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Recensioni

BRAND X-Theory of nothing -Moonjune Records -2026 -UK -Michele Merenda
BRAND X Theory of nothing Moonjune Records 2026 UK

Con una copertina che si rifà esplicitamente a “Moroccan roll”, secondo album della jazz-rock band britannica, i Brand X pubblicano a distanza di quasi cinquant’anni un doppio live risalente al medesimo periodo. Era infatti il 1977, anno di grazia per loro, in cui si erano distinti anche per il seminale “Livestock”. Una proposta che non ostentava virtuosismi eclatanti bensì coesione e precisione impressionanti, da veri virtuosi quali nella realtà erano. Nasce quindi un grande entusiasmo attorno a loro, facendo sì che cominciassero a circolare vari bootleg contenenti anche versioni differenti dei brani in studio, perché una delle peculiarità principali dei Brand X era quella di dare la sensazione di far “dialogare” i vari strumenti in maniera assolutamente libera, tenendo però sempre quella solida coesione di cui sopra e terminando poi perfettamente con quello che era il tema principale. Tutto molto bello, sì, ma tra queste numerose, spesso eccellenti prove live tanto ricercate dai fans (e in certi casi la resa musicale non risultava certo esaltante) i musicisti… non ci avevano mai guadagnato nulla, a differenza di altri gruppi che invece erano riusciti a creare in quell’ambito la propria fortuna. Poi, la sorpresa.
In soffitta (o forse in un altro luogo, ma la soffitta rende meglio l’idea), il tastierista Robin Lumley ritrova all’interno dell’archivio personale un nastro magnetico avvolto in bobina (questo è il significato del termine reel-to-reel che si leggerà ovunque, sempre senza traduzione), quello che per intenderci veniva poi riavvolto in una seconda bobina. Il contenuto era esattamente il concerto in questione, che metteva in risalto i musicisti al meglio della loro forma durante la fortunata tournée nordamericana. I brani, ripuliti e rimasterizzati con attenzione dal bassista Percy Jones, uno per uno, hanno dato vita ad un live entusiasmante che per il momento non viene condiviso in streaming, ma che può essere acquistato solo su supporto fisico tramite la casa discografica. Questo il desiderio della band, tornando così ai tempi che furono, prima di internet. E tra i tanti meriti che ha questo lavoro, c’è proprio quello di far tornare indietro nel tempo, rivivendo quell’epoca. Tra i singoli brani vengono infatti lasciate le battute tra il pubblico ed i componenti del gruppo, facendo poi suonare le composizioni pulite ma allo stesso tempo mai artefatte. Insomma, sembra davvero di essere lì!
Phil Collins non era più dietro le pelli (sarebbe tornato a far capolino poco tempo dopo), sostituito da Kenwood Dennard, a cui si affiancava il percussionista Morris Pert. Detto già dello storico tastierista, ecco poi gli altrettanto storici John Goodsall alla chitarra ed il già nominato Percy Jones al basso. Un insieme che suona omogeneo ed elastico allo stesso tempo, tanto mutevole in certi momenti quanto coinvolgente. Lo si coglie subito, appena comincia “Smacks Of Euphoric Hysteria”, con la vitalità dei colori ricreati dalle tastiere, su un gran tappeto percussivo, passando immediatamente a “Disco Suicide”, composto da tante cesellature e sorretto soprattutto da un ragguardevole lavoro di basso, lasciando campo libero alle percussioni, confermando poi la chitarra di Goodsall come perfetta nell’interazione con tutti gi altri strumenti. Interessanti e fascinosi gli otto minuti di “Access To Data”, anche perché all’epoca si trattava di un inedito che sarebbe comparso l’anno dopo su “Masques”. Versione un po’ differente, anche tenendo conto che su quell’album non sarebbe comparso Lumley, sostituito da J. Peter Robinson (ex Quatermass). Comunque, davvero notevole il lavoro di chitarra, assieme all’intero impianto ritmico. Sul primo dischetto vanno sicuramente citate anche la lunga “Why Should I Lend You…” e soprattutto la mutevole “Euthanasia Waltz”, cariche di entusiasmo.
Il secondo dischetto si apre invece con l’attacco vertiginoso di “Malaga Virgen”, in cui l’elemento percussivo acquisisce sempre più risalto e viene ulteriormente evidenziata la capacità d’improvvisazione collettiva, di chiara estrazione jazz. Seguono “Earth Dance” e “Deadly Nightshade”, anch’esse composizioni inedite finite su “Masques”. Soprattutto nella seconda, i musicisti sembrano inseguirsi freneticamente tra loro, accelerando e rallentando senza mai pestarsi i piedi lungo tutti i tredici minuti. E soprattutto, con un Goodsall letteralmente impressionante! Sul medesimo livello, le versioni di due loro grandi classici come “Nuclear Burn” e “Nightmare Patrol”, dove si ribadisce la bravura straordinaria di Goodsall e l’importanza dell’intero apparato sia ritmico che percussivo nell’economia della band.
Si vuole trovare per forza un difetto a questa pubblicazione? Forse, le tastiere nel corso del concerto suonano con una timbrica un po’ troppo sopra le righe, decisamente squillante e tipica di quegli anni a cavallo di due decenni, in cui il “sintetico” l’avrebbe fatta da padrone. Un’inezia, comunque soggettiva, che non sminuisce la grande prova da assaporare con calma, anche in più riprese, e che magari potrebbe essere la prima di una serie di documenti live stampati ufficialmente. Si attende con fiducia. Nel frattempo, ci si ascolta e riascolta questo preziosissimo lavoro.

