
Numero del mese
July-2008
Recensioni
| IL BACIO DELLA MEDUSA |
Discesa agl'inferi d'un giovane amante |
Black Widow |
2008 |
ITA |
Avevamo quasi perso le tracce di questa band della provincia di Perugia e ne avevamo persino temuto lo scioglimento, quando invece giunge a sorpresa ad allietarci un nuovo album, di qualità ottima e inaspettatamente emozionante e maturo. Non che non mi fidassi delle capacità di questa band: il buon disco di esordio, seppure acerbo per diversi aspetti, era promettente e ricco di spunti interessanti, ma questo CD supera di gran lunga ogni aspettativa per la sua poeticità, per il suo romanticismo, per il concept che, assieme alla copertina di colore cenere e fuoco, alle linee melodiche e alle sonorità scelte per dare vita alla storia narrata nei testi, dimostra una visione artistica unitaria, coerente e degna di un dramma teatrale. La trovata narrativa è al tempo stesso semplice e geniale: si tratta di un riadattamento della celeberrima storia di Paolo Malatesta e Francesca da Polenta, immortalata nel V canto de l'Inferno dantesco, come si può intuire in particolare dai versi della seconda traccia, "Confessione d'un amante". In questo caso i riflettori sono puntati sul giovane Malatesta che prende la parola e ci racconta in prima persona la sua storia, le sue passioni, il suo amore terreno, partendo dal suo passaggio nel regno degli inferi per poi spingersi verso un viaggio interiore scandito dal ritmo dei ricordi mortali. I riferimenti musicali sono in parte quelli già sperimentati nel primo album, con progressioni cariche di Hammond, riff elettrici graffianti e vivaci linee di flauto, ma il sound è più curato, il songwriting più efficace e le linee melodiche funzionali alle parti narrate. In particolare trovo irresistibili le sequenze per archi e pianoforte, come nella già citata "Confessione d'un amante" che mi ha fatto pensare in un certo senso alla traccia di chiusura di "Overground Music" degli After Crying. Le melodie scelte e gli arrangiamenti raffinati amplificano l'emozione suscitata dal racconto, espresso attraverso versi commuoventi fino alle lacrime. Nei versi danteschi è Francesca l'io narrante mentre Paolo piange in disparte senza mai parlare, in questo caso è proprio quest'ultimo a confessarsi e ad ottenere la nostra compassione con i suoi sentimenti sinceri e terreni. I vari momenti musicali di questo album sono in continuità fra di loro e le tracce si susseguono in maniera consequenziale, facendoci arrivare all'ultima canzone quasi senza accorgercene. Le parti più concitate sono quelle che più classicamente si rispecchiano nei classici modelli del prog nostrano d'annata e ci fanno venire alla memoria, fra gli altri, Biglietto Per L'inferno (non solo per i riferimenti infernali), De De Lind e Corte Dei Miracoli. La musica è piacevolmente derivativa ma a suo modo personale, grazie soprattutto alla grinta dei musicisti, alla particolarità dei testi e delle scenografie sonore. La voce di Simone Cecchini è tenebrosa ed espressiva e dà l'idea ora del trovatore, ora di un attore drammatico, riuscendo a calarsi perfettamente nei panni del giovane amante diviso fra sentimenti di passione, rimpianto, odio e pentimento. Fra gli altri pezzi memorabili mi piace ricordare "Melencolia", un altro brano lento, con belle parti di chitarra arpeggiata e voci che sembrano trascinate dal vento a contrappuntare quella solista di Simone Cecchini. Se nel complesso il contenuto musicale dell'album si dimostra più che buono, in queste occasioni il gruppo riesce a raggiungere delle vette elevate, soprattutto in termini di pathos. Un altro fattore vincente è rappresentato dalla piena integrazione di Simone Rinchi (viola e violino) nella formazione, che ha contribuito ad arricchire gli arrangiamenti rendendoli più variegati e raffinati. Quella che potete ascoltare in questo album, lo ribadisco, non è musica assolutamente originale ma i modelli e le fonti di ispirazione sono utilizzati in maniera personale, a creare, assieme al tessuto narrativo, un'opera unitaria e fruibile, avvincente e di impatto, in grado di conquistare l'ascoltatore sia per la bellezza del racconto sia per il contenuto sonoro. |
Jessica Attene |
| BEARDFISH |
Sleeping in Traffic: Part 2 |
Inside Out |
2008 |
SVE |
Secondo episodio del concept Sleeping in Traffic, musicalmente piuttosto diverso dal precedente e disco essenzialmente evasivo (aggettivo non buttato a caso, poi spiego). Ho idea – e spero di non essere accusato di voler vedere Frank Zappa ovunque – che il gruppo abbia voluto tributare il grande Frank in quelle che erano le sue modalità di eterna presa per i fondelli di tutto e di tutti. Le modalità erano fatte di frammenti apparentemente scomposti e infilati a caso con il solo scopo di esprimere i propri concetti imitando e riproponendo porzioni di canzone sparpagliandoli come semi nel terreno fertile dell’allegoria musicale. Il tutto senza mai perdere di vista il proprio ego stilistico e la propria impronta musicale, scherzandosi addosso e colpendo persino i mostri sacri e se stessi in primo luogo. Nacque così Sheik Yerbouti, nasce così anche Sleeping in Traffic II. Sfido chiunque a non ritrovare questo nella parodia di “Stayin’ Alive” con tanto di falsetto alla Bee Gees, o in “South Of The Border” moderna rivisitazione musicale a cavallo tra la storia di Michael Kenyon il mitico bandito del clistere e l’avventura di “Titties and Beer”, con tanto di sbuffi southern rock. E che dire dei ridicoli momenti alla american pop singer, o gli stacchetti Dixieland, o le citazioni canterburyane, o gli strappi hard blues stile Zeppelin o Purple, o di quelli quasi mandolinistici nello stile della sceneggiata napoletana o da “A las cinco de la tarde”, o ancora in qualche arpeggio frippiano. C’è una tale intelligenza nella musica dei Beardfish da farne un movimento culturale e un motivo di studio del perché certe cose nascono nello spazio di brevi note e vengono riproposte all’ascoltatore con la consapevolezza che potranno essere colte, oppure – più probabilmente - no. Ma non c’è sfida, c’è la voglia di suonare, di gioire di quello che si suona magari tentare di rendere personali temi ormai ampiamente girati e rigirati. Attenzione però che nel disco non ci sono solo parodie e rivisitazioni, ci sono momenti di grande prog suonato con la solita bravura e cantato come pochi sanno fare. Indice di ciò i minuti finali di “Into The Sun” e alcuni intermezzi della long piece e title track (chiamarla suite, nonostante i suoi 35 minuti, mi sembra fuori luogo), tra cui il finale che, progressivamente parlando, è qualcosa di veramente pregevole. Globalmente l’impatto musicale si mantiene, ma qui spesso si ricorre anche a tematiche tardo anni ’60 con più spirito goliardico, surfer e, a tratti, hippie e il già citato brano “Into the Night” rappresenta bene questo approccio, come dicevo all’inizio, più evasivo. Ad ogni modo e al di là del significato che io ho intravisto questo è un disco che presenta del grandissimo prog e non mi faccio nessun problema nel dire che potrà dare grandi soddisfazioni non solo a chi li ha già apprezzati. Bello, bello… superbo, direi, ad ogni ascolto sempre di più. |
Roberto Vanali |
| BEAT CIRCUS |
Dreamland |
Cuneiform Records |
2008 |
USA |
Avevo qualche dubbio a recensire questo lavoro sulle pagine di Arlequins. Non ci troviamo di fronte ad un disco progressive sinfonico, né tanto meno ad un disco di avanguardia o canterburiano. Nonostante questo, credo che difficilmente una persona riesca a non rimanere affascinata da un disco del genere.
Brian Carpenter riesce nelle 16 tracce di questo lavoro ad immergerci nell’atmosfera magica e surreale di un parco di divertimenti e precisamente quello di Coney Island: uno dei più famosi parco-giochi della storia inaugurato nel 1904 e andato distrutto in un incendio nel 1911.
"Dreamland" è, infatti, un concept che parla di Johnny, un cercatore d’oro alcolizzato che perde il braccio durante un incidente. Per ottenere il braccio indietro, Johnny fa un patto col diavolo di uccidere la moglie e poi scappa a New York per lavorare nel luna park (anche il tema di Faust è diventato inflazionato in campo musicale, bisogna dirlo).
"Dreamland" non ha bisogno delle immagini per farci capire le varie scene di questo concept. I quadri sonori riescono a farci entrare nel pazzo mondo di quel posto senza l’apporto delle macchine da presa. Musiche balcaniche, valzer, bluegrass, acustica d’avanguardia, musica contemporanea vengono miscelate tra le varie tracce rendendo il puzzle sonoro omogeneo e coerente con la storia che il disco vuole raccontare.
