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MORAINE Groundswell Moonjune Records 2014 USA

Il secondo lavoro in studio del quintetto di Seattle rappresenta di sicuro un punto di riferimento molto importante all'interno dell'attuale panorama jazz-rock. Fresco di pubblicazione, “Groundswell” (tradotto “ondata”) riesce a conquistare e sorprendere fin dal primo ascolto; uno stupore, in realtà, non del tutto inaspettato, visto il sempre ottimo lavoro precedente “Manifest density”.
Ma parliamo del titolo: “ondata”. Niente di più azzeccato; come una forza della natura, questo gioiellino interamente strumentale sarà in grado di rapirvi, travolgervi e portarvi lontano, regalandovi un'emozione dietro l'altra. “Groundswell” è un concentrato di prog-jazz, fusion e un pizzico di hard rock, dal quale risultano evidenti le influenze di Gong e Mahavishnu Orchestra, nonché richiami a composizioni crimsoniane.
Album intenso, coinvolgente e adrenalinico; un'opera d'arte vigorosa racchiusa in una cornice onirica e visionaria. Questo risultato, così accattivante e di forte impatto, è il frutto di un tangibile affiatamento dei musicisti e di una loro congeniale sintonia.
Il sassofono di James DeJoie, il violino della moglie Alicia e la chitarra di Dennis Rea si spalleggiano a vicenda e si alternano continuamente in maniera egregia, con una precisione, oserei dire, quasi matematica. Anche le parti soliste e quelle improvvisate sono curate scrupolosamente nei minimi dettagli.
Parimenti, le linee di basso dello Stick di Kevin Millard infondono le giuste vibrazioni e accompagnano dignitosamente tutti gli altri strumenti.
Sotto questo impeto, questo sfogo di note, la puntualità e il dinamismo dell'incisiva batteria di Tom Zgonc, soprattutto in brani come “Gnashville”, resa particolare dall'intro in stile garage e da un frenetico violino elettrico, e “Synecdoche”, che difficilmente vi farà restare fermi con mani o piedi. Un groove deciso, energico, con un bel tiro di basso e un abile sassofono che sprizza allegria.
Di tutt'altra pasta, invece, è il brano che compare fra i due sopracitati: “In that distant place”.
Le numerose esperienze all'estero del leader dei Moraine, Dennis, devono averlo arricchito molto, sia come persona, sia come artista, e fra tutti i viaggi intrapresi, quello in Cina sembra esser stato il più determinante. “In that distant place” è una rivisitazione di una canzone popolare cinese, modificata nella melodia e ripresentata con un diverso supporto ritmico dal grande amico dei Moraine, Jon Davis. Possiamo definirlo senza dubbio il brano più melodico del disco, almeno nella prima parte. Una batteria soft accompagna dolcemente il sax e il violino, che sembrano continuamente cercarsi, poi cedersi vicendevolmente il posto per poi di nuovo ritrovarsi ed esplodere improvvisamente, con l'ingresso della graffiante chitarra, in un'atmosfera completamente diversa, dai riff più pesanti e intrepidi e dal sax più esuberante, in puro stile King Crimson.
Degno di nota è sicuramente anche “Waylaid”, con una sezione centrale alienante di grande effetto, in cui si percepisce chiaramente l'ammirazione di Dennis Rea nei confronti delle opere del maestro Gyorgy Ligeti.
Insomma, la noia è da escludere se si ascolta questo disco e, una volta arrivati all'ultimo brano, è molto probabile che ripremerete play per rigustarvi da capo la maestosità di questo viaggio senza confini.


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Silvia Giuliani

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