Michele Merenda

LEO NERO-Monitor -EMI/CBO Records -1980 (Black Widow Records 2025) -ITA -Michele Merenda
LEO NERO Monitor EMI/CBO Records 1980 (Black Widow Records 2025) ITA

Entrato a diciassette anni nel Balletto di Bronzo per il secondo storico album “Ys” (1972), il magmatico tastierista e cantante campano Gianni Leone ha poi preso praticamente controllo della hard-prog band e di tanto in tanto ne ha rispolverato il nome. Ma nel 1977 aveva pubblicato il proprio album solista “Vero” col nome di LeoNero, per poi volare negli USA e dare alla luce un lavoro che si distanziasse ancora di più dal gruppo madre, messo per il momento in naftalina. La Black Widow Records ha ristampato un album sicuramente coraggioso, che rompeva con quanto fatto in precedenza e sfidava platealmente il corso musicale del momento.
Leone si è sempre dimostrato un personaggio eccessivo, teatrale, in cui ancora oggi la maschera kitsch diventa tutt’uno con l’ostentazione tastieristica. Un artista che si ritaglia con prepotenza il proprio ruolo anche in quell’inizio di anni ’80, dove ci si trasfigura in forme androgine e cariche di make-up, abbandonando l’espansione della coscienza a (s)favore di una chimica votata all’autodistruzione umana, facendo così posto al freddo di stanze piene di bottoni e calcolatori. Eppure, quando si dice che con questo ritorno Leo ha voluto tagliare i ponti col prog, non è del tutto vero; quello che era il primo lato del vinile, lo vedeva all’opera con la Optical band, composta da musicisti di tutto rispetto. L’iniziale “Strada” (si dice sia stata censurata, all’epoca) potrebbe ricordare alla lontana i Goblin e non si può certo non ignorare i King Crimson; anzi, potrebbe anche somigliare al nuovo corso intrapreso dalla rinnovata band di Robert Fripp, solo che quest’ultima sarebbe tornata ufficialmente con un nuovo album nel 1981, cioè l’anno successivo a questa pubblicazione. Segue la breve strumentale “Segmento”, compatta e allo stesso tempo ballabile, prima di arrivare a “Piangi con me”, cover dei Rokes (testo in italiano di Mogol) resa alienante da un arrangiamento che fa suonare grottesco il testo originale e con un ritornello finale volutamente fastidioso. I restanti tre pezzi strumentali di questa facciata riprendono gli elementi del brano d’apertura, aprendo la strada a ciò che sarebbe potuto essere il concetto di “rock progressivo” in quello specifico arco di tempo. “Optical surf beat” contiene i germi dei futuri Calibro 35, “Anaconda” è un autentico serpeggiare tra esperimenti elettronici (pezzo interessante, che andava sviluppato di più) e “LeoNero messa beat” si dimostra irriverente fin dal titolo.
Il secondo lato vedeva Leone da solo, con sintetizzatori e batterie elettroniche. Già “Volpe robot” sembra la colonna sonora dei primitivi videogiochi (lasciamo perdere il testo, che doveva essere probabilmente rivolto a qualcuno che non stava troppo simpatico), passando per altri episodi in cui i circuiti mandano i loro impulsi ripetitivi e spersonalizzanti. Magari, una canzone come “Abat-jour” mostra una maggiore ricerca di classe, quasi da cantautorato, così come “Né ieri né domani”, con questo telefono che squilla di continuo in sottofondo.
Tra le bonus tracks – quattro in totale – si distinguono la jazzata e mondana “Stanchiamoci insieme” del 1982 con una band vera e propria – dove comunque non si resiste a parlare di carne tormentata, in stile Cronenberg –, segnalando il bel lavoro ai fiati e anche al basso. C’è poi “Un’eccitazione nuova” del 1984, in cui il tono da sberleffo sparisce e ci si fa più seri, anche se permane la tematica di inquietudine ed insoddisfazione costante.
Un lavoro che sembra voler sia denunciare che farsi portatore dei tempi, andando al contempo fuori dai parametri, stupendo e – per il periodo – scioccando. Era ed è Gianni Leone, che ha portato i suoi eccessi scenici in qualunque terreno si sia mosso. Album a suo modo storico, paradossalmente non concepito per piacere ma per colpire, affermandosi comunque come proposta valida. Non certo una pubblicazione per i classici prog fans, questo è certo.

