilli eccessivamente in quanto a personalità, l’album è sufficientemente gradevole e riesce a scorrere via senza scivolare in modo troppo anonimo. Di certo non si tratta di un ascolto troppo impegnativo, ma non sempre questo può rappresentare un difetto.

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Alberto Nucci

PYMLICO-Nightscape -Apollon Records -2018 -NOR -Alberto Nucci
PYMLICO Nightscape Apollon Records 2018 NOR

Il quinto album di questo combo strumentale norvegese giunge, come previsto, a non molta distanza dal precedente, confermando quanto di buono ci eravamo trovati a scrivere su di quello e rafforzando l’impressione di un gruppo in costante crescita. A livello generale pare che la proposta musicale sia sempre la stessa: un Prog strumentale, come detto, parzialmente avvicinabile a certe cose dei Camel, con un set di musicisti (tra membri effettivi ed ospiti) allargato che consente una varietà di suoni e soluzioni musicali piuttosto ampio e tra i quali fa la sua comparsa il flauto di Ketil Vestrum Einarsen, il cui numero di partecipazioni ad album di Prog ha ormai raggiunto un numero notevole.
La struttura dell’album è ancora la stessa, con 7 brani non di lunga durata in cui l’episodio più esteso supera di poco gli 8 minuti, per un totale di appena 40, ideale per la ormai consueta stampa su vinile. Si tratta di composizioni caratterizzate da un buon connubio tra Prog melodico e sonorità jazz-rock/funky, con un bel sax melodico che si fa sentire in gran parte di esse e le chitarre (tre sono i chitarristi) che comunque sono ben presenti con riff, arpeggi ed assoli che cesellano una musica dalle atmosfere e ritmiche brillanti.
La prima parte dei brani (il lato A dell’album) non presenta segni caratteristici che particolarmente si discostino da una continuità abbastanza standard, con parti jazz-rock e funky che si susseguono con pochi traumi, innestandosi nella struttura sinfonica e melodica sopra descritta. Proprio il brano più lungo “Ghost Notes” invece si distingue un po’ dal resto per la notevole unione di momenti di hard Prog, con le chitarre più pesanti reperibili in tutto l’album, con divagazioni funky ed aperture sinfoniche. La successiva “Road Movie” presenta, unico episodio, delle parti vocali che tuttavia si riducono a dei cori vocalizzati che fungono da strumento aggiuntivo nell’ambito di un bel brano dalle caratteristiche cinematiche; caratteristiche che troviamo in parte anche nel brano di chiusura “Silver Arrow”.
Così com’era successo nel precedente lavoro, anche questo “Nightscape” si presenta qualitativamente in crescendo, come se la band volesse fare un po’ di riscaldamento prima di proporci i propri momenti migliori. Apprezziamo il pensiero e ci troviamo a dover parlare ancora di un album piacevole del cui ascolto rimaniamo certamente soddisfatti.

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Alberto Nucci

SALUKI-Amazing games -Apollon Records -2018 -NOR -Jessica Attene
SALUKI Amazing games Apollon Records 2018 NOR

