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RETROSPECTIVE Re:search Progressive Promotion Records 2017 POL

Terzo album per la band polacca, le cui pubblicazioni si sono susseguite con un certo margine di tempo l’una dall’altra, dovendo comunque aggiungere – per essere esatti – due EP composti da brani inediti. Un computo totale che alla fine non è poi così male, visto che il gruppo è nato nel 2005 e che negli anni ha continuato a far ciò che era stato evidenziato già nell’analisi dell’album precedente: delle buone canzoni. Si è trattato e si continua a trattare sempre di composizioni prog-metal, che magari risentono dell’influenza dei connazionali Riverside e quindi non soggette a quella spettacolarizzazione made in USA a cui vene facile pensare quando si nomina il genere in questione. Un lavoro, questo, sempre in linea con la produzione PPR, ben arrangiato e mixato, permeato da quella sorta di drammatica epicità esistenzialista che ormai va tanto per la maggiore e che – non riuscendo ad inquadrarla in alcun modo – viene sempre catalogata come post-rock o (in questo caso) post-metal. La coltre scura descritta in precedenza si è un po’ dissipata, anche se l’umore di base non è esattamente dei più vivaci. Nonostante ciò, la voce potente e grave di Jakub Roszak fa sempre la sua bella figura, continuando a ricordare a qualcuno un certo Eddie Vedder e quindi andando oltre gli stereotipi. Risulta stavolta in secondo piano la voce della tastierista Beata Lagoda, che in effetti non aggiunge molto di più all’economia delle composizioni, nonostante la bella timbrica (forse troppo perfettina e composta). Fa eccezione in “Roller Coaster”, molto ben narrata, prima di lasciare definitivamente il posto ad un Roszak in questo caso parecchio aggressivo.
L’attitudine più progressiva si sente maggiormente nella seconda parte del lavoro, a partire da “Heaven is Here”, le cui note “immaginifiche” di chitarra (che si sentono anche nel resto dell’album) aprono la strada a Roszak, in parte a Lagoda e soprattutto ai controtempi ritmici su quello che è un andamento pacato, sognante, con qualche intervento chitarristico. “Look in the Mirror” è forse il pezzo migliore, melodico e con un assolo di chitarra finale che deve sicuramente qualcosa alle fasi Gilmouriane di “One of these days”. Più tirata “Last Breath”, mentre “Standby” è giocata tra le due voci e un buon drumming, con un finale elettrico prima annunciato e poi accompagnato dal pianoforte. Un’alternanza di ritmi che raggiunge il suo equilibrio nella conclusiva “The Wisest Man on Earth”, in cui le due chitarre trovano finalmente espressione e dove Roszak chiude con misurata enfasi.
Riavvolgendo tutto e cominciando dall’inizio, l’iniziale “Rest another time” sembra quasi la perfetta continuazione del brano poi posto in chiusura, con un andamento senza dubbio più sostenuto ed un basso maggiormente incisivo. Poi ci sono le varie “Right Way” e soprattutto “The End of their World”, che aumentano di intensità col trascorrere dei minuti.
In conclusione, questo album piacerà soprattutto alle nuove leve, mentre gli altri lo snobberanno a priori. Ma anche stavolta i Retrospective hanno svolto bene il proprio compito, senza particolari recriminazioni.



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Michele Merenda

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