E’ difficile trovare un lavoro dove gli Sleepytime Gorilla Museum vanno a braccetto con Tom Waits e con la Penguin Cafe Orchestra e, nello stesso tempo, è difficile scrivere un disco del genere per 12 strumenti che sembrano sulla carta fare a cazzotti uno con l’altro (banjo, violoncelli, tromboni, bassotuba, batteria etc) ma Carpenter ci riesce alla grande. Il risultato che ne viene fuori è in ogni modo di una leggerezza e fruibilità non comune ad altre opere che vogliono essere musicalmente trasversali, le trame sonore, anche se costruite benissimo e con scelte sia melodiche sia strumentali poco scontate, non risultano complicate nemmeno all’ascoltatore meno avvezzo a certe sonorità.
Potrei continuare per ore ma l’unico aggettivo che secondo me rende l’idea per far capire questo lavoro è: bello. Anzi, bello come pochi. |
Antonio Piacentini |
| BRIGHTEYE BRISON |
Believers & deceivers |
Progress Records |
2008 |
SVE |
Molto eterogeneo questo quarto lavoro degli svedesi Brighteye Brison. Eterogeneo perché presenta una molteplicità di stili che vanno dal sinfonismo abbastanza di stampo classico, alla fusion elettrica, a chitarre un po’ più heavy con sbotti Flower Kings o Spock’s Beard, attimi funky-AOR-Disco, Space Rock senza tralasciare un po’ di Beat e citazioni dei grandi del passato, che magari analizzeremo più avanti. Tutto questo su linee melodiche accattivanti e spesso ruffiane.
Per ordine: quattro brani in crescendo di lunghezza con 5,7,20 e 35 minuti, molto movimentati e vari nell’esposizione musicale. Le 2 suite appaiono come tali, con i temi principali che si rincorrono, scompaiono per riapparire dopo un assolo, dopo un momento di calma o dopo una sequenza ritmica diversa.
Il primo brano “Pointless Living” si presenta come il più orecchiabile, grazie anche ad un apporto melodico che in certi frangenti devia pesantemente verso un funky-disco in sapore Earth, Wind and Fire, breve per fortuna. Più smaccatamente fusion il secondo brano “After The Storm”, con un trascinante finale alla Weather Report del tardo periodo. La prima delle due suite “Harvest” parte in pieno stile Flower Kings con un intermezzo space più nei modi Steve Hillage, che floydiano. Lo sviluppo è piuttosto canonico, ma l’ascolto è soddisfacente, non ci sono cose nuove, ma neppure (e per fortuna) cose scontate. Non ci sono cose mirabolanti, ma neppure (e per fortuna) buttate inutili. L’ultimo, e più lungo, brano “The Grand Event” è essenzialmente un susseguirsi di tributi, con un avvio assolutamente floydiano (periodo Animals), due frammenti Gentle Giant che rasentano il plagio, altri momenti tipicamente IQ, Flower Kings, ELO, Spock’s Beard, Transatlantic, Genesis, Yes, Hackett. Tra i componenti del gruppo troviamo anche il nuovo batterista dei citati Flower Kings, Erik Hammarström, un drummer molto dinamico e versatile, che evidenzia ottime capacità sia nelle parti sinfoniche sia nelle più complesse e grooveggianti parti fusion. Da sottolineare sicuramente le notevoli capacità corali dell’ensemble, non solo nelle viste operazioni alla Gentle Giant, ma anche nelle grandi aperture sinfoniche e fusion. Notevolissimo il lavoro alle tastiere di Linus Kåse, che dimostra un gusto vintage oriented, sicuramente apprezzabile. Come risulta apprezzabile l’apporto stilistico e tecnico di ogni altro componente, ospiti inclusi. Nel disco tutto suona correttamente ogni strumento ed ogni parte vocale ha il livello e l’incisione che ci si deve aspettare, tecnicamente ineccepibile. In conclusione un disco che sconta alcune negatività nella poca personalità, ma sicuramente piacevole per un ascolto mirato ad un prog inframmezzato da “un po’ di tutto”, ma piuttosto spensierato e allegro. Tutto sommato un acquisto positivo. |
Roberto Vanali |
| CAAMORA |
She (DVD) |
Metal Mind Productions |
2008 |
UK/POL |
Era quasi naturale e scontata l'uscita di questo DVD. L'ultimo progetto di Nolan & co, già recensito su queste pagine nella sua versione su CD, è a tutti gli effetti una rock opera e come tale trova la sua consacrazione sul palco. E visto che la Metal Mind dispone di un bel palcoscenico, già ampiamente sfruttato per la realizzazione dei suoi DVD, era più che logico cogliere la palla al balzo e mettere in scena il concept dell'album più atteso del proprio catalogo e su cui sono stati incentrati i maggiori sforzi promozionali. Ecco quindi che salgono sul palco del teatro Wyspianski di Katowice tutti i protagonisti dell'opera e per di più in costume, con tanto di orchestra al seguito. Abbiamo già abbondantemente parlato della musica che contiene un concentrato di new prog interamente scaturito dalla vena creativa di Clive Nolan, al meglio delle sue possibilità compositive. Forse il maggior difetto dell'opera sta nella sua lunghezza e nella compattezza del materiale sonoro, tutto molto omogeneo e pieno zeppo di contenuti musicali e narrativi. Diciamo che Clive, già di per sé abbastanza logorroico, non si è assolutamente risparmiato, riversando in quest'opera tutto quello che è riuscito ad infilarci, proprio come si fa quando, per paura di dimenticare qualcosa a casa, infiliamo tutto il possibile in valigia, cercando di chiudere a forza la cerniera con l'aiuto di qualche amico pesante e robusto che ci si siede sopra. Tanta sovrabbondanza di materiale col solo ascolto del CD può portare a perdere diversi dettagli per quel che riguarda la trama narrativa e senza dubbio vedere i personaggi in azione ci aiuta ad entrare nel pieno della storia. C'è però da dire che le scenografie sono ridotte al minimo essenziale e che le lunghissime canzoni costringono i cantanti a stazionare a lungo sul palco, camminando avanti e indietro, senza che vi sia una vera e propria azione scenica. Inoltre sono abbastanza carenti i momenti di interazione fra i vari personaggi che per lo più si limitano a recitare ognuno il proprio monologo. Insomma l'opera è tutt'altro che dinamica e col tempo rischia di stancare un po'. Ma vediamo nel dettaglio chi sono i protagonisti e quale è il loro ruolo nella vicenda: Clive Nolan e Alan Reed sono rispettivamente i due esploratori Leo e Holly che disperdono su una costa a causa di una violenta tempesta, Christina Booth è Ustane, la ragazza che offre loro ospitalità e si propone di guidarli in una città perduta, la polacca Agnieszka Świta è la regina della città perduta. Come ogni straniero che si ritrova in ogni città perduta che si rispetti, Leo e Holly rischiano di diventare le vittime di un sacrificio umano. Successivamente si viene a scoprire che Clive, o meglio Leo, è l'uomo che quella popolazione dimenticata attendeva da almeno due secoli, infatti si pensa che sia la reincarnazione di un sacerdote egiziano e finisce persino col trovarsi conteso dalle due belle cantanti. Fra le due è Christina/Ustane ad avere la peggio, essendo uccisa dalla crudele ed enigmatica regina, che spiega a Clive quale dovrebbe essere il loro destino, cioè quello di rimanere insieme per l'eternità. I due infatti, gettandosi nel fuoco eterno di un vulcano, diventerebbero immortali. Ma quando la regina si getta tra le fiamme per provare a Leo che il bagno di fuoco le avrebbe dato la vita eterna... ovviamente non sveliamo il finale per non rovinare la sorpresa a quelli di voi che vorranno prendere visione dell'opera.
Il DVD è disponibile in vari formati che comprendono la confezione con doppio CD e DVD ed un lussuoso box con doppio CD in studio, doppio CD live e doppio DVD, con sei tracce acustiche, un'intervista extra e le canzoni del precedente EP. A voi la scelta su come farvi del male. |
Jessica Attene |
| D.F.A. |
4th |
Moonjune |
2008 |
ITA |
Vi è mai capitato da ragazzini un regalo inaspettato? Una cosa che avevate ormai rinunciato a desiderare perché credevate che tanto fosse inutile aspettare? Beh a volte i desideri si realizzano e a volte sono piccoli quanto un dischetto da inserire in un lettore.
Forse qualcuno storcerà la bocca perché non stavo aspettando la riunione a cinque dei Genesis, o l’ennesimo disco di Peter Hammill o la ristampa dei concerti sul balcone di casa fatti dai Marillion, con Fish che registrava nel box doccia. A volte i sogni sono piccoli quanto le emozioni che possono darti brani suonati bene da un gruppo che conoscono colpevolmente in pochi, a discapito di altri di cui magari una persona ha l’intera discografia, anche se piena di cose orrende, perché è una cosa che fa molto prog con gli amici. Ognuno ha la sua storia musicale e se è una colpa preferire quello che di ottimo ha prodotto il carrozzone progressivo negli ultimi 15 anni rispetto al passato (tenendolo sempre presente)… beh sono colpevole.
