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LITTLE TRAGEDIES Chinese songs part II Mals 2008 RUS

A distanza di pochi mesi dalla stesura della recensione di “Chinese Songs Parte 1” eccomi di nuovo qui a commentarvi la seconda parte di quest’opera. Come vi ho ampiamente spiegato in precedenza, Chinese Songs, il nuovo lavoro dei Little Tragedies, avrebbe dovuto costituire nelle intenzioni originarie del suo autore, il musicista e compositore Russo Gennady Ilyin, un doppio album (quasi un concept) basato sui testi di antichissime poesie cinesi. Quando i giochi sembravano ormai conclusi, una sciagurata strategia di marketing dell’etichetta Mals ha frammentato la pubblicazione in due volumi separati, operazione da me particolarmente stigmatizzata.
La conseguenza più immediata di questa decisione è stata non a caso la nascita di due album strettamente in simbiosi fra loro e mai completamente indipendenti, il primo proiettato verso il proprio naturale seguito, il secondo praticamente agganciato al capitolo precedente attraverso una fitta maglia di riferimenti che di fatto lo tramutano in una sorta di ovvia conclusione.
Gli indizi in favore dell’evidente complementarietà del nuovo volume sono per lo più
1)     la sua brevissima durata (40 minuti scarsi), circostanza piuttosto anomala per un generico Cd di Prog contemporaneo ma soprattutto per un lavoro dei Little Tragedies, formazione che nel corso degli anni ci ha proposto quasi sempre album piuttosto lunghi.
2)     la presenza di numerosi temi musicali della prima parte, seppur rielaborati secondo diversi arrangiamenti.
L’ultimo punto è un particolare importante che dimostra l’appartenenza delle due opere allo stesso processo creativo. Vien da sè l’invito che vi porgo alla lettura della mia precedente recensione, perché gran parte degli aspetti sviscerati durante la stesura di quell’articolo continuano ad essere validi in fase di commento del nuovo volume e quindi mi asterrò dal parlarne approfonditamente.