Michele Merenda

PAATOS-Ligament -Timeloss Records -2025 -SVE -Peppe Di Spirito
PAATOS Ligament Timeloss Records 2025 SVE

Risale al 2012 l’ultimo episodio discografico dei Paatos. Dopo un lunghissimo silenzio, la band svedese si ripresenta sulle scene con “Ligament” e con la stessa line-up dell’epoca, con Petronella Nettrmalm alla voce e al violoncello, Hux Nettermalm alla batteria, Peter Nylander alla chitarra, Ulf Ivarsson al basso e Mikael Nilzén alle tastiere e ai sintetizzatori. Ascoltando il nuovo lavoro, sembra quasi incredibile che il gruppo sia rimasto fermo così tanto tempo, visto che le dieci canzoni in esso contenute vanno in perfetta continuità con quanto fatto in passato. Basta già l’apertura “Chemical escape” a farlo capire, brano solido, ben ritmato, la voce di Petronella carica di effetto, un basso snello e pulsante ed un ritornello che rimane impresso nella mente. A seguire, troviamo “Beyond the forest”, un pezzo dall’andamento più epico, in cui la cantante duetta con l’ospite Mikael Akerfeldt degli Opeth, per un risultato molto evocativo, una sorta di prog-folk che sembra quasi trasportare verso desolate lande nordiche. “I deny”, con la sua venatura vagamente dream-pop, è il primo di una serie di brani che ancora di più consolidano quanto fatto dai Paatos a partire dal secondo album: una forma canzone dai tempi compassati, caratterizzata da una fortissima malinconia, con toni dimessi, melodie elegiache ed atmosfera dark. Su questa stessa lunghezza d’onda vanno “I’m letting go”, “Who am I” (arricchita di effetti elettronici e stravaganti dissonanze), “November” (vagamente jazzata e presente solo sul cd) e la conclusiva e apocalittica “Svart”. La breve strumentale “Post war liminal” (anch’essa presente solo su cd) accentua queste peculiarità con una sorta di ambient lento e asfissiante. La title-track, invece, punta su due minuti up tempo, mentre risulta più particolare “Last ones of our kind”, che, pur con tempi spediti ed una sezione centrale strumentale, mantiene bene il mood uggioso dell’album. “Ligament” funziona, esattamente come funzionavano i suoi predecessori. Per questo loro ritorno i Paatos hanno preferito puntare sul sicuro, mantenendo intatto lo stile che avevano consolidato con “Kallocain”, “Silence of another kind” e “Breathing”, con una Petronella in splendida forma che ancora una volta dà una forte impronta alla musica della band con la sua voce. È uno stile che forse non a tutti piace, perché lontano da certi “canoni” prog, ma sono certo che potrà emozionare ancora una volta chi ama perdersi tra le sfumature oscure di un sound ipnotico, crepuscolare e conturbante.