I sogni magari si materializzano girando per Youtube e beccando un video da un minuto dove ti dicono che i DFA sono tornati e poi magari collegandoti al MySpace del gruppo e ascoltando le anteprime dei brani.
E’ passato tanto tempo da "Duty Free Area", troppo tempo. Quel disco è stato una delle cose più belle che ha girato nel mio stereo. Brani come "Escher" o "Caleidoscopio" stanno nella mia compilation ideale per far capire ad una persona perché ascolto questo tipo di musica.
Se questo "4th" fosse uscito quattro o cinque anni prima sarebbe stata la definitiva consacrazione per il gruppo veronese. Purtroppo l’appassionato progressive si scorda molto in fretta dei gruppi nuovi (ma poi fa la fila per vedere 5 cloni che rifanno i Genesis…) e c’è il rischio che i DFA debbano ricominciare tutto da capo.
Prima di entrare nei cinque più uno brani dell’ultimo lavoro dei DFA, scriviamo chiaramente per gli appassionati del genere iper sinfonico del tipo… ”aho non c’è il Mellotron quindi non è prog…” che forse è il caso di non leggere oltre. Non è il disco per voi, anche se vi perderete una gran bella cosa.
Scrivevo di cinque brani più uno. I primi cinque brani continuano il discorso interrotto otto anni prima. Progressive e jazz-rock, echi a tratti canterburiani, guardando anche un po’ verso l’avanguardia, per una miscela sonora stupenda che, a differenza di altri gruppi del genere, ha nelle melodie il suo punto di forza. Non c’è tecnica fine a se stessa, non c’è bisogno di strafare, le note vengono fuori spontaneamente, non ci sono forzature anche in un brano da quasi 20 minuti come "Mosoq Runa", dove un’introduzione di pianoforte ti porta in un mondo che se avesse disegnato un Pat Metheny più progressivo o l’Allan Holdsworth meno schizzato o i National Health con i mezzi di oggi staremmo parlando di capolavoro (… ma visto che l’hanno scritta i DFA bisogna pregare che almeno sia ascoltata), o in un brano come "The Mirror", dove si può apprezzare bene che grande batterista sia Alberto De Grandis. E‘ un peccato non citarli tutti i cinque brani perché son tutti belli ed è difficile anche spiegare a parole certe trame sonore, certi intrecci che nell’orecchio prendono forma.
Questi sono i cinque brani…e poi arriva il più uno…
“La ballata di s’isposa ‘e mannorri” merita un discorso a parte e personalmente per un motivo preciso. Ho tanti amori musicali, il rock progressive in tutte le sue forme è quello più forte, ma il primo amore in ogni caso non si scorda mai ed è la musica corale. E per chi da tanto tempo si impegna per far capire ai ragazzini ( e non solo) che cantare insieme non è una palla, ma può dare tante soddisfazioni, un brano del genere è un sogno che si avvera.
I DFA riprendono questo brano della tradizione sarda e si fanno aiutare in tutto questo dalle voci stupende delle Andhira (Elena Nulchis, Cristina Lanzi ed Egidiana Carta). Chi conosce il brano nella versione originale riscritta per tre voci da Luca Nulchis non ha problemi a riconoscerne la bellezza. Qui il brano assume dei colori che cambiano sempre. Non nascondo che è il brano che ho ascoltato di più: a volte mi colpisce l’introduzione, a volte il finale con quel Fender Rhodes in evidenza, a volte mi perdo nell’intreccio delle tre voci. Mannorri è il brano che fa la differenza, e che potrebbe aprire tante porte, non solo ai DFA ma anche agli Andhira.
A volte i sogni ogni tanto si avverano, e anche se durano poco e prima o poi bisogna svegliarsi, quando sono belli lasciano sensazioni che durano anche tanto tempo. |
Antonio Piacentini |
| FERNWOOD |
Almeria |
autoprod. |
2007 |
USA |
Veramente bello e rilassante questo progetto realizzato dal duo Todd Montgomery e Gayle Ellett (più famoso per essere membro dei Djam Karet). La peculiarità di questo progetto sta principalmente nell’uso esclusivo (o quasi… ogni tanto spunta fuori un piano Fender Rhodes) di strumenti acustici in legno. Troviamo, quindi, molti strumenti tradizionali abbastanza inusuali per un progetto di musica moderna. I due non si fan scrupolo di usare sitar, mandolini, bouzuki di origine greca o irlandese, oltre la chitarra, ma troviamo spazio anche per uno strumento come l’harmonium. E’ logico che l’uso di questa strumentazione, a parte la nota di colore, non è il motivo principale per il quale mi ha colpito questo cd. I brani proposti sembrano fatti apposta per accompagnare film o documentari (se avete presente il programma Linea Blu della Rai avete capito a cosa mi riferisco). La melodia è l’aspetto più importante delle dodici tracce proposte in questo disco. Siamo quasi in territori new age (molte soluzioni sonore ricordano molto gli ultimi lavori degli Shadowfax) e world music. Il bouzuki è lo strumento più usato e sembra strano che un gruppo che ha la casa che si affaccia sull’oceano sia così influenzato dalla musica mediterranea e mediorientale senza mai dimenticare le radici sonore statunitensi. Non deve meravigliarci, perciò, il fatto di trovare pezzi bluegrass vicino a brani che sembrano usciti da una raccolta di musica etnica greca. Ne viene fuori un quadro sonoro che, anche se ti ricorda mille cose alla fine ha una sua identità di fondo. Assomiglia agli Shadowfax ma i Fernwood non suonano così new age. Può ricordarti qualcosa dell’ultimo Mauro Pagani, ma non è un disco world music. Può ricordarti certe cose dello Steve Hackett più acustico, ma anche in questo caso le soluzioni sonore sono diverse. "Almeria" è un disco che ogni volta che lo ascolti ti lascia qualcosa in più: una nota, un accordo, una sensazione diversa. E’ bello sapere che ogni tanto si trova ancora qualcuno che con la propria musica ti riconcilia col mondo circostante. |
Antonio Piacentini |
| HÖSTSONATEN |
Winterthrough |
AMS / BTF |
2008 |
ITA |
Conobbi Zuffanti ai primi anni ’90, dividemmo il palco per un concerto, lui era con i Calce e Compasso, io facevo cover di Genesis e Marillion, mi interessò subito la sua voglia di fare musica propria, note prese dalla propria mente e non da quella altrui, questa la sintesi del brevissimo colloquio a bordo palco. Zuffanti è, in effetti, uno dei grossi fiumi compositivi italiani e ben noti sono i suoi progetti, da Maschera di Cera ad Aries, da Finisterre a Quadraphonic ecc. ecc. Per il progetto Höstsonaten, nome tratto dal film dello svedese Bergman, Sinfonia d’Autunno, siamo al quinto volume, ma solo al secondo della “SeasonCycle Suite”, iniziato alla rovescia con la quarta parte, Springsong del 2002 e arrivato alla terza parte con questo Winterthrough. La band è un po’ la solita degli ultimi anni oltre allo stesso Fabio Zuffanti (basso, chitarre acustiche) troviamo l’istrionico Alessandro Corvaglia, che qui non canta ma si occupa di parte delle tastiere, Maurizio di Tollo alla batteria, Matteo Nahum alle chitarre elettriche, Edmondo Romano al sax e clarinetto basso e Roberto Vigo alle tastiere. Il disco è suddiviso in 10 movimenti, c’è del prog, ma non solo: possiamo ascoltare momenti tendenti alla classica o al jazz, momenti acustici molto intimistici, momenti di recitato con una voce che sembra provenire da un vecchio supporto fonografico, antichizzata per far correre la mente ancora più del normale. Tra i recitati alcuni passi si elevano per la grande liricità, in particolare mi ha colpito l’immagine di un uomo nella foresta che incide con una punta di fuoco: “Sono davvero l’unico rimasto?”.
Capisco ed è proprio questo lo scopo di Höstsonaten: un progetto iniziato 10 anni fa, giunto chissà a che punto del suo essere e senza sapere quando portarlo a termine. E’ come una sorta di vita parallela, che si tiene pulsante per non perdere il controllo della vita primaria, un ritratto di Dorian Grey al quale si affida una parte del proprio intimo per parlarne, per rendere pubblica una facciata inconfessata, triste, cupa, esorcizzarne gli effetti buttandoli fuori tenendoli a distanza, ma sapendoli orgogliosamente propri. Zuffanti ha iniziato la composizione di questo lavoro il primo gennaio del 2000, data emblematica. Da allora ha raccolto tutte le immagini per tenerle immagazzinate in memoria in attesa che le stesse si tramutassero in musica. Un quadro sbiadito dal tempo diventa un accordo di mellotron, una persiana socchiusa su un orizzonte infinito diventa un soffio di clarinetto, un altare semidistrutto di una chiesina sconsacrata diventa un arpeggio di chitarra acustica. Un mare in tempesta, un vetro appannato, una bruma mattutina, alberi spogli, sentieri innevati, il freddo nelle ossa e il gelo nel cuore, tutto è eidetico. C’è per l’ascoltatore la percezione di oggetti, di ambienti, vissuti come in un’allucinazione, ma anche la consapevolezza della loro natura onirica e prettamente mentale, sono – queste immagini – trasmesse da ogni singolo frammento musicale e nulla è più ingannevole di un’intenzione cognitiva che è in grado di far vagare la mente, con il suo potere visionario e creativo, partendo da sequenze di accordi. E’ il trasporto in una dimensione visionaria ricca di alter ego, di vivi e di morti, di marionette e di maschere, dove l’orologio non riesce più a scandire il tempo e il tempo stesso ha un altro significato; e si placa tutto, il desiderio di distruzione può divenire impulso d’amore, l’inquietudine è spezzata in migliaia di schegge che, senza origine e destinazione, non fanno che rimbalzare attorno ad un’anima che si erge presuntuosa senza macchia, certa che la nuova esperienza sia quella giusta.