“Chinese Songs Parte 2” è un album di immediata assimilazione già al primo ascolto, merito di un linguaggio espressivo diretto e non particolarmente ostico che ha abbandonato certe verbosità virtuosistiche dei lavori passati. Ancora una volta ci troviamo di fronte a delle composizioni eleganti, dagli arrangiamenti ricercati, basate su un’impostazione compositiva che ricalca l’approccio della musica classica. Le note che ascoltiamo nel corso dei vari brani non sono il frutto della contingenza, di un momento di jam session in una qualunque sala di registrazione (del tipo: “incontriamoci e iniziamo a suonare, prima o poi qualcosa di buono verrà fuori”), al contrario c’è un lavoro certosino di pianificazione alle spalle. Non mi meraviglierei se qualcuno mi dicesse che questo album è nato su carta prima di qualsiasi tentativo di esecuzione strumentale: ogni musicista della band riveste un preciso ruolo che gli è stato conferito dall’alto e svolge tale compito in modo pedissequo, evitando di lasciarsi conquistare dalla voglia di strafare. Come già segnalato nel commento della prima parte, le tastiere non prendono il sopravvento sul resto del gruppo ma spesso si limitano a disegnare fini ceselli puramente ornamentali. L’effetto complessivo è quello di un equilibrio piuttosto riuscito, in cui i vari strumenti partecipano al tutto come le ruote di un prezioso ingranaggio. Analizzando l’opera esclusivamente dal punto di vista della partitura, si può notare che l’andamento delle varie composizioni si snodi secondo una direzione prettamente orizzontale, viene cioè data maggiore importanza allo sviluppo dei temi e delle melodie (per lo più eseguite in coppia dalla chitarra e dal sassofono) a scapito di complesse architetture verticali di accordi e armonie. Non mi stancherò mai di ripetere che forse la più interessante peculiarità che traspare dalla musica del talentuoso Gennady Ilyin non è tanto la sua riconoscibile maestria nel suonare un moog o una tastiera (a mio avviso Gennady è uno dei migliori tastieristi in circolazione oggi) ma, in primis, proprio questa abilità nel creare, spesso usando poche semplici note, linee melodiche di grande impatto emotivo.
L’album è complessivamente strutturato in 6 tracce di breve o media durata (dai 3 agli 11 minuti), ognuna delle quali contribuisce a formare un mix piuttosto eterogeneo nei contenuti strettamente musicali. I testi come al solito si soffermano sulle riflessioni, spesso malinconiche, di personaggi solitari che trovano nella contemplazione e nel contatto con la Natura la chiave di lettura della loro esistenza. Il paesaggi naturali ivi descritti non sono un’entità statica, priva di vitalità: essi introiettano i sentimenti dei protagonisti e reagiscono di conseguenza, comportandosi da cassa di risonanza delle inquietudini dell’animo umano.
La prima traccia, “Letter to my Wife”, è un bel pezzo dall’andamento incalzante, permeato dalle atmosfere grintose che avevamo già trovato in “The Sixth Sense”. L’arrangiamento è basato su un tema non particolarmente complicato, raddoppiato da chitarra e sassofono, più volte ripreso nel corso del brano. Il soggetto delle liriche è la nostalgia causata dalla lontananza dai propri affetti: questa intensità emotiva la possiamo ritrovare nelle energiche accelerazioni ritmiche e nei trascinanti crescendo della partitura. Gennady accompagna il resto del gruppo rimanendo quasi in disparte (siamo così lontani dal protagonismo assoluto di album come “New Faust”) e canta con il suo inconfondibile stile sussurrato i patimenti del distacco. Non mancano brevi intermezzi solistici in cui, a turno, moog, sassofono e chitarra elettrica si danno il cambio nel disegnare coinvolgenti melodie, sempre però all’insegna della sobrietà. Il delicatissimo finale, una sorta di ninna nanna, è il preludio alle morbide sonorità della traccia successiva, lo strumentale “In the Moonlight”. Siamo di fronte ad un pezzo molto rilassante, basato essenzialmente su un sottofondo di semplici arpeggi di chitarra che costituiscono il sostegno alle vaporose trame intessute dal moog. L’impressione che si ricava è quella di trovarci nel bel mezzo di un incantato paesaggio notturno, dominato da un’imperturbabile quiete: i rarefatti impasti sonori ci avvolgono progressivamente tanto che, a poco a poco, non possiamo resistere alla tentazione di lasciarci cullare da questa atmosfera di onirico raccoglimento. Assai più malinconico e sofferto è il terzo brano dell’album (come già il titolo suggerisce), ovvero “My Heart Is Sad, Thoughts In Dismay”. Ancora una volta i Little Tragedies dimostrano che la loro proposta è improntata ad una certa versatilità, non vi troviamo solamente pezzi dall’andamento sostenuto, sviluppati su continue variazioni, ma anche semplici ballate in cui l’accento è posto sull’emozione piuttosto che sulla volontà di strabiliare. In questo brano il lirismo raggiunge le sua vette più alte, grazie ad un’interpretazione molto passionale del cantato e ad un arrangiamento che in più punti ispira una sincera commozione. Diverso è il carattere di “Vernal Wind And Road Dust”, un pezzo dai connotati vagamente pop. Qui la struttura si avvicina a quella tipica della forma-canzone, con l’alternanza di ritornelli piuttosto orecchiabili e la presenza di un solo brevissimo episodio strumentale che spezza un clima in verità un po’ troppo radiofonico.
Il penultimo brano dell’album, “My Century's Events Are Worthless”, ci riporta invece al dinamismo e alle vigorose sonorità a cui i Little Tragedies ci hanno da sempre abituato. L’introduzione è una sorta di cavalcata romantica di grande impatto che ha lo scopo di provocare un incremento progressivo della tensione emotiva: la sessione ritmica sostiene il tema principale creando una cadenza impetuosa, a tratti irresistibile. In un crescendo inesorabile d’intensità, si assiste alla convergenza di tutte le energie in un solo punto di raccolta. Ed ecco che il sopraggiungere di un indiavolato ritmo ternario permette a questa energia accumulata di liberarsi nel movimento successivo, caratterizzato dall’alternanza di fragorose sequenze strumentali. Siamo travolti da un muro sonoro di impressionante potenza, quasi un’onda d’urto, che non ci lascia alcuna possibilità di scampo. Merito soprattutto del drumming di Yuri Skypkin, autore di una vera e propria mattanza delle pelli della sua batteria. Le ottave di pianoforte che si abbattono pesanti come magli e i sinistri arpeggi di moog contribuiscono a delineare uno scenario a dir poco apocalittico. Passata la sfuriata, la musica s’indirizza su un binario decisamente più calmo. Il terzo movimento di questa breve suite contiene delle suggestive parti cantate, in alcuni punti intravediamo perfino piccoli accenni di space-rock (l’accompagnamento ipnotico delle chitarre in particolare mi ricorda Echoes dei Pink Floyd). Vorrei infine sottolineare lo splendido intermezzo strumentale in prossimità del finale, in cui l’organo e la chitarra dialogano creando un delizioso frammento di musica barocca. Un po’ avulsa dal resto del contesto è la traccia conclusiva, “The Boat By The Lake Is Only For Three”, un brano meditativo e dalla dinamica molto dilatata nel tempo, interamente sviluppato lungo un morbido tappeto di tastiere. Valgono le stesse considerazioni espresse a proposito di “Wanderer”, il pezzo alla Vangelis del primo volume, ma in questo caso riscontriamo una minor ripetitività e un più intrigante clima di mistero.