Un pezzo forte del catalogo della Compendium, etichetta discografica specializzata in Prog e Jazz ben nota ai collezionisti, nonché primo negozio di dischi alternativi in Norvegia, era sicuramente rappresentato dall'eponimo album di esordio dei Saluki che vide la luce nel 1977 e che riluceva per la sua ammiccante miscela di jazz e prog dalle vistose inflessioni funky. Un elemento di sicuro interesse era dato dalla presenza di Freddy Dahl, cantante e chitarrista noto per aver militato nei più famosi Junipher Greene, Ruphus e George Keller Band. Il gruppo era poi completato da validi elementi che erano Peter Berg Nilsen (ora noto come Alois Symington) alla voce e alle percussioni, Sverre Beyer (che risponde attualmente al nome di Ginn Jahr) al basso e alla voce, Kjell Rønningen alle tastiere e alla voce e Finn Sletten alla batteria, che verrà comunque presto sostituito da Bjørn Jenssen. L'occasione per farsi notare giunse nel 1976 quando il gruppo fu invitato a sostituire Terje Rypdal allo Slottsfjell festival. Fu proprio allora che venne tirato fuori il nome Saluki, come la razza dei cani posseduti dal batterista che erano spesso un rumoroso elemento di disturbo per l’attività della band.
Il contratto con la Compendium arrivò dopo l'esibizione al festival e la registrazione dell'esordio, uscito il 30 Marzo del 1977, fu portata a termine in appena un paio di settimane. Fra gli ospiti è sicuramente da segnalare Sylvi Lillegaard dei Ruphus alla voce. Altra curiosità è poi rappresentata da una splendida e vivace versione di ”Take the road across the bridge”, un pezzo che Dahl scrisse per i Junipher Greene e che compare sul celebre “Friendship” del 1971. Nell’estate del 1977 era già pronto un nuovo album che però non fu mai pubblicato perché la Compendium nel frattempo fallì e ne conseguì oltretutto lo scioglimento della band con Rønningen e Jenssen che confluirono nei Ruphus.
Il 2017 è l’anno del ritorno dei Saluki che si riuniscono quasi al completo per festeggiare i quaranta anni dalla pubblicazione del loro esordio ricominciando a suonare insieme. L’album eponimo è stato rimasterizzato e ristampato per l’occasione mentre i nastri del secondo LP che mai videro la luce rappresentano ancora un conto aperto col destino che non viene completamente saldato neanche questa volta dal momento che questo “Amazing Games” è stato registrato tutto da capo nella primavera del 2018 ed alcuni pezzi sono stati oltretutto sostituiti con altri brani non inclusi nel disco originale ma provenienti comunque dal repertorio del 1977.
La nuova formazione vede la partecipazione di Trond Tufte, entrato come chitarrista aggiuntivo, e di Gunnar Berg-Nielsen alla batteria a sostituire il veterano Bjørn Jenssen. La registrazione è avvenuta dal vivo in studio con tecniche analoghe a quelle utilizzate negli anni Settanta ed il sound appare anche per questo gradevolmente vintage ed effettivamente mi ci è voluto un po’ prima di capire che non si tratta di roba originale del periodo ma di un rifacimento in piena regola. Il mix fra rock, funk e psichedelia con decise venature sinfoniche è qualcosa che potrebbe collocarsi benissimo sul finire dei Settanta e agli albori degli Ottanta.
Il nuovo album si dimostra un surrogato convincente di quello che poteva essere il gruppo al suo apice creativo rendendoci l’immagine di un’opera leggermente inferiore rispetto al debutto ma di impatto assai piacevole ed interpretata con genuinità e maestria. “Top of the World” parte con le chitarre in prima linea che lasciano presto campo ad un cantato ammiccante, contrappuntato da cori sgargianti e da tastiere lanciate sostenute da un basso in piena evidenza. Melodia, suoni bombastici, cantabilità, aria di festa ed esplosioni funky sono gli ingredienti di questo mix demodé con atmosfere ricostruite ad arte e che sembrano autentiche. La title track parte come una ballad dilatata e melodica che ricorda un po’ i Junipher Greene e che ha instillata un po’ della magia degli Yes per virare verso qualcosa di altrettanto melodico ma di festaiolo e disimpegnato. Talvolta i sentori sono quasi quelli della disco dance, come si può percepire in “Visions in your Mind”, ambito in cui il gruppo però non precipita miscelando molto bene gli ingredienti e mantenendosi perfettamente in bilico fra orecchiabilità, voglia di ballare e sofisticatezza con elementi che fanno volare il pensiero a Blood, Sweat & Tears e Chicago. I fiati vengono usati con più parsimonia mentre l’aggiunta di un chitarrista a pieno titolo viene adeguatamente sfruttata attraverso l’inserimento di assoli.
Fra gli episodi più deboli colloco la centrale “Be Here Now” che tarda molto a decollare e che sfocia verso qualcosa di simile ai Supertramp. “Universal Seed” suona molto come degli Earth, Wind & Fire deprivati dei fiati e risolleva leggermente la media rispetto al brano appena trascorso, con allegre iniezioni di Hammond e abbellimenti chitarristici. “Open Your Eyes” presenta invece un groove più ruvido ed intenso e un’anima più rocciosa seppure stemperata dai soliti cori. “I Sit Beside the Fire” è il pezzo conclusivo e ci riporta su tonalità ovattate e suadenti, talvolta con inserti sinfonici che sfiorano gli Yes e scivola con facilità verso la conclusione di un album che potrebbe essere considerato come una specie di falso storico, ben fatto ma a cui avrei preferito in ogni caso un’operazione autentica di recupero.
Non si può avere tutto ed è comunque apprezzabile l’impegno di musicisti che hanno conservato intatto il loro smalto. Senza alcuna riserva consiglio invece l’acquisto della ristampa dell’eponimo album che rimane un documento valido ed interessante del prog norvegese.