Questo è uno di quei dischi a cui è difficile rimanere immuni, ci sono ingredienti tali da poter sposare il gusto di ogni progster e non solo, è un disco essenzialmente azzeccato e nelle sue trame, che pure appaiono semplici e spesso orecchiabili, ci si perde sempre più volentieri, ascolto dopo ascolto.
Dovendo parlare di parti più riuscite o meno potrei citare un paio di assolo di chitarra elettrica, che pur belli e ben eseguiti mi lasciano un po’ freddo per la ricerca di un suono che non mi pare rientri perfettamente nelle altre scelte del disco, ma siamo proprio a cavillare, perché nel complesso l’opera è ben più che riuscita, con notevolissimi picchi quali “Outside” e “Snowstorm”. Andate più che tranquilli con questo acquisto e lasciatevi trasportare nel mondo dell’immaginazione e in un turbinio di note che, come fiocchi di neve nella tempesta, vi accompagneranno finché ne avrete desiderio e finché vorrete (o non vorrete) sentirvi anche voi “Gli unici rimasti”. |
Roberto Vanali |
| MANOGURGEIL |
Unirytmejä |
autoprod. |
2007 |
FIN |
E' incredibile la splendida fioritura che sta vivendo la scena prog finlandese, ogni giorno si affacciano sul mercato discografico indipendente nuove band e tutte con qualcosa di da dire. Non si tratta in generale di gruppi all'avanguardia in termini di originalità, ma in molte occasioni le proposte sono interessanti e godibili. Molte purtroppo sono destinate a rimanere nell'ombra, all'interno di uno scenario in continuo fermento ma che sicuramente non gode della visibilità e della considerazione che meriterebbe. Speriamo non sia questo il caso dei Manogurgeil che giungono con questo album all'esordio discografico, dimostrando una buona maturità espressiva, un ottimo feeling e discrete capacità tecniche. L'aspetto che maggiormente colpisce riguarda sicuramente la scelta delle sonorità, che si basano su una tavolozza di sfumature vintage, centrate principalmente sul binomio organo/piano elettrico. La piacevolezza dei suoni viene sfruttata per disegnare melodie delicate ed affascinanti che si collocano a metà strada fra il repertorio dei Camel e quello dei Caravan più romantici. Proprio di ispirazione Cameliana appaiono le linee di chitarra, pulita e prevalentemente arpeggiata, che movimentano in maniera garbata e quasi impercettibile un tessuto sonoro avvolgente e privo di increspature. L'album appare nel complesso abbastanza omogeneo, confortevole, rilassante come una morbida trapunta di piuma d'oca e a discostarsi dalla media sono soprattutto le prime due tracce. Quella di apertura è l'unica cantata ed è dinamica e frizzante, con una performance vocale di Noora Peltomäki che ricorda vagamente i Pizzicato Five. La seconda canzone è quella più lunga, con i suoi undici muniti, ed è un tripudio di soft jazz Canterburyano ampiamente ispirato ai Caravan, con assoli d'organo intriganti, melodie sognanti ed un tessuto sonoro finemente movimentato ed elegante. Si tratta del pezzo più variegato dell'album che colpisce per i suoi suoni, per le belle melodie basate su déjà-vu inconfondibili, con intrecci fra il piano elettrico e l'organo davvero intriganti. Non che il resto dell'album non sia all'altezza ma i primi due pezzi sono a mio giudizio quelli più fantasiosi. Il resto del CD, come dicevamo, è più omogeneo, soft ed avvolgente; le atmosfere sono a volte spolverate di psichedelia, come in "Vesikävelijät valtaavat altaat", a volte sono più tarate sulle produzioni dei Camel, come nella graziosa "Poliisien kesäkoti", dalle melodie giocose che sembrano rubate a "The Snow Goose". Una storia un po' a sé stante a dire il vero la fanno anche i due pezzi di chiusura che sembrano quasi delle divagazioni da cantina, ma la loro durata è di sei minuti in totale e possono quasi essere considerati come un'appendice dell'album. Il risultato finale è sicuramente godibile ed apprezzabile per chi ama queste sonorità ed in sostanza si tratta di una prova pulita ed elegante che non trascende mai il gusto per le melodie distese e piacevoli che rimangono lo spirito guida di questo disco. |
Jessica Attene |
| MATS/MORGAN BAND |
Heat Beats Live/Tourbook 1991/2007 |
Cuneiform Records |
2008 |
SVE |
Epigoni di un jazz d’avanguardia che profuma di Zappa, di Magma, di Weather Report, questo duo ha dell’incredibile. E’ incredibile la capacità tecnica, è incredibile l’abilità di utilizzare tematiche non certo nuove, scomponendole e ricomponendole come un giocattolo da bambini. Mi rendo conto che parlare di Frank Zappa in una recensione sia rischioso: il rischio è quello di parlarne a sproposito evocando un’entità straordinaria che ha dato alla musica tanto e ancora tanto. Ma il rischio più grande è nel parlare di Frank Zappa nella recensione di un lavoro non suo. Per alcuni suonatori avere lo spettro che aleggia potrebbe essere quantomeno imbarazzante e per alcuni ascoltatori potrebbe essere fuorviante, ponendosi nell’idea che nulla è avvicinabile alle qualità del Maestro. Ma qui lo zappismo è insito nel DNA, mi verrebbe da dire che tutta la fatica che ha fatto in vita il vecchio Frank, nel cercare il “batterista perfetto” avrebbe avuto pace in questo incredibile equilibrista che è Morgan Ågren. In più è assolutamente impossibile parlare di strumentisti impressionanti senza parlare di questo tastierista non vedente Mats Öberg. E’ comunque fondamentale sottolineare che non stiamo parlando di musica riconducibile a Frank Zappa o a chiunque altro. Semplicemente con il termine “zappismo” voglio intendere un modo di fare musica: quel modo di fare musica. Sono opportunità, connessioni, positivismo musicale che coincidono con l’aggettivo. Il duo esiste dai primissimi anni ’80 quando per una concerto di Mats, che avrebbe voluto suonare con un percussionista all’altezza delle sue incredibili scale, si trovò dietro alle pelli un quattordicenne dalle qualità uniche. Da allora le uscite discografiche sono state estremamente parche, ma i tour si sono susseguiti con regolarità. Da questi episodi live ecco il nuovo lavoro.
Volume 1 CD - Heat Beats Live
12 brani ricchi di sonorità jazzate e avanguardistiche, Weather Report gioca con Zappa, Corea, Vander. Al duo si uniscono degli strumentisti di grande capacità, innanzi tutto un incredibile bassista, dallo stile a cavallo tra un Pastorius e Sinclair, Tommy Thordsson, sempre presente, puntuale, ricchissimo, ma mai ridondante, Robert Elovsson al synth e il fratello del batterista, Jimmy Ågren alla chitarra, molto noto nel giro del jazz d’avanguardia svedese. Inoltre in alcuni momenti la presenza di fiati (sax e corno) arricchiscono maggiormente le trame che, non stento a riconoscerlo, non sono mai lineari e scontate, anzi è nello stile tipico di Morgan “incasinare” le linee di batteria in maniera personalissima e tutto senza mai perdere di vista l’essenzialità della ritmica richiesta dal brano. La band si muove agile, tra le intemperanze ritmiche e le cascate di note del pianoforte senza porre un freno ad un jazz rock dinamicissimo con break progressivi di grande levatura e lacerazioni Funk in pieno stile Weather Report o Return To Forever. Eloquente in questo senso è il brano “Tvingle” un muro sonoro di impressionante qualità ed efficacia ed una linea di basso da 15 dita! Spesso le linee melodiche impostate dalla tastiera sconfinano o quantomeno corrono fiancheggiando una linea di demarcazione inconsueta e tendente a blues e alla new age, sono attimi di una liricità anomala e unica e sono atto preparatorio per un’altra esplosione di jazz rock progressivo senza paragoni odierni e, nel particolare sto parlando di “The Bösendorfer of Advokaten”. Lavoro impedibile, sicuramente.