Peppe Di Spirito

QUIDAM-Day of dreams - Live in Netherlands 1997 -Farna Records -2026 -POL -Peppe Di Spirito
QUIDAM Day of dreams - Live in Netherlands 1997 Farna Records 2026 POL

La Farna Records ha iniziato a pubblicare una serie di dischi dal vivo dei Quidam registrati in diversi momenti della loro carriera. Le registrazioni non sono sempre perfette e per questo motivo potremmo parlare di bootleg ufficiali, ma bisogna ammettere che per chi ama la band polacca si tratta di testimonianze molto intriganti. Il primo lotto di questi documenti prevede due live del periodo con Emila Derkowska (oggi Nazaruk) e due con il cantante che la ha sostituita, Bartek Kossowicz. Ci soffermiamo su quello cronologicamente meno recente, risalente al 26 gennaio 1997, data di un concerto tenuto in Olanda, in occasione del festival “Day of Dreams” di Zwolle. Il bellissimo album d’esordio dei Quidam era uscito l’anno precedente ed ovviamente la maggior parte dei brani è tratta da quel lavoro. Ci sono pezzi da novanta come “Gleboka rzeka”, “Ptone” e “Chocbym”, giusto per citarne alcune. Ovviamente è sempre un gran piacere riascoltare “Sanktuarium”, vero e proprio manifesto per la band e che già all’epoca veniva integrato con incredibile naturalezza con l’assolo di chitarra di “Firth of Fifth”, eseguito senza sbavature dal chitarrista Maciej Meller (a parer di chi scrive da annoverare tra i migliori “eredi” di Steve Hackett). Ma l’intera band era assolutamente affiatata e la prova di gruppo che si può ascoltare è eccellente, con Emila sugli scudi nei momenti cantati, con la sua voce decisamente affascinante. Avevamo già scoperto con altri live che i Quidam sono sempre stati molto bravi anche nell’esecuzione di composizioni di altri artisti e in “Day of dreams” abbiamo un’ulteriore dimostrazione, grazie a bellissime versioni di “Rhayader/Rhayader goes to town” dei Camel e a “Child in time” dei Deep Purple, ennesima prova delle capacità vocali di Emila. A completare la track-list di questo interessantissimo prodotto ci sono delle bonus tracks. Due sono delle eleganti versioni acustiche di “Warkocze” e “Bajkowy”, raffinata ballata malinconica la prima, vivace pop-prog la seconda ed entrambe registrate dal vivo in uno studio con pubblico il giorno dopo del festival. Poi c’è di nuovo “Warkocze” recuperata da uno show dell’anno precedente a Cracovia. I documenti dal vivo già usciti in passato facevano capire come le qualità dei Quidam emergessero anche sul palco. Eppure, ripercorrere alcuni dei passi fatti nei primi anni della loro carriera permette di avere una gran bella conferma, anche se questi prodotti della Farna sembrano destinati soprattutto ai fan del gruppo.