La seconda parte di "Chinese Songs" non raggiunge complessivamente gli stessi vertici qualitativi del primo episodio ma non inciampa neanche negli stessi passi falsi, anzi sarei propenso ad affermare che il livello compositivo medio è addirittura superiore. Anche la scelta dei suoni si è rivelata molto più azzeccata. Il difetto principale è a mio avviso l’eccessiva eterogeneità stilistica che caratterizza tutto l’album: nonostante la presenza di alcuni precisi collegamenti fra i pezzi (rielaborazioni tematiche in particolare) le varie tracce risultano davvero poco amalgamate tra loro. In sostanza questa mancanza di coesione potrebbe facilmente creare nell’ascoltatore la convinzione di essere di fronte ad una semplice raccolta di pezzi, piuttosto che ad un lavoro intrinsecamente unitario (non dimentichiamo tuttavia che l’opera è stata concepita come una colonna sonora di una raccolta di poesie dei secoli VIII-XIII D.C., per cui una mancanza di organicità è altresì giustificabile).
Ci sono comunque tutti i presupposti per definirlo un buon lavoro: indubbiamente l’album presenta alcuni momenti di Prog sinfonico di elevata fattura. Purtroppo la presenza di qualche parentesi un po’meno ispirata non mi permette di annoverarlo tra gli episodi più significativi della discografia di questa interessantissima band russa. Per concludere: a chi volesse intraprendere per la prima volta l’ascolto di un disco dei Little Tragedies consiglierei di partire da altri lavori, più rappresentativi dell’identità del gruppo. Ai fans sfegatati e a quelli che hanno già acquistato "Chinese Songs Vol.1" suggerisco senza esitazione di rimediare anche questo secondo volume: di certo non ne rimarranno delusi.

 

Fulvio Ferrari

Collegamenti ad altre recensioni

LITTLE TRAGEDIES Porcelain pavilion 2000 
LITTLE TRAGEDIES Return 2005 
LITTLE TRAGEDIES The sixth sense 2006 
LITTLE TRAGEDIES New Faust 2006 
LITTLE TRAGEDIES Chinese songs part I 2007 
LITTLE TRAGEDIES The Paris Symphony 2009 
LITTLE TRAGEDIES Obsessed 2011 

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