Volume 2 DVD - Tourbook 1991 – 2007
Nel DVD le cose sono ben diverse, non si tratta, infatti, di un documento di concerto, ma di spezzoni di vita. Cartoline, frammenti di 16 anni di tour del duo. Protagonista del video però è quasi esclusivamente Morgan, in quanto sono piuttosto rare le riprese di Mats. Presumo, data la sua cecità, che non ami troppo essere ripreso, così anche le immagini che ritraggono entrambi sono riprese dall’angolo della batteria e Mats si intravede sullo sfondo senza potersi quasi rendere conto che faccia abbia. Musicalmente i frammenti sono spessissimo assolo di batteria, stranissimi, contorti, di una difficoltà monumentale. Esercizi da restare a bocca aperta, semplicemente fantastici, quanto autocelebrativi e alla fine anche un po’ monotoni. I frammenti di concerto sono molto interessanti, la verve che accompagna la band, sia in duo, sia con altri strumentisti rappresenta benissimo l’atmosfera di puro divertimento che deve aleggiare in ogni esibizione. Interessante lo spezzone di partecipazione di un irriconoscibile Captain Beefheart che legge uno dei suoi testi allucinati su una metrica che chiunque stenterebbe a comprendere. DVD sicuramente interessante e divertente ma, ripeto, alla fine un po’ noioso. |
Roberto Vanali |
| MELNITSA |
Doroga sna |
CDland |
2003 |
RUS |
I Melnitsa nascono nel 1999 dalle ceneri di un'altra band, gli Ulenshpigel, attivi fin dal 1996, con l'intento di suonare una miscela di musica da camera e ballad medievali legate al folklore baltico, slavo e celtico. Non è certamente questo a renderli speciali, dal momento che questo proposito è condiviso da molti altri gruppi folk; per la verità forse non saprei neanche io spiegarvi perché questo gruppo mi attrae così tanto, sarà stata forse l'incantevole copertina che ritrae una nave vichinga illuminata da una pallida luce lunare, forse sarà la voce di Khelavisa, che somiglia un po' a quella di Moya Brennan dei primi Clannad, ad esercitare su di me uno strano magnetismo, o forse sarà che questa cantante dagli occhi verdi usa l'arpa celtica, che ha imparato a suonare in Irlanda, come accompagnamento in molte sue canzoni. E' molto particolare che Khelavisa, il cui vero nome, Natalya O'Shey, tradisce delle verosimili origini irlandesi, usi il russo per cantare delle melodie che nel nostro immaginario potrebbero essere interpretate in gaelico. L'effetto ottenuto è singolare perché, nonostante la lingua sia slava, l'impressione complessiva la avvicina incredibilmente alle terre celtiche a noi più familiari. Questo primo album dei Melnitsa (che in russo significa mulino), intitolato "La strada del sogno", è interamente acustico, dai tratti fortemente folk ma dagli arrangiamenti squisitamente sinfonici, realizzati col flauto, il violino, il violoncello, la chitarra acustica e una base percussiva tradizionale non invadente. Ne risulta una musica elegante e sognante, dai tratti semplici e dominata dalla performance vocale di Khelavisa che riesce sempre ad essere coinvolgente, sia nelle parti più romantiche, come nella splendida "Zima" (settima traccia), che in quelle più movimentate come nella ritmata "Gorets" (seconda traccia, basata sulla traduzione di un'opera del celebre poeta scozzese Robert Burns). Da segnalare la sesta traccia, intitolata "Tarantella", una rielaborazione di un classico folk tune napoletano. La qualità di registrazione, cosa non proprio scontata in Russia anche ai nostri giorni, è di alto livello e questo amplifica certamente la godibilità dell'ascolto. L'unica difficoltà sta nell'acquisto del CD, dal momento che i titoli di copertina sono tutti in cirillico. Questa difficoltà si può volendo superare facilmente visto che questo album si può reperire a poco prezzo via internet: se vi sentite incuriositi potete scrivermi e vi aiuterò volentieri, con un piccolo sforzo sarete ricompensati con questa musica da sogno. |
Jessica Attene |
| POCOLOCO |
Solcu porce |
autoprod. |
2007 |
CZE |
Forse qualcuno di voi avrà sentito nominare gli Hokr, il gruppo ceco riformatosi in tempi recenti che ha registrato ex novo materiale che eseguiva in clandestinità negli anni Settanta/Ottanta, all'epoca della repressione comunista. Questi Pocoloco non sono altro che gli Hokr al completo con Franta Kakeš al posto di Petr Čermak che da un po' di tempo è emigrato negli Stati Uniti. Per capire cosa suonano questi praghesi Pocoloco dobbiamo partire proprio dagli Hokr, dal momento che la musica proposta è molto vicina al repertorio di questa band. Ancora una volta abbiamo la voce di Vladimír Liška ad inquietare le nostre orecchie con il suo timbro baritonale e minaccioso, maledettamente attraente, che somiglia quasi ad un growl e che sembra a volte imprecare e borbottare, più che cantare. La musica non è altro che un complemento alla voce di questo brutto ceffo, gotica e grottesca, ombrosa, a tratti quasi doom e spettrale. "Vzpomínky na Kubu" sembra quasi la colonna sonora di un film dell'orrore con una base di archi che ricorda un po' i My Dying Bride. Non mancano comunque i bei momenti strumentali, spesso giocati in maniera brillante sull'intreccio fra il piano ed il sax prorompente e che in altre occasioni non sono immuni da certe influenze jazz. Altre volte l'irriverenza della musica si avvicina allo spirito dei Plastic People anche se, fra le influenze principali, vanno annoverati sicuramente i VdGG. Non so proprio cosa mai vogliano dire le liriche ma la sensazione percepita è che Liška ci stia lanciando una serie di maledizioni ed in altre occasioni sembra litigare letteralmente col sax che ulula. Fra i pezzi più entusiasmanti mi piace ricordare "Perpetuum rodentia" in cui Liška dà prova di un istrionismo esaltante mentre gli strumenti attorno sembrano rincorrersi in maniera ossessiva, con il sax di Richard Slach che rappresenta quasi una seconda voce solista. Forse rispetto alla musica degli Hokr questa proposta appare più diretta ma il fascino oscuro e bizzarro della vecchia band è quasi perfettamente conservato ed i musicisti stessi appaiono in ottima forma. Se siete fra i pochi fortunati ad aver acquistato il CD degli Hokr fate vostro anche questo album, sicuramente degno del predecessore. Se non conoscete gli Hokr e la descrizione della musica vi tenta, allora accaparratevi l'uno e l'altro album perché si tratta di proposte a loro modo davvero particolari. |
Jessica Attene |
| QUI |
Qui |
Musea / Poseidon |
2008 |
JAP |
Non me lo ricordavo assolutamente così questo gruppo, mi sono infatti ritrovata ad estrarre nuovamente il CD dal lettore per controllare che avessi inserito proprio quello dei giapponesi e non l'ultima uscita di qualche band svedese. In effetti il CD che sto ascoltando è proprio il secondo album dei Qui, pubblicato a distanza di due anni dall'esordio "Prelude". Presa coscienza di questo fatto corro a rileggermi la recensione del primo CD che corrisponde nella descrizione ai miei ricordi: jazz rock spietato ed interpretato da una formazione ridotta al minimo indispensabile, con chitarra, basso e batteria. In effetti dalle note biografiche scopriamo che la band del chitarrista virtuoso Takashi Hayashi si è completamente trasformata e consta allo stato attuale di ben cinque elementi, grazie all'aggiunta di un flautista e di un percussionista, più un sassofonista come ospite. Anche la musica ha cambiato decisamente direzione, trattandosi di un jazz rock sinuoso e vibrante, dalle sonorità vintage e non privo di qualche guizzo psichedelico e qualche aggraziata pennellata sinfonica. Abbiamo tracce di grande atmosfera, come quella di apertura, "Puyol", con linee percussive che ci riportano quasi al repertorio di Santana, ed un flauto che domina totalmente il paesaggio sonoro con i suoi fraseggi alati. Il risultato finale potrebbe essere stato partorito in Scandinavia, forse per le sonorità oscure o per il riverbero piacevole dei suoni. La chitarra è suonata in maniera pulita e virtuosa, senza mai sfoggiare i muscoli ma facendosi notare per il tocco elegante e leggero di Takashi, che sembra quasi ispirarsi ad Holdsworth. "Mimique", la breve seconda traccia, si basa su scelte melodiche semplici e piacevoli, a dimostrare che spesso una scelta equilibrata per quel che riguarda gli arrangiamenti, con una maggiore attenzione rivolta all'atmosfera generale e al rispetto della forma della canzone, garantisce la riuscita finale del pezzo. La seconda parte del CD si discosta un po' dagli standard dei primi 3 pezzi con un orientamento maggiore verso la sperimentazione ed il free jazz ed il flauto in queste occasioni potrebbe quasi essere quello di Jiří Stivín: il gusto di Kazuo Yoshida non si lascia mai sopraffare dalla tecnica, facendo sì che anche nelle soluzioni più estreme persista una certa godibilità di fondo che fa scorrere agevolmente la musica. Giudizio positivo per questo album, che non è sicuramente l'ultimo ritrovato del prog jazz, ma che ci permette di navigare per 48 minuti buoni in acque sicure, nonostante l'apparente minacciosità di qualche cavallone che sembra alzarsi in lontananza ma che non riesce mai a mettere in pericolo la stabilità della nostra imbarcazione. |
