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TROOT Constance and the waiting autoprod. 2018 USA

Troot è un progetto guidato dal pianista di Seattle Tim Root il quale, dopo aver composto gran parte della musica di quest’album a Parigi nel corso del 2015 e 2016, nell’autunno 2017 ha radunato, facendoli venire da mezzo mondo (Francia, Italia, Argentina e altre parti degli States), 10 musicisti per completare e mettere in pratica quanto da lui concepito. Accanto a Tim quindi troviamo Julie Slick e Alessandro Inolti (Adrian Belew Power Trio, Echo Test), Marco Machera (Echo Test), Steve Ball (Tiny Orchestral Moments, Electric Gauchos), Beth Fleenor (Crystal Beth and the Boom Boom Band), Amy Denio (Kulture Shock, The Tiptons), Nora Germain, Alex Anthony Faide (Electric Gauchos, Los Twang Marvels) e Bill Horist. La musica che ne è venuta fuori riflette in prima parte le influenze e la formazione specifica di Tim, che ha frequentato musicisti americani d’avanguardia e studiato il pianoforte da un allievo di Rachmaninoff.
Quello che abbiamo qui pertanto è un album di 6 composizioni di esaltante chamber Prog elettrico ed eclettico, avvicinabile in qualche modo agli Aranis ma con un minor utilizzo di strumenti acustici rispetto ad essi. La musica è quasi costantemente su ritmiche brillanti, anche clownesche a tratti (come da tradizione del genere), ma senza mai perdere di vista la pulizia dei suoni, senza troppe distorsioni. I momenti di assolo non sono moltissimi, preferendo una piena orchestrazione degli strumenti, con bei virtuosismi ma mai fini a se stessi. A guidare tutti è ovviamente il pianoforte che però non ha un ruolo nettamente predominante.
“Axe for the Frozen Sea Within” e “Dance Elena”, la coppia di brani iniziali, ci esaltano decisamente con il loro delizioso sapore e mostrano quanto questa piccola orchestra sarà in grado di farci ascoltare. Bellissima anche l’elegante “Palasidai” in cui, dopo i fuochi artificiali delle prime due tracce, si prende un po’ di fiato, con una seconda parte peraltro in cui la voce di Beth Fleenor guida freneticamente la graduale impennata emotiva del brano. Gli umori sono molto vari, come si diceva, e si passa da momenti intensi e solenni, con tonalità drammatiche, a divagazioni più leggere, seguendo però dei fili logici consequenziali anche quando la musica pare fare salti improvvisi da una situazione all’altra.
Stupenda anche la multiforme “Venice of the Sky”, ricca di momenti anche molto diversi e vari, con un bel violino che splende in un paio di brevi ma preziosi assoli. “Hollow by Footsteps” parte con un piano molto morbido che poi duetta a distanza col violino stesso, in un brano delicato e quasi liquido. La conclusione dell’album è appannaggio di “Joey”, il brano più lungo ma forse il più debole, che nel finale è caratterizzato anch’esso dalla frenetica voce della Fleenor che sancisce il convulso finale.
Un album che a tratti è esaltante ed ha rappresentato una sorpresa inaspettata quanto decisamente gradita.



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Alberto Nucci

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