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Jessica Attene

SEASONS OF TIME-Welcome to the unknown -autoprod. -2018 -GER -Alberto Nucci
SEASONS OF TIME Welcome to the unknown autoprod. 2018 GER

Il primo album (“Behind the Mirror”) di questa band di Brema risale al 1997, dopo di che c’è stato un primo scioglimento, fino al 2014, anno in cui è stato pubblicato “Closed Doors To Open Plains”, album in cui solo due membri della line-up precedente erano ancora presenti. In questo terzo lavoro è rimasto il solo Dirk Berger (basso, tastiere, voce) dei membri fondatori a fare un po’ da fac-totum, accompagnato da Florian Wenzel (già presente nell’album precedente) alle chitarre e Julian Hielscher alla batteria.
La musica della band è orientata decisamente sul Progressive sinfonico, con sonorità neo-Prog un po’ fredde (caratteristica molto comune nelle band tedesche similari) ma con composizioni moderatamente lunghe ed articolate che spaziano su ritmiche talvolta sostenute ma atmosfere spesso ampie o comunque non particolarmente complesse e stimolanti. La presa in carico di tutte le parti vocali da parte di Berger, precedentemente appannaggio di Malte Twarloh, non è completamente soddisfacente, vista la timbrica della sua voce, sinceramente troppo spigolosa e sforzata, tralasciando la pronuncia inglese molto teutonica (che ci sta e, di per sé, non infastidisce); d’altra parte anche la soluzione precedente lasciava un po’ a desiderare, essendo sempre state le parti vocali il punto più debole di quanto propostoci dalla band.
L’album, che in teoria è un concept in cui ci viene suggerito di porre maggiore attenzione alle cose più importanti e basilari della vita, è composto da 6 canzoni, solo due della quali al di sotto dei 7 minuti. Su tutte spiccano i 14 minuti e mezzo di “Joana”, brano di punta dell’album e situato in posizione centrale, sicuramente il più eterogeneo e probabilmente il migliore, sia qualitativamente che in quanto a gradimento personale, anche per il buon assolo di chitarra che lo caratterizza. E’ proprio la chitarra a segnare positivamente la musica della band, il suo suono fluido e la sua positiva attitudine che si accoppia alle comunque discrete parti di tastiere, dai suoni queste un po’ freddi (come si diceva) ma con bei momenti e belle atmosfere che a momenti saltano fuori emergendo dal predominante compito tappetistico. E’ il caso ad esempio delle melodie di “Dreams of a Madman”, direttamente reminiscenti dei primi Marillion, o degli umori misteriosi creati, in associazione con la chitarra, per la traccia d’avvio “Toward the Horizon” o ancora la già citata “Joana”.
Album discreto, in sostanza, fatto di un ascoltabile e concreto new Prog, che necessita magari di un minimo di adattamento alle parti vocali ma non per questo va dimenticato che la musica e le canzoni sono gradevoli e sufficientemente ben strutturate.

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Alberto Nucci

SUBSIGNAL-La muerta -Gentle Art of Music -2018 -GER -Peppe Di Spirito
SUBSIGNAL La muerta Gentle Art of Music 2018 GER