Jessica Attene |
| RÊVERIE |
Shakespeare, la donna, il sogno |
autoprod. |
2008 |
ITA |
I Rêverie nascono nel 1996 grazie all'iniziativa del chitarrista e compositore milanese Valerio Vado con lo scopo di realizzare musica di ispirazione barocca e rinascimentale italiana ma anche di matrice celtica e mediorientale in chiave moderna. Fino ad oggi la band ha prodotto 3 demo che concretizzano in vario modo questo desiderio artistico e giunge, con questo che può essere considerato il vero e proprio esordio ufficiale, alla sua quarta prova discografica. Il titolo poetico e romantico ci porta nel cuore dell'opera che è costruita attorno a una serie di sonetti di Shakespeare incentrati sul tema dell'amore. I sonetti rappresentano quindi le liriche delle canzoni e la musica non poteva che essere sognante, elegante e riecheggiante lo stile dei bardi e dei cantori raminghi. La donna cui fa riferimento il titolo è la "dark lady" protagonista di un intreccio amoroso che lega il celebre poeta inglese ad una oscura signora che è destinataria di molti suoi sonetti. Il tema della "dark lady" viene recuperato dai Rêverie e riadattato nella costruzione di una cornice narrativa che lega le diverse canzoni dell'opera: si narra che durante un concerto di musica rinascimentale avvenuto ai nostri tempi ad Elsinore, in Danimarca, il giullare Yorick sia risorto, rievocato involontariamente dai musicisti che ne pronunciano il nome. Così come Shakespeare anche Yorick subisce il fascino della "dark lady" di cui però non ricorda l'identità che cerca di recuperare fra i versi del poeta che è al tempo stesso suo rivale in amore. Adesso che sappiamo qualcosa di più sulla storia narrata in questo magico scrigno sonoro siamo pronti all'ascolto. La musica, come ci si potrebbe aspettare, è per lo più acustica, con qualche sporadica incursione di strumenti elettrici. Troviamo quindi il flauto ed il mandolino di Fulvia Borini, il banjo, l'organo, il flauto tenore, il piano Rhodes, il clarinetto ed il Moog di Alberto Sozzi, le chitarre acustiche di Valerio Vado (che suona anche gli archi synth ed il piano Rhodes) e di Daniele Defranchis, il violoncello di Andrea Amir Baroni e soprattutto la voce di Fanny Fortunati che caratterizza fortemente queste composizioni. Il suo stile canoro ci riporta al rinascimento e ricorda vagamente per certi aspetti la voce acuta e particolare di Annie Haslam nel suo periodo più acerbo e giovanile. Alle canzoni basate sui sonetti di Shakespeare si alternano graziosi idilli strumentali, alcuni dei quali rappresentano delle riproposizioni di melodie tradizionali classiche inglesi risalenti al XVI e al XVII secolo, riarrangiate con gusto da Valerio Vado che è anche il compositore del gruppo. Alcune tracce, come il "Sonetto 18" ed il "Sonetto 147", seguono lo schema classico della cantata barocca, ma nell'ambito di questa struttura antica e tradizionale l'esecuzione vivace e brillante dona un certo gusto moderno a composizioni che sembrano giungerci da tempi ormai dimenticati. Fra i momenti più intensi mi piace ricordare la traccia di chiusura basata sul "Sonetto 130" in cui la musica, costruita sugli arpeggi squillanti della chitarra e sul violoncello dalla timbrica piacevolmente grave e vellutata, riesce a riempire di emozione i versi che il poeta dedicò alla sua "dark lady", celebrata come una donna vera, non trasfigurata da falsi paragoni letterari, ma unica ed amata con grande passione. L'atmosfera generale che si respira sembra avere la dimensione del sogno e le melodie sono sempre fragili ed aggraziate e ci fanno quasi dimenticare lo scorrere del tempo creando una romantica impressione di distacco dalla realtà. Purtroppo la durata dell'opera è piuttosto contenuta dal momento che il concept dura circa 27 minuti. Una decina di minuti aggiuntivi vengono forniti dalle due bonus track di chiusura che si discostano abbastanza dal nucleo dell'album. Si tratta di un paio di pezzi cantati in esperanto basati più sul prog melodico, con passaggi strumentali meditativi costruiti su sintetizzatori vaporosi che si stagliano sullo sfondo ad accompagnare come una base musicale spenta la voce di Fanny. Secondo me queste ultimi pezzi non aggiungono assolutamente niente all'opera che, pur nella sua brevità, si lascia apprezzare per la sua immediatezza, per la sua freschezza e per la trovata del concept, semplice ma decisamente azzeccata. Se amate le suggestioni medievali, la musica dai tratti folk, le belle voci femminili e la letteratura, questa potrebbe essere un'idea davvero interessante. |
Jessica Attene |
| ALBERTO RIGONI |
Something different |
Lion Music |
2008 |
ITA |
Questo cd entra a far parte della categoria “bass guitar-hero”, infatti il contenuto musicale di "Something Different" si focalizza sul basso elettrico a sei corde di Alberto Rigoni, un virtuoso musicista che sembra divertirsi nello spaziare verso più generi musicali, dalla fusion all'immancabile metal, un calderone di stili che non lascia stupefatti ma che (per fortuna) non tradisce comunque un minimo di buon gusto in diverse atmosfere. Va detto naturalmente che Rigoni, da un punto di vista puramente tecnico è quantomeno eccellente, mentre come compositore si difende in maniera alterna: l'eleganza patinata ed un po' asettica del cd potrebbe lasciare a tratti un po' freddi, specialmente nei pezzi in cui si cerca di aumentare il livello di adrenalina con sonorità metal non particolarmente entusiasmanti ed originali; laddove il disco prende la strada del jazz, con un pizzico d'elaborazione sonora orientata verso l'elettronica, si può apprezzare una musica d'intrattenimento forse priva di una vera e propria identità basilare ma che almeno si lascia ascoltare. C'è da chiedersi, però: chi potrebbe mai spendere i propri soldi per un disco che alla resa dei conti potrebbe interessare giusto la categoria dei bassisti? Di fronte all'enorme quantità di cd pubblicati, una “concorrenza” direi implacabile all'interno del mercato discografico (se esiste ancora un mercato vero e proprio), è un peccato che musicisti così dotati come Rigoni non sembrino interessati ad emergere dalla massa per realizzare qualcosa di realmente interessante. E' pur vero che "Something Different" è il disco d'esordio di Alberto Rigoni, ha ancora tempo a disposizione per crescere... chissà, se ben guidato magari potrebbe lasciarci in futuro qualcosa di speciale, o forse no... staremo a vedere. Intanto è possibile ascoltare qualche anteprima su www.myspace.com/albertorigoni |
Giovanni Carta |
| SOUNDBORNE |
Hallucinations |
Reroute Records |
2008 |
NOR |
Esordio discografico per questo gruppo norvegese capitanato dal chitarrista Stian Dahl. Disco che, seppur a fatica, è inseribile nel filone del progressive metal, ma con alcune dovute specificazioni. Innanzi tutto i brani sono molti e sempre piuttosto brevi (al massimo si superano di poco i 4 minuti) e quindi le strutture complesse, talvolta epiche e con sviluppi cangianti, tipiche del genere non hanno lo spazio materiale in cui svilupparsi. L’idea quindi è tendenzialmente quello della canzone, seppur strumentale, con un breve accenno di intro, uno sviluppo armonico e un finale che arriva piuttosto repentino. Poi è il caso di sottolineare che non tutto ruota attorno al metal, ma si incontrano anche atmosfere acustiche e pop, accenni di AOR e momenti dove il ritmo si fa quasi danzerino, ad ogni modo ovunque è padrona la chitarra. I suoni e la tecnica esecutiva e di incisione sono molto curati e la produzione è d’eccellenza. C’è anche l’inserimento di un violino ed un violoncello per alcuni momenti più intriganti e dolci, con chitarra acustica ("Lullaby") e qualche barocchismo esecutivo come nella breve e romantica “Le Roi Soleil”. Precisa, potente e flessibile è la sezione ritmica con il basso di Morten Granheim e il drumming di Torkil Riiser che viene spesso fuori in maniera decisa come nel brano dall’eloquente titolo “Funky”, mentre le tastiere del pur bravo Lasse Finbråten sono un po’ troppo di contorno.