Peppe Di Spirito

SOFT MACHINE-Thirteen -Moonjune Records -2026 -UK -Michele Merenda
SOFT MACHINE Thirteen Moonjune Records 2026 UK

Soft Machine, nome storico, che torna con un altro lavoro apprezzabile. Quello preso in esame risulta davvero un buon album di jazz-rock, suonato e prodotto perfettamente, che necessita comunque di opportune considerazioni, premettendo che ci si sarà anche una sorpresa da svelare nel finale.
La “Macchina Soffice” incarna in musica il celebre “paradosso della nave di Teseo”, elemento evidenziato più volte in sede di recensione sul web, perché non si può davvero non pensarci. Secondo il mito narrato da Plutarco, infatti, la nave del famoso eroe greco vide col tempo deperire le proprie assi, che vennero man mano sostituite una per una, tutte, chiodi compresi. Alla fine, si trattava sempre della stessa nave? Cosa mantiene definito, quindi, un oggetto nel tempo? Forma esteriore o sostanza originale?
Come da titolo, “Thirteen” risulta essere il tredicesimo album in studio per la band di Canterbury – se si escludono quelli a nome Soft Ware, Soft Works e Soft Machine Legacy – e pone per l’ennesima volta le domande cruciali di cui sopra. Il componente più anziano risulta il chitarrista John Etheridge (e in quel periodo la relativa metamorfosi risultava già praticamente completa), subentrato nel 1976 dopo la fuoriuscita di Allan Holdsworth e suggerito proprio da quest’ultimo, oltre poi ad essere ritornato quando le varie sigle legate al gruppo si sono affacciate nuovamente sul mercato discografico. Con lui, il fiatista Theo Travis (presente dal 2006 con i Soft machine Legacy) – autore qui di sei brani, nonché produttore dell’album – e il bassista fretless Fred Thelonious Baker (dal 2023), a cui si aggiunge il nuovo arrivato Asaf Sirkis, batterista israeliano particolarmente prolifico su MoonJune Records. Ed è proprio lui a firmare l’iniziale e sognante “Lemon Poem Song”, brano che mette subito in risalto sia la capacità tecnica che espressiva di Etheridge alle sei corde, mentre la sezione ritmica dà prova a sua volta di grande perizia. Certo, è sicuramente un bene che il pezzo in questione non si dilunghi molto e mantenga intatta la propria energia, ma sembra terminare in maniera davvero troppo netta. Si tratta peraltro di una caratteristica riscontrabile in molti dei tredici brani (come da titolo…) presenti, sottolineando che a volte vi sono episodi riempitivi e che forse le tracce alla lunga si rivelano decisamente troppe. Proprio Etheridge, firma “Green Books” e “Balado Beledo”. La prima, vede degli inserimenti di sassofono che sanno tanto da “serata jazz mondana”, a cui si contrappone un assolo di chitarra duro, tecnico e spigoloso, seguito poi sulla stessa verve proprio dal sax; il secondo (dedicato forse al chitarrista uruguaiano Beledo?) è decisamente più morbido e “sonnacchioso”, con Ethridge – apparentemente placido – che sciorina la tecnica del legato lungo il manico della sua chitarra. Bella e malinconica “Open Road” ad opera di Theo Travis, che nei suoi sette minuti e mezzo riporta alla mente i contenuti dell’album solista “Double talk” (2007). Sempre lui, è autore dei tredici minuti di “The Longest Night”, il momento migliore di tutto l’album che presenta anche spunti canterburyani, in cui fiati e chitarra elettrica si esprimono al meglio, grazie sempre a quella sezione ritmica che ha la capacità di rimanere sullo sfondo pur creando basi magistrali. Ma ci sarebbe anche “Turmoil” di Fred Baker, in cui il bassista/chitarrista riesce davvero a sintetizzare bene i concetti musicali, mettendo anche ben in risalto le note di basso distorto.
Infine, sorpresa delle sorprese: come per magia, si materializza Dave Allen! Colui che era stato proprio il fondatore della band nella seconda metà degli anni ’60 e poi artefice dei Gong (in cui suonò per un periodo lo stesso Travis), qui compare sulla conclusiva “Daevid's Special Cuppa”, in cui viene inserita una fase di glissando guitar incisa nel 2000; il pezzo ha un sapore molto etnico ed ipnotico (non poteva essere altrimenti!), grazie anche all’uso che fa Travis del duduk, particolare flauto della tradizione armena.
In definitiva, non ci si poteva certo aspettare che questa nuova uscita rinverdisse lo stile musicale che fu, tra i più rappresentativi della scena multiforme di Canterbury; però, come detto, risulta sicuramente migliore di altri album precedenti, nonostante non si fosse mai scesi sotto determinati livelli. Se questo può “bastare”, allora è un lavoro da apprezzare, far proprio ed ascoltare più volte.