Nati da una costola dei Sieges Even e precisamente dall’accoppiata composta dal chitarrista Markus Steffen e dal cantante Arno Menses, i Subsignal giungono con “La muerte” al loro quinto album. Il nuovo innesto Markus Maichel alle tastiere va a completare la line-up insieme ai veterani Ralf Schwager e Dirk Brand che formano la solida sezione ritmica. Il titolo e la copertina del cd potrebbero far presagire una virata verso l’oscurità e verso lidi inquieti e disturbati. Bene, nulla di più sbagliato! Una partenza breve e strumentale, in pieno stile Rush, con “271 days” è seguita dalla title-track che ci fa immergere nel pieno del lavoro. La guida sicura di una chitarra elettrica dal suono liquido fa da apripista ad un brano che unisce tecnologia, aggressività e melodia. Saranno le linee guida dell’intero disco; 53 minuti in cui la band mette in chiaro il proprio stile, recuperando solo in parte certi indirizzi cari ai Sieges Even e prestando molta attenzione al feeling. Un feeling ricercato soprattutto nell’immediatezza delle parti vocali e non è un caso che i Rush della seconda metà degli anni ’80 facciano costantemente capolino durante l’ascolto. Come il celebre trio canadese di quel periodo i Subsignal evitano prolissità, si concentrano su pezzi che raramente vanno oltre i sei minuti, adottano soluzioni tecnologiche ed elettroniche che si inseriscono bene nel contesto, ma non perdono di vista quelle soluzioni strumentali fortemente legate al mondo del progressive. Forse non tutto è ben focalizzato e in qualche occasione sembra che la voglia di dare linee melodiche di impatto porti a soluzione vicine ad un A.O.R. senza troppo cuore (“The bells of lyonesse”) o addirittura ad un synth-pop fin troppo spensierato (“Even though the stars don’t shine”, nonostante una corrosiva parte chitarristica prima del finale). Restano, però, maggiormente impresse le note positive, grazie ad alcuni pezzi di grande qualità che faranno felici chi ama l’energia vibrante accompagnata da ritmi complessi e in continua variazione, un sound vigoroso e incastri intriganti e abili tra i vari strumenti. Basta ascoltare “Every able hand”, l’epica “The passage” (forse la composizione migliore del lotto), o le solite influenze Rush ben centrate in “When all the trains are sleeping”, per rendersene conto. Non manca anche un aggraziato e breve pezzo guidato dalla chitarra acustica, “Teardrops will dry in source of origin”, che concede un piacevolissimo attimo di respiro ed eleganza. Splendido, infine, il tassello finale rappresentato dalla ballad “Some kind of drowning”, delicato brano sorretto dalle note del piano e da due voci, visto che in questa occasione Menses è accompagnato dalla bravissima cantante degli Iamthemorning Marjana Semkina. Concludendo, diciamo che “La muerte” resta un disco imperfetto, a causa di un paio di cedimenti, ma nel complesso offre tanti momenti di qualità e scorre abbastanza bene. I Subsignal si confermano, così, band affiatata, che sembra aver chiaro il percorso che intende seguire e che si avvale di una produzione limpida (curata da Yogi Lang e Kalle Wallner degli RPWL), efficace e che favorisce ulteriormente la buona riuscita di quest’album.

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Peppe Di Spirito

MARK WINGFIELD-Tales from the dreaming city -Moonjune Records -2018 -UK -Michele Merenda
MARK WINGFIELD Tales from the dreaming city Moonjune Records 2018 UK