Insomma un disco a tratti piacevole e a tratti un po’ anonimo, il gruppo risulta già al lavoro per un secondo disco, questa volta cantato, aspettiamo per non pensare ad un continuo spreco di talento in musiche che, tutto sommato, molti potrebbero fare. |
Roberto Vanali |
| WOOD ORCHESTRA |
L'attesa |
Silent Groove |
2006 |
ITA |
La musica scorre con la stessa “apparente” semplicità di una colonna sonora per film. I movimenti sonori si susseguono come fossero all’inseguimento dell’ideale immagine a cui far corredo. Gli strumenti, spesso scarni nel numero, coprono le gamme di frequenza che inevitabilmente arrivano all’anima, con note misurate, mai ridondanti, mai inutili o leziose. Così la chitarra acustica di Enrico Breanza è frequentemente tappeto di velluto ora per il clarinetto del leader Marco Pasetto ora per la marimba pulita ed evocativa di Michele Pachera, mentre dolci percussioni e un contrabbasso minimale contornano l’evocazione. Musicalmente non ci sono le trame tipiche del prog, ci sono però le atmosfere casalinghe o esotiche in grado di soddisfare l’ascolto anche più esigente, grazie a tessiture mai banali nelle quali spesso ci si addentra e ci si lascia avvolgere come da un guanto della giusta misura.
Il CD è composto da 18 brevi brani, per la maggior parte strumentali e completamente acustici. Ove compare il cantato (in un caso il recitato) spesso si rifà a tradizioni culturali di regioni anche distanti dalla cultura veneta d’origine dell’ensemble. Temi dalla Liguria, dalla Calabria, dalla Sicilia e dalla Puglia, oltre naturalmente al Veneto, ma anche provenienti da arie e aree mediterranee più a sud come nel caso della splendida “Phi” che, con le sue funamboliche percussioni, sa tanto di mercato arabo. E’ bene sottolineare che i brani derivati da tradizionali delle citate regioni, sono assai difficili da rendere in un ambiente tendente alla musica d’autore, nati – come sono – per il popolano e quindi con scritture molto blande e semplici. Esempio di questa difficoltà credo sia “Dormi, dormi” una ninnananna calabrese che deve aver dato parecchie noie di inserimento in un progetto di questo tipo. Molto meglio si inseriscono la ninnananna pugliese che, con il suo splendido arrangiamento assurge forse a miglior brano del disco e quella ligure “Fa nanà pupon” anche se, da ligure, devo segnalare diversi e importanti errori di pronuncia e un testo piuttosto distante dall’originale che mia nonna mi cantava, in questo caso saltano le rime che normalmente contornano una ninnananna.
Ad ogni modo un ascolto complessivamente positivo, che consente di allontanarsi mentalmente da caos e frenesie, dove tutto è ben dosato e dove momenti sonori più complessi non sono troppo distanti da ciò che siamo maggiormente abituati ad ascoltare. |
Roberto Vanali |
Interviste
| WRONG OBJECT, THE |
Peppe di Spirito e Giuseppe Scandizzo |
Abbiamo il piacere di incontrare i Wrong Object al completo, la mattina dopo il concerto tenuto a Paestum. In una calda giornata pre-estiva siamo piacevolmente rinfrescati dall'ombra dei pini del bed and breakfast dove la band alloggia. I musicisti mostrano grande piacere e disponibilità vedendo il nostro interesse e viene fuori un'intervista che ce li fa conoscere un po' meglio.
Come vi siete ritrovati a suonare a Paestum?
Damien: Leonardo Pavkovic ci ha messo in contatto con Biagio Francia, che poi ha organizzato tutto molto rapidamente. Nel giro di un mese era tutto pronto.
Quali sono state le vostre impressioni sul concerto di ieri sera?
Fred: Siamo molto soddisfatti per quanto riguarda il suono e l'organizzazione. Peccato che c'era pochissimo pubblico. Laurent: In base al pubblico presente cerchiamo di capire se è il caso di puntare più sul jazz o sul rock. Abbiamo visto che ieri il pubblico era composto principalmente da persone adulte e quindi abbiamo puntato un po' più sul jazz. In ogni caso suonando a Paestum abbiamo percepito un'atmosfera particolarmente evocativa. Jean- Paul: Siamo comunque contenti, perché pensiamo di aver suonato bene.
Siete soddisfatti del vostro album?
Laurent: E' stato un po' stressante, perché l'abbiamo registrato in due giorni e non abbiamo avuto il tempo di fare tutto quello che avremmo voluto. La produzione è stata limitata e quindi abbiamo preso dei rischi. Nonostante il poco tempo per registrare e mixare il tutto siamo contenti del risultato ottenuto. Alla fine è stata una sorpresa, forse proprio per la limitazione di tempo: da questa situazione sono uscite infatti cose impreviste, ma molto belle. Se prendi dei rischi, talvolta la musica può rivelarsi più ricca. Michel: Le reazioni sono state buone, abbiamo ricevuto 150 recensioni da ogni parte del mondo e sono tutte molto positive. Una bella sorpresa davvero, soprattutto considerando che abbiamo fatto le cose così velocemente.
Com'è il vostro processo di composizione?
Michel: Compongo io la maggior parte dei pezzi, porto le idee di base e poi gli arrangiamenti li facciamo tutti insieme. Ciascuno porta le sue idee e il risultato finale è un concetto collettivo, originale.
Anche in futuro pensate di registrare in presa diretta, senza sovraincisioni?
Michel: Sì, è il metodo che preferiamo, perché vogliamo fare album che si possano suonare dal vivo. Perché se un album è sovraprodotto, rischieremmo di non poter eseguire i nostri pezzi in concerto e rimarremmo delusi.
Suonate molto dal vivo in Belgio?
Michel: Non abbastanza, diciamo una ventina di volte all'anno, che per un tipo di musica alternativa non è male. Cerchiamo comunque di suonare in buone condizioni, non accettiamo tutto.
Sappiamo che tra poco suonerete al festival Les Tritonales a Parigi…
Michel: Sì, la settimana prossima. Ci abbiamo suonato anche l'anno scorso. E' un festival bellissimo, peccato che dobbiamo andar via il giorno dopo… Ci sono stati tantissimi jazz-men famosi che hanno suonato lì: Christian Vander dei Magma, Louis Sclavis, Michel Portal, Jannick Top, Mederic Collignon, gli One Shot di Daniel Jeand'heur. E' un club molto accogliente, che prende anche tanti rischi, ma il pubblico accorre... E' Parigi… Poi dopo faremo anche lo Zappanale, con due concerti, uno tradizionale, con qualche cover di Zappa, perché il pubblico ovviamente vuole questo e in ogni caso ci piace molto. Un altro concerto sarà invece con il nipote di Zappa, Stanley Jason Zappa. Lui fa parte della scena free-jazz ed ha espresso proprio la volontà di suonare con noi; faremo una specie di big-band, visto che parteciperà anche un altro quintetto. Questo spettacolo sarà basato sia su temi dei Wrong Object che su temi di Stanley Zappa e somiglierà all'estetica di Sun Ra, un tipo di improvvisazione strutturata.
C'è qualche concerto particolare che ricordate?
Michel: Diciamo il migliore e il peggiore… (ridendo - ndr) Laurent: Ogni volta è diverso; a livello di importanza, forse proprio quello del Triton, dove abbiamo fatto un bel concerto, anche perché la gente conosce bene il tipo di musica che suoniamo. Le condizioni sono ottimali, il materiale è buono, la gente gentile. Credo che giovedì prossimo andrà tutto bene. Lo Zappanale è stato il primo concerto di rilievo che abbiamo fatto con questa formazione. Ricordo anche un importante festival jazz ad Atene, dove abbiamo suonato davanti a 2000 persone. E' raro suonare davanti a tanta gente, con pubblico che risponde bene, anche se le condizioni erano un po' difficili a causa di alcuni ritardi. Michel: In Grecia è stato divertente perché la prima sera abbiamo suonato in un club di fronte a 30 persone, la seconda di fronte a 3000 perché era nell'ambito dell'European Jazz Festival. Per quanto riguarda il concerto peggiore ricordo quello ad un locale a Liegi, il Just Point, dove il palco era vicino alle toilette e ogni volta che qualcuno doveva andare in bagno dovevamo spostare gli strumenti e permettere loro di passare. Poi non c'era niente da bere… Damien: A noi piace bere. In Belgio ci sono birre speciali. E ci piace anche il vino… Michel: Siamo un gruppo festivo… Pensiamo che fare cose sperimentali e di avanguardia non è qualcosa di incompatibile col divertimento e questo è un altro degli elementi di forza del gruppo. Unire birra e vino… (ridono - ndr) D'altronde anche Zappa aveva un po' questa caratteristica.
Oltre Zappa e i gruppi di Canterbury, avete altre influenze particolari, sia come gruppo che individualmente?