P.S: Thomas Hobbes ampliò il paradosso della nave: supponendo che tutte le assi marcite venissero messe insieme e si ricostruisse il manufatto originale… la nave di Teseo quale sarebbe? Quella ricavata di volta in volta con i pezzi rinnovati (che erano stati a contatto con quelli vecchi, aggiungiamo) oppure quella ricavata dai pezzi originali, seppur marciti? Nel nostro caso, quali dei due sarebbero poi realmente risultati essere i Soft Machine? Tutti e due, forse? O solo uno? Chissà…

Michele Merenda

TRION-Terra tiempo -Oskar -2026 -NL -Peppe Di Spirito
TRION Terra tiempo Oskar 2026 NL

Ecco un altro gruppo di cui si erano praticamente perse le tracce e che torna a farsi risentire dopo parecchi anni di inattività. Risale infatti al 2013 il precedente disco degli olandesi Trion “Funfair fantasy”, che seguiva “Tortoise” (2003) e “Pilgrim” (2007). In realtà, dopo quella data, hanno partecipato a due progetti Colossus nel 2014 e nel 2016, ma si è dovuto aspettare il 2026 per la pubblicazione di un nuovo lavoro. Per chi non li conoscesse, si tratta di un trio formato da due membri dei Flamborough Head, Eddie Mulder (chitarre e basso) e Edo Spanninga (tastiere) e da Menno Boomsma (batteria e percussioni), già con gli Odyssice. La band così formata fin da subito ha puntato su una musica pregna di classico romanticismo, con i Camel come punto di riferimento principale e con tanto mellotron ad infarcirla. Con una formula che non ha certo stravolto il mondo del prog sono riusciti ad ottenere buoni risultati, ricevendo anche non pochi apprezzamenti. Il nuovo “Tierra tiempo” continua su una scia di “non stravolgimento” e ancora una volta possiamo ascoltare un lavoro di prog sinfonico dalla forte influenza cameliana. In poco più di un’ora il trio ci racconta i viaggi di una tartaruga, in un concept che si può seguire leggendo un testo sul libretto di accompagnamento al cd. E questo racconto viene fatto in maniera quasi esclusivamente strumentale, con tastiere e chitarra a scambiarsi costantemente il ruolo di guida, su ritmi mai troppo spinti e con il mellotron sempre a fare la sua parte. Inevitabilmente, siamo nuovamente al cospetto di una proposta che gioca sulle sensazioni, più che su tecnica o costruzioni laboriose. Quando capita che ci si allontani leggermente dagli echi di Andy Latimer e soci è per avvicinarsi in zona Focus o Genesis… E in qualche pezzo più up tempo non è che aumenti chissà quanto la velocità… Insomma, è veramente chiaro il target a cui puntano i Trion. Che forse troviamo leggermente arrugginiti in qualche frangente (e aggiungiamo che forse una durata totale un po’ più contenuta e vicina ai tre quarti d’ora avrebbe giovato), ma che ancora dimostrano di poter preparare ed offrire una pietanza appetitosa, con ingredienti semplici e sicuri, per i palati pronti a gustare il prog sinfonico/romantico vecchio stile anche ogni giorno.

Peppe Di Spirito