Eccolo qui l’ultimo capitolo della trilogia registrata presso La Casa Murada, il castello catalano vecchio di almeno dieci secoli che oggi, più che un moderno studio di registrazione, appare come una sorta di luogo di culto dai contorni indefiniti. Ricordando che anche il pianista indonesiano Dwiki Dharmawan vi ha registrato il suo “Rumah batu” (la cui traduzione è proprio “casa di pietra”), la suggestiva costruzione è diventata un sito dove Leonardo Pavkovic chiama i musicisti affinché aprano le proprie sinapsi improvvisando. Era andata in questo modo sia per “Stone house” a nome Wingfield-Reuter-Stavi-Sirkis che per “Lighthouse” (mancava il solo Yaron Stavi), registrati in due giorni nel febbraio 2016 e poi pubblicati l’anno successivo; anche questo “Tales…” è stato inciso durante lo stesso periodo, molto meno improvvisato rispetto alle precedenti uscite. Non si vuole discutere sul fatto che sia stata colta sul momento l’ispirazione dettata da città e momenti, come detto nelle note di copertina dallo stesso Wingfield, ma qui tutto sembra molto più elaborato. La sezione ritmica è ormai collaudata fin da quel “Proof of light” del 2015, sfruttata poi nei due lavori di cui sopra. Il duo israeliano Stavi/Sirkis risulta una garanzia non solo per il chitarrista britannico ma anche per la Moonjune in generale, visto che spesso compaiono negli album pubblicati dall’etichetta statunitense. E così, l’iniziale “The Fifth Window” ad un primo ascolto appare come quei pezzi che hanno fatto tanto amare (quanto detestare) l’Allan Holdsworth solista, pervaso com’è di note malinconiche suonate in un andamento profondamente stanco. Ascoltato un paio di volte, però, si coglie un crescendo decisamente originale, che conferisce molto più nerbo di quanto inizialmente si fosse pensato; se l’intento era di ricreare delle storie, quella che si cela dietro la finestra del titolo deve essere ben particolare, perché nel finale la chitarra sembra letteralmente urlare! I suoni sono spesso acuti e distorti; l’autore sostiene di non usare chissà quali effetti, ma solo di toccare le corde in maniera inusuale. Fatto sta che a momenti sembra di sentire un guitar-synth, tanto la chitarra sembra suonata nello stile del tastierista svedese Jens Johansson quando si va a cimentare nel jazz-rock.
Su “I Wonder How Many Miles I’ve Fallen” si mettono in mostra tutti e tre i musicisti con degli assoli; i cosiddetti soundscapes, i “paesaggi sonori” ad opera dello stesso Wingfield, fanno da collante, esattamente come succede nella seguente “The Way To Hemingford Grey”, dove compare col sintetizzatore Dominique Vantomne. In generale, quest’ultimo adotta un suono da mini-Moog, riuscendo così a differenziarsi dalle partiture suonate dal musicista inglese. Una composizione che termine in maniera intensa, seguita da “Sunlight Cafe”, una sorta di ideale continuazione più melodica e struggente, forse tra le composizioni migliori del lotto.
Probabilmente, la copertina di Jane Winfield, con i colori e le ombre che si stagliano su quel viale tipico delle dimore inglesi ubicate fuori mano, condiziona molto le sensazioni che orbitano attorno quest’album e in buona parte non risulta certo un male. Difatti, “Looking Back At The Amber Lit House” continua su questa scia nostalgica, nuovamente con Vantomne che fa da intermezzo tra i legati del titolare e le complesse ritmiche che gli altri due compagni sembrano scandire nel tardo autunno d’Albione. “This Place Up Against The Sky” ha delle sfaccettature a volte tenebrose, preludio di “At A Small Hour Of The Night”, stavolta un’improvvisazione vera e propria, molto rarefatta e atta a ricreare un’atmosfera tesa, interlocutoria, non certo articolata nella sua struttura come le altre composizioni. Dopo un altro paio di pezzi che – seppur ben suonati – nulla aggiungono a quanto già sentito, si conclude con la particolare “The Green-Faced Timekeepers”, scandita nel sottofondo da percussioni indiane che conferiscono particolare colore al pezzo.
Un album che come si sarà capito non è di facilissima assimilazione, in linea con buona parte dei prodotti della label newyorkese, che mirano ad andare oltre gli schemi. Qualcuno ci ha visto nell’ultima fatica di Mark Wingfield una visione su un futuro musicale ancora inesplorato, ma ciò appare chiaramente una plateale esagerazione. È senza dubbio qualcosa di atipico e che allo stesso tempo risulta più scorrevole rispetto a quanto proposto da Wingfield stesso nelle ultime uscite. Un album innanzi tutto per chi ama i chitarristi, meglio se proiettati costantemente oltre i soliti parametri da guitar-hero. Buon prodotto, anche se alla lunga potrebbe avvertirsi una certa ripetitività.

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Michele Merenda

YESTERDAYS-Senki madara -Author’s Edition -2018 -ROM -Valentino Butti
YESTERDAYS Senki madara Author’s Edition 2018 ROM