Michel: Io chiaramente Zappa, ma anche Stravinskij, Bartok. Poi sono proprio io quello maggiormente affascinato dai gruppi di Canterbury e questo tipo di musica. Quando avevo 10 anni ascoltavo Hatfield and the North e i Soft Machine dalla mattina alla sera. Dopo è stato un sogno incontrare i miei eroi e suonare con Elton Dean, non mi sembrava vero. Ad ogni modo, ritengo gli Hatfield and the North il gruppo più completo di tutti. Damien: Le mie influenze sono differenti, perché provengo innanzitutto dal mondo del rock; dal jazz invece apprezzo soprattutto chi mischia l'elettronica col jazz. Per esempio i Jaga Jazzist, che adoro, o Erik Truffaz. Per il rock, i Sonic Youth, poi i Radiohead sono stati i gruppi che ho più apprezzato nell'unire più stili. Michel: Io, Damien e Laurent siamo molto affascinati dai Sonic Youth. Damien: E' bello far parte di un gruppo che propone rock progressivo. Io, Michel e Laurent siamo quelli maggiormente legati al prog. Adoro anche io i Soft Machine, Hugh Hopper… Fred e Jean-Paul, invece, li hanno scoperti dopo aver iniziato a suonare con noi. Michel: Una cosa importantissima è che Fred e Jean-Paul non conoscono questa scena ed è un vantaggio. Perché hanno un orecchio fresco. Così suoniamo in modo diverso rispetto alle cover band che hanno sentito Zappa dalla mattina alla sera per anni e che hanno assimilato tutte le caratteristiche e gli arrangiamenti originali. Perciò ci vengono fuori cose speciali. Laurent: Io sono un musicista autodidatta, ho imparato da solo… ho iniziato con il rock, il thrash, il punk... Per andare più lontano nella musica ho iniziato ad ascoltare anche altro e mi sono imbattuto nel jazz. Ho ascoltato molto jazz, pur continuando a seguire i progetti rock, soprattutto quelli che si uniscono alle nuove influenze e non si pongono limiti stilistici. Così oggi apprezzo la buona musica, indipendentemente dallo stile. Ascolto anche musica classica. E' difficile però nominare qualche gruppo in particolare. Mi hanno influenzato sia batteristi rock che jazz. Apprezzo il progressive rock per il fatto che non ha limiti. Per esempio i vecchi Genesis, quelli con Peter Gabriel, che univano più generi, basandosi anche sulla musica classica. Poi c'è il jazz moderno. Ma cos'è la musica moderna? Non vuol dire niente… la musica è evoluzione, senza limiti, senza pregiudizi. Tutto mi interessa quando è ben fatto. Non mi interessa citare nomi di persone, non ha molto senso per me. Fred: Io sono influenzato soprattutto dalla musica classica e dal jazz. Per me tutto nasce da qui, classica, blues, jazz… Nemmeno a me va di fare nomi, ma quello che mi dà veramente fastidio è che c'è in giro troppa musica indigeribile… Laurent: Adesso non ci sono molte belle cose da sentire. E' difficile trovare musica di qualità da ascoltare oggi. Michel: Un altro musicista molto importante per me è Messiaen, perché dà idee anche per i gruppi che suonano la musica elettronica. Mi piacciono anche Amon Tobin, Squarepusher e tutta questa scena post-drums&bass un po' speciale e alternativa. Laurent: La maggior parte delle cose che mi interessa per me sono finite da tempo… Tra le cose che escono adesso mi è capitato di sentire un album di jazz-rock di Jim Black, per esempio, in cui il sax è suonato come una chitarra elettrica. Ci sono tante cose simili che escono oggigiorno ma non mi interessano molto. Non è la rivoluzione, perché ci sono altri gruppi che fanno la stessa cosa. E poi la musica è evoluzione e non è compatibile con la rivoluzione. Il jazz queste cose le ha già inventate, la musica classica le aveva già dette ma non ne aveva lo spirito. Nella musica la cosa più importante è la personalità. Ecco, volevi un nome di un musicista che adoro? La più grande personalità del rock che abbia mai ascoltato è Captain Beefheart. Ha fatto cose che nessun altro ha fatto, nemmeno Zappa. E' unico. Questo mi interessa, ma noi non vogliamo copiare da lui. Quella è la musica di Beefheart. E' riuscito a fare qualcosa. Ed è questo che conta.
Come vi siete incontrati?
Michel: Ci sono state due line-up: la prima risale alla fine del 2001. Poi nel 2005 ci siamo trovati senza batterista. Il nostro primo batterista ha pensato a Laurent perché era il suo professore. Lo ha contattato perché Laurent è interessato al prog, alla sperimentazione. Ci siamo trovati con questa sezione ritmica ma volevamo cambiare qualcos'altro. Laurent conosceva Fred, lo ha chiamato perché avevamo bisogno di un sassofonista, così abbiamo fatto una prova con lui e lui si è mostrato subito interessato. Poi Fred ha portato Jean- Paul con cui già suonava. Jean- Paul ha solo 55 anni, ma beve troppo e quindi sembra che ne ha 65 (Jean-Paul è il più giovane del gruppo e sembra un ragazzino – ndr). Fred è stato un po' il mentore di Jean- Paul, così ha pensato subito a lui. Si conoscono molto bene, sono affiatati, c'è qualcosa di telepatico tra loro. In tre mesi la nuova line-up era pronta a suonare. Damien: La prima line-up era molto più rock. Ora c'è un mix col jazz, che ascoltiamo tutti noi, ecco perché adesso le nostre composizioni vanno in più direzioni… perché c'è questa unione di influenze differenti. Michel: Ed è nostra intenzione continuare sempre di più con queste sperimentazioni. Fred: Il nostro è da sempre un gruppo che ha cercato un suono particolare. Il sax ora è una specie di motore per le composizioni e gli arrangiamenti. E' il suono che ci tiene uniti. A volte facciamo qualcosa di semplice di più puro… Laurent: Ma come nel jazz, se non hai lo spirito non hai il suono, se non ha i il suono non hai lo spirito. E' questo che vale nel gruppo. Michel: Nel gruppo, considerando tutte queste influenze, la coesione viene nel suono.
Come vi siete trovati con Biagio Francia? Lo volete prendere con voi dopo l'esibizione di ieri?
Damien: Avremmo voluto che suonasse di più, ma i tempi erano ristretti.
La scelta delle voci greche è stata incredibile…
Michel: Il sample di base è la registrazione di un attore greco che ha recitato in greco antico un'ode a Nettuno composta nel secolo in cui è stato costruito il Tempio di Nettuno. Su internet c'è anche una traduzione in inglese. Non ricordo bene ora il suo nome… Aleksandros… Jean-Paul: Del Piero… (risate - ndr) Michel: Non penso che loro abbiano voglia di parlare di calcio (risate - ndr)
Quanto è importante per voi l'improvvisazione, soprattutto quando suonate dal vivo?
Michel: Ci sono pezzi che sono proprio strutturati dalla A alla Z. Altri sono modulari. Nel senso che ci sono moduli fissi, in cui eseguiamo quello che è scritto sulla partitura, ma dentro cui inseriamo dei passaggi sui quali possiamo improvvisare e può accadere di tutto. Tra noi poi ci sono dei segni che mettono fine all'improvvisazione.
E' mai successo che qualcuno tra di voi non ha rispettato questi segni?
Damien: Sì, basandosi anche sul jazz nel nostro repertorio ci viene spontanea la voglia di decostruire, scomporre, variare. Michel: Lo facciamo soprattutto con i pezzi più vecchi. Damien: Tipico dello spirito jazz. Cercare di sorprendere, Spingere gli altri a reagire. Ci piace prendere dei rischi. Più siamo sicuri su di un pezzo, più improvvisiamo, facendo un po' i kamikaze, andando a volte in più direzioni, a volte in tonalità diverse. Capita che facciamo davvero casino… (risate – ndr)
Conoscete gruppi prog italiani?
Michel: Gli Area con Demetrio Stratos mi piacciono tanto. Mi piacciono i D.F.A. Una volta ascoltavo anche la P.F.M., ultimamente non più. Mi piacciono anche alcuni jazz-men italiani, come Stefano Bollani e Paolo Fresu. Laurent: Ci sono molti italiani immigrati in Belgio e quasi la metà dei musicisti delle jazz-band belghe sono di origine italiane.
E' più facile suonare all'estero?
Laurent: Si dice che in Belgio i musicisti jazz non sono molto contenti, ma quando andiamo all'estero ci rendiamo facciamo dei confronti e ci rendiamo conto che non è tanto male.
Avete mai sentito parlare del Festival Jazz di Laurino?
Michel: Ci sono tanti festival jazz… Io invio delle e-mail per partecipare ai festival, ma per partecipare a dei festival in Europa c'è bisogno di un manager. Abbiamo progetti per gli Stati Uniti, per il Brasile, per il Messico, ma per l'Europa è più difficile senza un manager.
C'è un altro gruppo belga, che similmente a voi, è ispirato dalla scena di Canterbury, i Finnegans Wake? Li conosci?
Sì, li conosco, tra l'altro suono in un altro gruppo con Guy Segers, il bassista degli Univers Zero, che collabora con loro. Mi piace molto suonare con Guy, perché è una persona molto buona. Per gli Univers Zero è come per i Magma: se guardi le copertine dei dischi, dici “io non voglio avere nulla a che fare con loro!”, poi dopo ti rendi conto…
Il clima allegro, la comune passione per la musica, il bel tempo e la disponibilità dei Wrong Object sono elementi che spingerebbero a continuare la bella chiacchierata durata già tre quarti d'ora, ma i musicisti hanno i minuti contati e devono prendere un aereo nel pomeriggio. Continueremo a seguire i loro passi, perché se lo meritano!
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