Avevamo un po’ perso le tracce del gruppo rumeno (di etnia ungherese) Yesterdays, capitanati dal polistrumentista Ákos Bogáti-Bokor (attivo anche nei Tabula Smaragdina e nei Cosmic Remedy). Nati come cover band degli Yes e autori di due apprezzabili album (“Holdfénikert” e “Colours cafè”), hanno saputo nel corso degli anni creare un sound abbastanza originale con venature folk ad interagire con un leggiadro prog sinfonico. Ad otto anni da “Colours…” eccoli con la nuova pubblicazione, “Senki madara”, che segue di poco il singolo “It’s not the end of the World”.
Si tratta di un album piuttosto atipico basato su liriche e musiche che appartengono alla tradizione folklorica ungherese arricchite dalla fantasia e creatività della band. Il risultato è costituito da dieci brani di dinamico rock sinfonico, con delicatissima voce femminile (della new entry Stephanie Semeniuc) a fare da efficace cassa di risonanza.
“Ágról-agra” è la notevole traccia iniziale con tastiere di ogni tipo, flauto ed un bel basso possente prima del soffice cantato di Stephanie. Una ritmica più incalzante e sventagliate di synth seguono poi. “Elmehetsz” è uno dei brani che tocca di più le corde dell’anima: chitarre acustiche, steel-guitar, voce angelica: non siamo così distanti dagli Yes più “spirituali” con qualche inserto di flauto ad appagare ancora di più. In “Ne mondd el” l’aspetto etnico-folk prevale su quello sinfonico e, non potendo apprezzare le liriche in ungherese, il risultato finale è un poco noioso. Altro brano dal deciso appeal folk, ma più riuscito, è “Rejtsetek el” malinconica nel cantato di Stephanie, più brillante musicalmente a ricordare una allegra danza contadina. ”Szivárvány havasán” è un’altra soft song che potrebbe benissimo essere stata composta dal duo Anderson/Wakeman per la delicatezza del cantato e degli interventi delle tastiere.
“Hajnalcsillag”, che ha come voce solista Csenge Tarsoly, lievemente sinfonica, si segnala per i notevoli cori che contraddistinguono il finale ed i virtuosismi chitarristici.“Esó” è essa pure sognante e rarefatta con le note del pianoforte a ricamare la melodia principale con qualche buono spunto della chitarra e con sempre la deliziosa voce di Stephanie. Buon pezzo è “Szomjú madarak”, una piccola perla fusion e valida pure “Nap” moderatamente jazzy e sinfonica. Úgy bocsáss el” tra chitarre acustiche, flauto ed archi chiude degnamente un album nel complesso piacevole e raffinato, dalle atmosfere malinconiche ed autunnali. Per palati fini.

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Valentino Butti

YUKA AND CHRONOSHIP-Ship -OMP Company -2018 -JAP -Nicola Sulas
YUKA AND CHRONOSHIP Ship OMP Company 2018 JAP

Un altro disco e un'altra ora di musica per Yuka e la sua astronave temporale, e con questo sono quattro album in otto anni, segno di come il progetto musicale sia organizzato e pianificato con cura.
Chiariamo subito che "Ship" è, prevedibilmente, abbastanza simile agli album precedenti, sia dal punto di vista musicale che per quanto riguarda i temi trattati (soprattutto il viaggio, per aria, per mare o nello spazio). Non c'è niente di strano in questo, dato che lo stile dei Cronoship è ormai collaudato e possiede quel sapore rassicurante che fa sempre piacere ritrovare nella musica. Il rovescio della medaglia è ovviamente la mancanza di novità, che ci spinge a chiederci se di questa ci sia veramente bisogno. Azzarderei a dire di no. Sinceramente, credo che troverei strano ascoltare un futuro disco di Yuka & Cronoship che suoni diverso, e dubito che ciò in effetti succederà. La band è sempre la stessa, con Yuka accompagnata da tre ottimi musicisti che non si limitano al ruolo di comprimari, con la tastierista a scrivere tutte le composizioni, Shun Taguci le liriche e tutta la band ad occuparsi degli arrangiamenti. C'è però Sonja Kristina piacevole ospite nella prima traccia.
La musica è il consueto amalgama di progressive rock ispirato principalmente agli Yes, venato di hard rock e fusion e principalmente strumentale. Le prime sette tracce formano una suite basata sul mito greco di Argo, la nave magica che trasportò gli Argonauti e Giasone alla caccia del Vello d'oro. Inutile dire che la suite è ben progettata, con i sette movimenti che alternano momenti pacati ad altri più epici e rock, in un crescendo che culmina con un magnifico esempio dello stile della band, tra superbe melodie e ricchi arrangiamenti. Le altre tracce non fanno eccezione, a partire da "The airship of Jean Giraud", brano impreziosito dai vocalizzi di Yuka, vero e proprio marchio di fabbrica della tastierista/cantante e con un assolo traboccante gusto e melodia del chitarrista Takashi Miyazawa. "Visible light" è cantata in giapponese da Yuka (c'è la traduzione nel libretto) e si distingue per arrangiamenti molto piacevoli, "Old ship on the grass" è un'allegra ballata (tipologia di brano ricorrente negli album del quartetto) basata su suoni meno "tecnologici", mentre "Did you find a star?" chiude il disco in maniera molto atmosferica e melodica.
In definitiva, il disco è bello, e all'ascolto lascia una piacevole sensazione di positività. Preferisco evitare di cercare altri aggettivi per definirlo, poiché rischierei di essere banale e di banalizzare allo stesso tempo la musica. Non resta che ascoltarlo e aspettare altri due anni per il seguito.

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Nicola Sulas